Lo Stato Sociale – L’Italia Peggiore

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Ho conosciuto Lo Stato Sociale, come tantissimi altri, quando ha iniziato a girare Sono così indie. Mi è arrivata completa di esegesi, con l’onda lunga degli insulti che stava già lasciando il posto alla risacca, ed era un periodo particolare per il pop italiano. Qualche tempo prima avevano iniziato ad avere successo i Cani, che suonavano sempre indiepop sostanzialmente tastierato/elettronico con testi disincantati sul far parte del mondo in cui viviamo. Per i Cani la critica si è divisa, rimanendo per la maggior parte a favore; nel caso delLo Stato Sociale la critica è sostanzialmente unita contro. Credo che la cosa abbia un senso, e quando ho ascoltato Sono così indie la prima volta è andata davvero malissimo. Parla appunto del concetto di essere indie, i primi anni del 2010, elencando una serie di luoghi comuni che si dividono tra fastidiosi, sbagliati, scontati e pieni di rosico. Il pezzo faceva parte di un disco chiamato Turisti della democrazia. L’ho rimediato, scaricandolo da qualcuno, perché una rivista mi ha chiesto di fare la recensione. L’ho ascoltato, l’ho trovato ignobile, l’ho stroncato.

Turisti della democrazia è un agile breviario di tutto quello che non dovrebbe essere fatto in un disco pop: tastierine mischiate a chitarrine, testi meta che vorrebbero essere sarcastici e sembrano solo rancorosi, accenni di world music, accenni di rock demenziale. Il cantante, che non è quello che canta Sono così indie, ha la stessa voce di quello che doppia Brandon Walsh e il tizio coi capelli rossi delL’Attimo Fuggente. Riascolto il disco per fomentare l’odio, il tizio mi sembra un minus habens, metto insieme le idee per il pezzo. Del disco mi colpisce quasi subito il fatto che va contro la prima regola del cosiddetto indie italiano: nel giro, a qualsiasi livello, i dischi vengono realizzati dando l’impressione di sapere ciò che si sta facendo. Non credo sia voluto, anzi nella maggior parte dei casi è dovuto: le cose le fai dopo che hai imparato a farle. Di poco tempo prima sono le prime mosse pubbliche su larga scala dei Cani, un successo importante per quel genere di pop elettronico millelire con testi meta. Ma se Niccolò Contessa scrive/canta testi da cui spesso spesso traspare intelligenza, Lo Stato Sociale dà più l’idea di essere una ballotta di rosiconi invidiosi che ha imparato a usare quelle tastierine del cazzo e ha provato a scrivere il classico testo ironico/demenziale sulla Scena, senza riuscirci e senza per questo rinunciare. In qualche modo il disco, nella mia testa, diventa una specie di monito/campanello d’allarme. Una voce che è necessario ascoltare per capire a cosa ti porta incaponirti su un certo modello: una specie di trailer delle possibilità distruttive di questa musica in mano alla gente comune. Scrivo la recensione. “Fa schifo, ma in qualche modo è il disco indiepop italiano più importante di sempre”. O qualcosa di simile.

Le stroncature servono a buttar fuori le tossine, come quando sudi dopo l’influenza: prendi il disco, lo fai a fettine e lo abbandoni in un angolo del cervello. Se sei una persona limitata, un minus habens culturale, uno di quelli che si sentono profondamente offesi dal solo fatto di ascoltare brutta musica, le recensioni hanno una funzione catartica. Per me ce l’hanno. Dopo che la rece è uscita fuori sai più o meno chi è tuo amico e tuo nemico, saluti tutti con un sorriso e continui per la tua strada, dimenticando felicemente l’esistenza del gruppo, che se va male se ne riparla fra tre anni. Lo Stato Sociale invece non se ne va. Il disco rimane lì a macerare, un po’ per quelle situazioni di hatefuck, un po’ perché mi sta scavando un buco nel cervello, non so dirlo esattamente. Qualche giorno dopo invece pubblico un pezzo su un sito ora chiuso, si chiama Turisti del meta VS passeggiatrici del pop, parla dello Stato Sociale in termini fondamentalmente positivi. Siamo intorno all’aprile del 2012. Ho perso il pezzo, non ricordo esattamente cosa ho detto del disco e del gruppo.

La musica che ascolto mi definisce. Non credo sia così per tutte le persone al mondo, e anzi sto cercando di smettere. Credo che sia un percorso cosciente di identificazione legato a un brutto periodo della mia adolescenza, quando cercavo di stare a ruota di certi miei amici che erano più cool di me. A un certo punto potrei aver pensato che ascoltare certa musica mi avrebbe reso figo quanto loro, e quando ho capito che non sarebbe stato così c’ero troppo dentro per smettere. Non credo che questa cosa sia disonesta, in prospettiva: anche i musicisti hanno iniziato per scopare, e io amo la musica, la amo davvero. Mi ha plasmato come individuo, continua a succhiarmi via soldi e tempo, mi ha reso quello che sono in positivo e in negativo. Ho sviluppato psicosi bizzarre da acquirente occasionale, di quelle che pensi ti diano un tono e invece vai a finire dentro un libro di Maurizio Blatto. Ho scoperto quali sono le regole per fare un disco buono e per fare un disco brutto, ho letto le riviste, ho capito un sacco di roba. Ho sviluppato una passione viscerale per certa immondizia pop anni novanta con cui sono involontariamente cresciuto, l’ho collegata a roba figa degli stessi anni, eccetera. Ho ascoltato musica di ogni tipo, cercando di togliermi i paraocchi del pregiudizio musicale e poi di togliere i paraocchi del pregiudizio che regola le modalità di estrazione dei paraocchi del pregiudizio musicale. L’eclettismo di fine anni novanta aveva regole più ferree del power metal. Ora sono un consumatore non troppo esigente ma costretto a vivere in un’epoca musicale sostanzialmente immobile, in cui la musica con le chitarre è praticata ancora a centinaia di migliaia di dischi all’anno senza dar segno di volermi far sentire qualcosa di veramente nuovo. Turisti della democrazia arriva in un periodo particolare della mia esistenza, in cui cerco di capire cosa ha portato la musica a questo stallo. È un periodo in cui mi infastidisce il disprezzo per le persone ridicole. L’artista che mi influenza di più in quegli anni si chiama Trucebaldazzi, vive nel primo appennino bolognese e caccia rime casuali e fuori tempo su loop rudimentali. Contrariamente alla media degli youtube-freaks, è musica che mi sciocca da subito. Lo Stato Sociale, stroncato a calci in culo e archiviato in un angolo del cervello, non accenna ad andarsene dallo stereo.

Inizia come una specie di guilty pleasure. Il poppettino scrauso ha un percorso di adesione piuttosto standard: ci innamoriamo dei Beat Happening perché abbiamo letto di loro da qualche parte, con la mitologia in omaggio e tutto. Da lì scaviamo la nostra nicchia, impariamo ad apprezzare le canzoni stupide perché ci sono momenti disarmanti dentro a impianti musicali imperfetti, improbabili o scalcagnati. Poi quelle asperità scalcagnate diventano quello che andiamo cercando e quando siamo arrivati a quel punto siamo perfettamente in grado di distinguere la buona musica da quella cattiva. Molto di questo processo è fatto di convenzioni critiche/letterarie, secondo cui certa musica funziona (cioè va bene) e certa musica no. Ancora una volta: è un processo che viene portato avanti all’interno di un sistema in cui tutti sanno esattamente quel che stanno facendo (i musicisti sanno cosa suonano, gli ascoltatori sanno cosa stanno ascoltando) e la cui grammatica prevede semplicemente di performare insicurezze ed asperità in una specie di incanto comune. Da questo punto di vista, la musica delLo Stato Sociale probabilmente è atroce: impeccabile dove dovrebbe essere scrausa, lacunosissima dove vorrebbe avere un briciolo di senso. Come sopra: un monito musicale.

Il problema è che ne sono innamorato. Dev’essere stata qualche linea di testo di Maiale o Ladro di cuori col bruco, non lo so. Qualcosa sfugge alle categorie critiche che uso di solito per distinguere il bello e buono dal brutto e cattivo, e Lo Stato Sociale continua a suonare come se non ci fosse un domani. Non sono dei freak, ma non sono nemmeno musicisti indie con una visione inattaccabile. Suonano una musica molto più complessa di quanto sempra e molto meno di quanto forse vorrebbe essere. Toccano delle corde che non tocca nessun altro. non sono riducibili a nessuno stilema, né quello del punk ad ogni costo né quello del so bad it’s good. A smontarla e rimontarla lo capisco che stiamo parlando di “merda”, di musica non ortodossa ma che non segue le regole canoniche della non-ortodossia, ed è probabile che non riuscirei a metterli nei duecento dischi italiani di sempre e per sempre. Ho segato il disco ed è rimasto lì a suonare. Ho provato ad ascoltare gruppi a loro associati e mi hanno fatto cascare le palle. Il loro disco rimane lì a suonare. Ha qualcosa che gli altri dischi non hanno, una spontaneità diversa, più sostenibile, più simile a me. Non lo so. Se riuscissi a capire che cos’è, sarei disposto a buttare nel cestino centinaia dei miei dischi inappuntabili per averne un altro po’.

Nel mio mondo ideale Lo Stato Sociale sarebbe stato ridotto all’osso dall’insuccesso del primo disco, avrebbe mollato le tastierine radical-cheap e avrebbe cantato le stesse parole su musica più affilata ed essenziale; avrebbe girato l’Italia con il cappello in mano, raccolto i consensi che credo meriti e si sarebbe rifatto una reputazione di ferro. Così non è stato. Turisti della democrazia,a fronte della più eclatante dose di stroncature, insulti e auspici di morte che io ricordi su un singolo gruppo indie italiano, ha goduto di un enorme successo di pubblico. Lo Stato Sociale torna con un disco sostanzialmente identico al primo: si chiama L’Italia peggiore e suona esattamente uguale, forse più radicale nelle sue caratteristiche più respingenti e dannose. Featuring devastanti di Piotta e Caterina Guzzanti nei pezzi meno accattivanti del disco, qualche inflessione simil-reggae che fa urlare vendetta, una manciata di canzoncine pop illuminate dalla grazia divina che ascolterò per due anni mentre chiunque pensa che lo sto facendo per il LOL. Una riga di testo che mi apre la testa, in mezzo a dieci che magari fan venir voglia di staccarla a qualcuno. Nient’altro.

Suppongo che essere capaci di scrivere serva davvero solo nel momento in cui vuoi dire una cosa e non lo sai fare; io oggi non ci riesco e tutta la parte dei perchè rimane fuori. Nel frattempo, mi si perdonerà se faccio un altro po’ di pratica. O magari uso le parole di un altro gruppo che è scontato e triste e dozzinale ma tanto, insomma, mica lo puoi dire meglio. La musica che suonano mi dice qualcosa sulla mia vita, e credo sia una cosa voluta.

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6 commenti su “Lo Stato Sociale – L’Italia Peggiore

  1. DiegoHVP il said:

    Grazie! Non avrei saputo metterlo giù in maniera migliore! Mi sento meno solo! Hai passato il mio stesso travaglio interiore su questo disco…ma in sintesi io non ho ancora capito se i ragazzi de Lo Stato Sociale siano o semplicemente facciano i paraculi con sommo successo! (parlo esclusivamente dell’aspetto artistico, umanamente sono persone validissime e molto in gamba)

  2. per inflessione simil reggae che grida vendetta intendi “la musica non è una cosa seria”? per me è un pezzo stupendo
    comunque è fantastico che i recensori (magari dal loro bloggettino con 10 visite al mese) diano dei rosiconi a dei ragazzi, che suonano, cantano, si divertono e hanno successo…

  3. Bullhead il said:

    Fanno cagare a spruzzo. E c’è persino di peggio. Mai sentiti nominare tali Officina Della Camomilla o qualcosa del genere? Ed io che all’epoca mi lamentavo degli Afterhours…Azz.

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