ARIVEDERCI ITALIA VAFANGULO

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Arivederci Italiani, vafangulo!, mi gridarono dei ragazzini turchi sulla Reeperbahn, ad Amburgo, nel 2003, Ero da quelle parti per assistere a un festival, che aveva in cartellone roba come gli Electric Six, i Polyphonic Spree, Damien Rice voce e chitarra tranquillone alle undici di mattina (otto spettatori presenti) e i Paradise Lost nella loro fase new romantic. Poi il tempo è passato, i ragazzi sono cresciuti, Damien Rice non ha combinato un cazzo e la Nazionale di calcio ancora meno: fuori dal mondiale!, fuori al primo turno!, e non è manco la prima stracazzo di volta, era già successo nel 2010, quindi tornando a quel giorno del 2003, pensavamo di aver visto tutto contro la Corea del Sud l’anno prima, e non avevamo ancora visto niente. Che importa che ne abbiamo vinto uno nel 2006, dal carro dei vincitori si scende ancor più in fretta di quanto rapidamente ci si sale, e poi lo abbiamo vinto male, Italiani fascisti berlusconiani renziani, truffatori di piccolo calibro, delinquenza comune che alzando la coppa in faccia ai francesi si beccò dei VAFANGULO ancor più sonori, mentre quel cazzone di Zidane ebbe una medaglia d’argento, un film dedicato, e un disco suonato dai Mogwai. Chi suonerebbe oggi la colonna sonora di un film tipo su una delle nostre star al contrario, sarebbe banale dire su Balotelli, perciò diciamo su Balotelli, come sarebbe poi questo film di Balotelli, un fermo immagine col protagonista a cui ogni tanto rode il culo e perciò delinque, UNO SPACCATO DEL PAESE, con uno straziante stornello in sottofondo, e statuine del presepe napoletano, e i film di Sorrentino, e la notte che Pinelli.

L’Italia è questa, un anarchico che vola dalla finestra e quarant’anni di dotti articoli di intellettuali minuscoli che si leggono a vicenda, quando si leggono, non arrivando neanche di striscio a intaccare la coscienza di un popolo che vota Renzusconi, proprio come me, e che proprio come me si aspetta l’intervento del Magical Negro a svoltare la situazione una volta ogni quattro anni  – dico Magical Negro non con il razzismo che mi contraddistingue, ma prendendo il concetto da un saggio antropologico sul cinema americano, perché sì, ogni tanto leggo queste cose, non tanto perché mi interessi il cinema americano, piuttosto perché ogni tanto mi prende il mostro di essere italiano e quindi MI DOCUMENTO (così, in generale). In pratica dice questa teoria che, nei film americani, a un certo punto arriva l’afroamericano che fa svoltare la situazione. Tipo in Shining. Poi non lo so se è vero, non ho visto altri film, ho visto solo che Prandelli ieri il Magical Negro lo ha tolto a metà partita, e il Magical Parolo ha funzionato al contrario.

Comprai una bandiera gigante dell’Uruguay, nel 1990, a Piazza San Cosimato a Roma dove, come ho già raccontato, io e gli altri ragazzinacci di strada simulavamo i mondiali di calcio all’epoca in corso nei nostri stadi vuoti. C’era un cartolaio in BOTTA mondiali che vendeva le bandiere di tutte le nazionali qualificate, io ero della Lazio e amavo la sua stella uruguayana Ruben Sosa, perciò presi quella. A proposito, in quegli anni, per almeno tre volte, qualcuno fraintese il mio cognome in SOSA (accadeva, credo, perché il mio cognome è piuttosto simile, e perché i romani sono da sempre ossessionati dal calcio locale e vi riconducono ogni cosa  – ogni sosa). Il primo giorno di scuola media fecero in cortile un appello generale delle varie classi, e quando chiamarono me, qualcuno commentò con odio: “SCE STA PURE SOSA”. La mia terza, dura esperienza di vita con l’Uruguay è che, sempre nel 1990, partecipai a un concorso del Guerin Sportivo che metteva in palio “La maglia della nazionale dei mondiali che preferisci”. Con sconcerto del Guerin Sportivo, fui tra i vincitori, e chiesi come premio una maglia dell’Uruguay. Immagino oggi, col senno di poi, le facce di una redazione che aveva progettato sto concorso e messo in palio, in realtà, 200 maglie dell’Italia, un paio del Brasile e forse della Germania, al ricevere la richiesta di un bambino di nome SOSA che voleva quella dell’Uruguay. Mi mandarono una maglia della Nazionale italiana, e quella fu la prima volta che me la presi nder culo, l’ultima ieri, e ancora chissà quante nel mio futuro.

Balotelli, Prandelli, perché ci volete male? Perché minate nel profondo la nostra umanità, inchiodandola alla croce tricolore che a tratti, spettri senza sepoltura, ci illudiamo di non portare più sulle spalle? Arivederci, Italia, vafangulo: gli insulti sulla Reeperbahn sono soprattutto colpa vostra.

PS: Nella notte, l’Ellade degli Uomini Liberi ha riportato un po’ di ragione in questo mondiale fin qui dominato dagli esotismi. Gli Stati Uniti sono ancora in gioco. Gli uomini veri sono ancora in piedi, a dare un po’ di speranza alle nostre aspettative tradite dai fichetti di Prandelli.

 

7 Risposte a “ARIVEDERCI ITALIA VAFANGULO”

  1. vuole dire che frega niente… ma niente niente proprio.
    per farti un esempio ficcante: nel 2006 c’era l’Italia in finale e quella sera sono andato a letto alle 21:00 circa perchè ero stanchino.

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