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La routine

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All’inizio – e per molto tempo – dire blog equivaleva a dire roba in cui la gente spiattellava spontaneamente i cazzi propri in pubblico, a getto continuo, sopra sfondi orrendi. Splinder sembrava l’unico futuro plausibile. Dal giorno alla notte Internet era stata colonizzata da un flusso inarrestabile di vaniloqui di nullo interesse che avrebbero spinto Sigmund Freud all’eroina. Leggerli faceva sentire come un voyeur che spia dal buco della serratura dettagli di cui nemmeno a lui frega qualcosa; un esercizio sterile nel migliore dei casi, mortalmente noioso nel peggiore.

Non saprei dire quando di preciso la percezione di blog come concetto, da forma primordiale di psicanalisi gratuita, si sia trasformata in strumento per mostrarsi smart e arguti e perfettamente in grado di maneggiare più o meno qualsiasi campo del sapere (non ho gli strumenti per questo, non sono laureato in scienze della comunicazione), e di conseguenza vetrina-carne da macello-cornucopia per gruppi editoriali più o meno importanti che hanno preso a cooptare su fogli da offesa alla dignità umana gente pescata nel mucchio seguendo criteri imperscrutabili, una versione distorta, deviata e malsana della selezione naturale.

Comunque sia andata, mai pensato di prendere parte a questa cosa.

 

Quando Francesco ha buttato lì l’idea di aprire un blog insieme venivo dalle fanzine fotocopiate e spedite per posta, da webzine tutte offline ormai da lustri, da otto anni di bieco sfruttamento alle dipendenze di un gangster che ho intravisto mezza volta di persona, un’esperienza temprante ed estremamente formativa, a tratti esaltante, ma che ha anche lasciato sulla pelle ferite tuttora spalancate.

L’idea di diventare un blogger mi faceva ribrezzo ma è la qualità umana quel che conta per me, da chi arriva l’idea, quindi ho detto sissignore all’istante, nessun dubbio al riguardo. Semplicemente, era qualcosa che andava fatto.

Al tempo stesso, non saprei spiegare razionalmente perché lo stia facendo. Non so perché lo faccio. La musica è parte della mia vita da quando ho memoria, parlarne ha su di me un effetto benefico e questo è quanto. Non è mai stata una questione di desiderio di visibilità o prestigio sociale o entrare nelle cerchie giuste o sperare di arrivare a cavarci fuori qualche spicciolo un giorno. Ho sempre agito in maniera del tutto disinteressata, fondamentalmente inconsapevole, tenendo fede unicamente a principi che forse esistono davvero soltanto dentro la mia testa, senza calcoli di alcun tipo mai, spendendomi unicamente per quello che credevo fosse giusto (in alcuni casi ci credo ancora). La mia progettualità, la mia capacità di pianificazione, arrivano a domani. Quello che so è che comunque vada Bastonate è il posto dove torno con più piacere.

 

Matteo Cortesi

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A un certo punto ho iniziato a svegliarmi alle sei del mattino. Facevo le cose della mattina, prendevo il portatile, controllavo la posta e cominciavo a scrivere. Avanti per un’oretta, a volte quagliava, a volte no. A volte era una cosa di sistemare appunti che avevo scritto la sera prima, o nella pausa pranzo, o di iniziare qualcosa di nuovo che se andava bene avrei finito o al limite lavorato in pausa pranzo. Ho sempre scritto per un sacco di posti, ma la maggior parte della mia roba da qualche anno a questa parte va su un blog che si chiama Bastonate.

Alle superiori passavo il tempo disegnando personaggi dei fumetti durante le lezioni. Al pomeriggio leggevo riviste come Dynamo o Rumore o Rockerilla o il Mucchio, fanze che raccattavo nei locali e nei negozi di dischi; scrivevo recensioni dei dischi che ascoltavo, a penna sui quaderni, copiavo lo stile delle recensioni che leggevo. Mi firmavo con pseudonimi brutti che risentivano delle pretese riot adolescenziali. Uscivo di rado, invidiavo il successo altrui con le ragazze, mi vestivo come un deficiente, odiavo tutti e facevo meno paura di un criceto. Un cliché umano. Negli anni dell’università iniziai a mandare pezzi orrendi alle fanzine che li chiedevano: annunci sulle riviste e simili. Scrivevo a penna durante le lezioni e usavo la sala tesi della facoltà per batterli e inviarli via fax. Ne leggevo qualcuno due o tre mesi dopo. Pseudonimi brutti che risentivano delle pretese riot post-adolescenziali. Qualche volta andavo ai concerti di gruppi italiani, metal accacì e simili, due ore prima dell’inizio con un registratore. L’intenzione era di riconoscere qualcuno di quelli che stavano nelle foto sul CD e intervistarli, ma non ho mai avuto il coraggio di farlo davvero.

Internet mi è arrivata alla fine del 2000, un computer gentilmente regalato da mia madre e assemblato da un tizio vicino a casa mia che lo faceva per arrotondare. Spese qualcosa come tre milioni di lire per un affare che funzionava a malapena, con un hard disk minuscolo, una RAM inesistente e un monitor sontuosissimo. Una settimana dopo le chat di napster erano una droga, poi iniziai sui forum, poi trovai le webzine metal.

Le webzine erano uno sbattimento e una gran gioia. L’ingrediente fondamentale che distingueva una webzine funzionante da una webzine scrausa era la presenza di un matto furioso, chiamato per convenzione webmaster, il quale disegnava un sito partendo da zero, nella maggior parte dei casi con un software di Office chiamato Frontpage (quelli con gli skill usavano Dreamweaver, ma avere gli skill era una brutta caratteristica per i webmaster). La gente inviava le recensioni o quel che era al webmaster; lui prendeva il testo e lo caricava in un modello di pagina, che poi andava a mettere online via ftp, assieme alla homepage con tutti i link aggiornati. Al contempo aggiornava anche la pagina di archivio recensioni. Era un lavoro per gente metodica che decideva scientemente di buttare via quarantacinque minuti al giorno (o una full-immersion di quattro ore, una volta a settimana) svolgendo l’opera di compilazione più brutta e noiosa del pianeta, il tutto a stipendio zero. Dal punto di vista dell’etica del lavoro, un buon webmaster è lo standard più alto esistente dopo i minatori russi.

Scrivevamo tutti gratis, non era nemmeno una cosa che si chiedeva. L’unica retribuzione, per così dire, era che i distributori ti mandavano copie promozionali dei dischi. Artisticamente parlando, il 35% era drammaticamente sotto la linea che separa l’offensivo dall’inoffensivo; un altro 40% era tra l’insufficienza non-grave e la sufficienza risicata, quei dischi che ancor oggi vedete recensiti con voti tipo 7 o 7,5. Il restante 25% era roba che avremmo effettivamente comprato, o considerato di comprare, dentro un negozio. Parliamo di cinque o sei dischi al mese, divisi per dieci redattori, fa circa sei o sette dischi all’anno per ciascuno. Da questi andava tolto un cinquanta per cento grasso di dischi che erano promozionali ma non simili a quelli che trovavi nei negozi: chiusi in bustine di plastica con sopra un adesivo, o proprio direttamente CDR con allegata press-sheet opinabile. Era abbastanza chiaro che non lo facevamo per quello. Spesso, per combattere i giornalisti pirati, le canzoni dentro al disco andavano in fade out dopo il primo ritornello –lo giuro su dio. La soluzione era comunque sotto i nostri occhi da tempo: si chiamava Napster, poi Audiogalaxy, poi WinMX e alla fine Soulseek. Una popolazione sterminata di personaggi con accesso libero a qualunque disco esistente; la possibilità di aggiornare a getto continuo. Il modem a 56k, l’abbonamento flat a centoventi euro al mese, computer connesso tutta notte per scaricare un solo album in tracce separate, con la possibilità concreta di ritrovarsi un fake o perdere la connessione.

La prima webzine importante in cui scrissi, nel senso di importante per me, era una webzine metal. Il webmaster era un ragazzetto di Massalombarda con il trip della Finlandia, il webmaster più cazzuto con cui abbia mai avuto a che fare. La sua morosina aveva un fratello di nome Matteo, che frequentava il forum di Metal.it; io ero dentro alla webzine, invitai lui, mi mandò una recensione dei Bolt Thrower. Aveva cinque anni in meno di me, diciamo 18 contro i miei 23, e alla prima recensione era già chiaro chi è che dei due sapeva scrivere e chi doveva mettersi d’impegno. Con Matteo il rapporto era di scrivere sulla stessa rivista/webzine e sentirsi ogni tanto per un’ora e mezzo al telefono parlando fondamentalmente di Husker Du e Unsane.

Scrivere di musica al giorno d’oggi è un passatempo globale. Qualcuno riesce a camparci, ma al di là della vecchia guardia (persone che un po’ s’arrangiano e un po’ no), che ha resistito abbastanza da tenere i piedi dentro qualche roccaforte, lo si fa per le briciole. Diventi una penna appena decente e ti capita di scrivere un pezzo che ti viene pagato qualche euro (sei mesi dopo aver dimenticato di averlo scritto, il pezzo). Parlando di introiti monetari, è più fruttuoso piazzarsi davanti al supermercato e aiutare gli anziani a caricare le sporte della spesa e le casse d’acqua, in cambio dei cinquanta centesimi che ti toccano quando hai portato a posto il carrello. Credo sia più sano anche dal punto di vista morale. Dal punto di vista delle gratificazioni, insomma, è un po’ una merda. Chi scrive di musica non contribuisce davvero al sostentamento della scena musicale, qualunque essa sia: è una mandria di cani sciolti che non organizzano concerti, non fanno uscire dischi, non rischiano soldi su un artista eccetera eccetera. Qualcuno lo fa oltre a fare il giornalista musicale, ma sono due cose diverse. Scrivere di musica, dopo i trenta, non serve manco più a menarsela con se stessi. Scrivere serve a spurgare via della merda che hai addosso, come le discussioni al bar; la musica è solo una cosa per cui non finisco mai gli argomenti, e al bar non posso parlarne.

Bastonate ha aperto nel maggio del 2009, e fino a fine anno non mi era ben chiaro cosa sarebbe diventato. L’ho aperto per vedere cosa succedeva ad aprire un blog di musica pesante, non c’era molta roba strutturata in Italia. Il primo pezzo parlava di Karyn Crisis Avevamo un progetto nei primi anni duemila, io e Matteo, di una web-zine che parlasse solo di SLUDGE, tutto maiuscolo. Gli dico “facciamo un blog, niente webmaster, niente cazzi”. Mi ha detto “ci sto”. Abbiamo chiamato Fabrizio e Daniele, una specie di rimpatriata, tutto in piccolo, niente spam feroce, niente promozione, niente di niente. I dieci sfigati che riusciamo a raggiungere.

I blog hanno rivoluzionato il modo in cui si scrive, in generale, e credo sia stato in meglio. Le webzine erano un tentativo di trasferire la stampa musicale in rete; le riviste di carta erano il posto in cui tutti quelli capaci a scrivere volevano il loro nome pubblicato. E serviva un webmaster cazzuto, o di imparare i rudimenti dell’html per pubblicare la propria merda e litigare a spron battuto con servizi di hosting che ti mandavano al manicomio. I blog sono un esercizio di autodeterminazione letteraria eco-sostenibile: la nicchia più disperata e assurda poteva stare in piedi a titolo di passatempo. La più grande sciagura dei blog è che a un certo punto hanno iniziato ad essere cannibalizzati dai gruppi editoriali seri, che si son presi i blogger migliori e l’hanno piazzata a scrivere (perlopiù) redazionali del cazzo a due lire. La seconda più grande sciagura dei blog è che, quando è successo, s’è scoperto che i blogger non vedevano l’ora, e questa cosa dei redazionali a due lire è diventata un’isola felice. È stato un sacco di tempo fa. Bastonate non era ancora nato.

Per il primo anno era fondamentalmente me e Matteo. A un certo punto, verso l’inizio del 2010, abbiamo iniziato semplicemente a usare il blog come una specie di informale reazione a tutto quel che leggevamo in giro e che non ci piaceva. Interviste, recensioni, news: via. Stare sul pezzo, via pure quello. Matteo ha iniziato a tenere un’agenda dei concerti che c’erano a Bologna. Daniele (un altro) è entrato a febbraio con un pezzo su Sanremo, io passai settimane a pensare che era quello che volevo fare. Ho trasferito certi pipponi globali di una rubrica che tenevo su un altro sito al mio blog, li ho espansi, ho continuato. Accento Svedese, Marco e tutti gli altri, a seguire. Ognuno faceva la sua cosa. Alex l’ho chiamato e l’ho obbligato a scrivere una rubrica in veneto. Strategie di sopravvivenza: mai un’idea forte alla base, solo pezzi che ci sembrava fossero interessanti.

Edoardo Nesi una volta ha risposto a un mio amico su Twitter e ha detto che la traduzione di Infinite Jest è lunga 3204000 battute. Bastonate contiene 1605 articoli, che con una una media di 4000 battute ad articolo vuol dire più del doppio di Infinite Jest. Credo sia una stima per difetto, e senz’altro non siamo David Foster Wallace ma credo sia comunque un numero abbastanza impressionate; di mio ho la presunzione di pensare che le parole continuino a tornare perché le tratto con riguardo. Su Bastonate ho scritto cose di cui mi sono pentito e cose che mi dispiace non siano state lette di più; qualcuno ha scritto a me, ci scambiamo email, commenti in giro per la rete e link a cose da leggere. Ogni giorno c’è qualcosa di buono in qualche sito, scritto da qualcuno che ne sa più di me e s’è messo d’impegno a scriverlo, spesso senza prenderci un soldo. È gente che si alza un’ora prima al mattino perché vuole che tu ascolti un gruppo o veda un film o legga un libro, o solo raccontarti qualcosa che gli è capitato. È gente che mi ha cambiato la vita, in meglio o in peggio, un passettino alla volta. Assieme formiamo un universo di sfigati di cui, onestamente, sono sempre più contento di far parte.

Mi sveglio ancora alle sei del mattino, tutti i giorni. Faccio due cose, controllo la posta, mi metto a scrivere, finisco un pezzo già iniziato o ne inizio uno nuovo. È la cosa che mi piace fare di più al mondo. La maggior parte dei giorni il mio blog non è niente di importante: una robetta poco cagata su cui perdo un mare di tempo che non ho, e che comunque dovrei impiegare per fare qualcosa di più costruttivo o remunerativo o gratificante.

 

Oggi no. Oggi compiamo cinque anni.

 

Francesco Farabegoli

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