Le facce delle trecento persone che ti comprano il disco

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Il titolo è bello e stupido come mia cugina: DORMI O MORDI. Nella grafica della copertina la O scompare e rimane DORMI MORDI e mi viene in mente il mio amico Renda e la sua maglietta con scritto MADRE DERMA DREAM MERDA e mi ricordo che erano cinque, ce n’era un’altra, ma adesso non mi viene in mente.

La prima volta che ho sentito nominare Babalot è stato quando sono usciti i Cani e tutti parlavano dei Cani e mio cugino paolaki mi ha detto Sì carini però Babalot era meglio. I dischi di Babalot sono facili da trovare su internet e ci ho messo davvero poco a innamorarmi della canzone della lavatrice e del muro, quella che dice

esiste o non esiste niente

possibilmente riposante

per vivere felicemente

che non sia fare il cantante?

 

Le altre canzoni non sono bella come questa, ma suppongo che molti altri miei pezzi scritti su internet siano più belli di questo. Le due canzoni nuove di Babalot si possono scaricare e in una c’è la pioggia e le margherite, che se al posto delle margherite ci metti le gerbere è un attimo tornare al 2011.

 

Non chiedo aiuto né compassione

non sono uno di quelli che sta sempre male

a volte mi godo un po’ la depressione

come il pipistrello quando sorge il sole.

 

Babalotto suona da sedici anni e per fare uscire 300 copie del suo quarto disco ha bisogno, in soldoni, che 300 persone gli garantiscano in anticipo che lo pagheranno 10 euro, o 400 persone a 8 euro, o 3mila a un euro, o una qualsiasi delle combinazioni possibili per arrivare a 3mila euro per produrre, stampare e far circolare 300 pezzi di un prodotto che in questo caso è un disco di cantautorato indipendente, ma potrebbe tranquillamente essere un libro, un fumetto, una maglietta, o un libro con in omaggio un disco avvolto dentro una maglietta. Sembra che fare un disco costi di più che scrivere un libro, ma non sono sicuro. Ci sono ore in cui sto davanti allo schermo senza battere un tasto ed è difficile in quei momenti convincere mia moglie che sto lavorando, diceva Dave Eggers, se era Dave Eggers.

 

I nostri prodotti artistici, e quando dico nostri intendo di noialtri che se vendiamo 300 pezzi siamo contenti, e quando dico artistici intendo non sempre di buon livello artistico, generalmente li valutiamo 10 euro al pezzo, e se ne vendiamo 300 siamo contenti. Fino a mille pezzi credo che si possa fare tutto da soli. Io con i libri l’ho fatto due volte e ci ho pagato l’affitto due anni. Il disco che ho fatto qua in Spagna lo vendiamo per strada a 8 euro e quello che fisicamente masterizza e impacchetta i dischi sono io. Non arriverà mai secondo me il giorno in cui venderò talmente tanti dischi o libri o magliette da non potere più gestire la cosa, gestire quantitativamente, intendo. Non ho un altro lavoro. Gli scrittori più bravi di me, i musicisti più bravi di me, hanno semplicemente più lavoro di me, quindi a un certo punto hanno bisogno di un tizio che glielo smaltisca. Come i rifiuti. È una questione di quantità? Certo che no, è una questione di qualità. Ma davvero? Non lo so. Io non mi credo più bravo della media degli scrittori che leggo o dei musicisti che ascolto, spesso sono calante e faccio fatica a tenere il filo dei pensieri, ma di sicuro ho amici che scrivono e fanno dei dischi e io ogni volta che esce un pezzo nuovo di questi miei amici benedetti dal talento ho un tuffo al cuore e davvero non c’è più differenza tra chi l’amore lo fa per noia e chi se lo sceglie per professione: da fruitore ho la stessa possibilità di accesso a Babalot e a Ligabue (ho appena visto che Brunori suonerà negli stadi prima di Ligabue e mi è venuto in mente il pezzo che ha scritto l’altro giorno Giancarlo Frigieri su Rigo, il bassista di Ligabue, ma non devo pensare a questa cosa come una cosa che finirà su internet, non adesso, dobbiamo prima cercare di arrivare da qualche parte) e le canzoni brutte è sufficiente non ascoltarle, i libri brutti basta non leggerli: nonostante un vago ronzio di fondo viviamo in tempi lussuosi. Il fatto che io ogni tanto tiri fuori un prodotto grossomodo artistico e lo venda grossomodo a dieci euro non fa di me uno che necessariamente ti comprerà il disco, o il libro. Mi stai molto simpatico, ma non sei capace. Sei un mio amico e sei pure bravissimo. Mi stai sulle palle, ma non posso fare a meno di leggerti. Ti odio e sei scarso. Ah, quante combinazioni possibili. Non ci vuole una laurea in semiotica per capire che l’uomo e l’artista non sono la stessa persona, l’autore è un personaggio creato dal lettore e non è vero che mi viene voglia di diventare amico dei miei cantanti preferiti: se c’è stato uno stronzetto supponente su questo pianeta è stato Bob Dylan tra il ‘66 e il ‘69 e io basicamente non ascolto altro.

 

La soglia di sbarramento dei prodotti artistici è una soglia emotiva. Dieci euro è uno standard fissato dall’epoca aurea di Max Pezzali, in realtà lui parlava di diecimila lire ma l’inflazione, estate 1.9.9.2. anno dell’europa unita e delle mie delle tue sbracanze. Dieci euro è il prezzo di un disco al banchetto del gruppo, quindici euro è il prezzo del disco in un negozio -che per un disco che l’hai stampato e l’hai venduto al distributore e poi l’hai venduto al negoziante e il negoziante lo vende a te e ci paga l’IVA del 22% vuol dire che qualcuno stasera non mangia, sorry, e allora i dischi tanto vale non farli. Niente, dicevo, quindici euro è la cifra del negozio, venti euro è IL VINILE la cui rispettabilità è senz’altro in crescita e senz’altro migliore del CD ma a parte Atom Earth Mother chi se ne frega del vinile, io non solo non lo possiedo ma ho pure sbagliato apposta il titolo. Ho fatto un conto di quanto ho scritto negli ultimi cinque anni ed è saltato fuori due volte Infinite Jest, che secondo me è abbastanza intendo dire, o potrei sbagliare il conto perchè ho scritto troppo e trascurato l’aritmetica e ora a fare i conti sono una pippa. Poi ci sono le valutazioni economiche legate alle frequentazioni: questo video ha due milioni di click sul tubo e settantamila fan su tal network e quel cantante che dice che ho sei milioni di fan e nessuno che si sia degnato di comprare il mio libro. Quanto costa l’amore? Dieci euro fino a trecento copie, poi dicono che devi dare da mangiare a qualcuno e l’amore costa cinque euro in più e la tua fetta è la metà di prima. L’aritmetica forse in questo dice che se ne vendi milleduecento vai in pari con l’amore dei trecento. Però magari ti intervista su Repubblica. “Scandellara è la nostra Woodstock”, virgolettato inventato e via di fegato. Non vendi trecento copie per aumentare l’autostima, ne vendi trecento perchè non sei capace a venderne duemila e perchè boh. Però è un boh molto bello, strutturato, anni di lotta di classe, ecco.

Le facce delle trecento persone che ti comprano il disco mandandoti per posta un biglietto da diecimilalire nascosto nella carta stagnola sono più belle delle altre millesettecento che non hanno avuto lo sbattimento, ma a quel punto pure tua nonna che ti dà cinquanta euro diventano cinque libri in meno che devi preoccuparti di vendere: i soldi hanno questo potere omogeneizzante che non finirà mai di stupirmi, ma nel 2011 ogni tanto mi trovavo a pensare che tra i miei datori di lavoro del mese c’era una liceale punkabbestia di Teramo e mi prendevo un po’ male.

 

Sotto i dieci euro è implicito che stai dando via una parte del tuo guadagno perchè non sei sicuro di te, questo riguarda il libro la maglia e il disco indifferentemente. Otto euro per un disco sono dieci euro meno due euro di insicurezze. Cinque euro sono una pistola sulla testa e l’implicita ammissione che questa è l’ultima volta che ci provi. L’insicurezza si paga. Oppure puoi decidere di non ragionare secondo lo schemino e quello che costa il tuo prodotto è un margine standard. E poi cerchi di tener bassi i costi, che non ci guarda nessuno perchè la tentazione dello scrittore e del musicista è sempre quella di sniffare la Rolls Royce. Almeno credo. O perchè contenere i costi è una noia mortale e non vale la candela. E poi c’è sempre il discorso di chi ci guadagna dalla cosa che tu vorresti fare gratis. Io lo vorrei fare gratis, perchè tu non vuoi la roba che ti do quanto io voglio dartela. C’era un gruppo che pagava la gente che ascoltava il suo disco, ma se li paghi sei un situazionista o un figlio di papà o comunque uno che ha soldi da buttare e io vivo esattamente a metà tra non me ne frega un cazzo dei soldi e odiare chi li butta via. Bah, tutto finto e vuoto. Tanto vale che mi faccia una moralità caso per caso, voglio dire, è più semplice, ha senso, non costa soldi. Vorrei che nessuno pagasse la mia roba e non pagare la roba di nessuno. Magari lavorare nella farina e pagare il pane, ecco, quello mi sembra corretto.

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simone rossi e Francesco Farabegoli

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