tanto se ribeccamo: Ice-T e i Body Count (parte I)

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Il giorno in cui è uscito I Trasgressori è stato un bel giorno. Un giorno giusto. Walter Hill ai controlli, storia alla Distretto 13 ma più amaro, con il denaro di mezzo (giungla metropolitana, soldi e armi, fortino assediato, alleanze temporanee solide come granito: western totale), destinazione dichiarata: sale di periferia semivuote d’estate (in Italia, ai tempi il periodo più morto dell’anno), pacifico fin dall’inizio. Protagonisti Ice-T e Ice Cube, per la prima volta insieme, che per un bambino nel 1992 era come dire Babbo Natale e Superman nello stesso posto. Hip hop ultimi fuochi, un attimo prima che il pestilenziale Dre e le sue ammorbanti superproduzioni soffocanti, pomposissime, inerti e sovraccariche da morte neuronale colonizzassero l’immaginario (non di una nazione: del pianeta Terra) ammazzando senza ritorno l’intero genere, il panorama era questo: negri che nelle foto ti guardano in cagnesco, nei dischi dicono un sacco di parolacce e sottintendono un rapporto con le armi che definire confidenziale è un eufemismo, incarnando e amplificando a dismisura le traiettorie più deleterie e degradanti che comporta essere nero e vivere in un quartiere di merda dopo la diffusione a macchia d’olio del crack nelle strade courtesy of l’amministrazione Reagan. Una sorta di vaudeville 2.0 a uso e consumo della medio-alta borghesia bianca con più o meno disperata necessità di identificare un nemico comune da avversare e temere; chi invece a South Central ci viveva per davvero sapeva benissimo che era tutta posa, romanzetto criminale, fiction farsesca a uso e consumo di bianchi ricchi, annoiati e mortalmente terrorizzati dalla sola idea di miseria, senza la benché minima idea di quel che potesse essere la cosa vera (certi posti non li avrebbero intravisti mai, manco con il telescopio, nell’arco di un’intera esistenza).
Però intanto i dischi spaccavano il culo, quasi tutti, indistintamente, e ti facevano sentire davvero dalla parte giusta della barricata; anche se avevi dieci anni, l’inglese lo capivi a malapena e i problemi veri erano piuttosto non prendere un brutto voto a scuola e non finire menato dai bulletti più grandi. Non importa: bastava far girare un’altra volta ancora Death Certificate o Kill At Will o O.G., ma pure We Can’t Be Stopped, risalire ai fondamentali con Straight Outta Compton o It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (ok, altra storia, loro erano gli intellettuali, ma a dieci anni cosa potevi saperne: negri incazzati che pronunciavano frasi in tono aggressivo rimanevano, stessa differenza) e via di nuovo nei bassifondi (per così dire), per sentirsi automaticamente calati in un contesto suburbano che avrebbe fatto apparire minaccioso e cupo e soffocante e asfaltato e opprimente qualsiasi posto. Non è durata. Per qualche anno effettivamente la qualità media delle uscite ha retto e una visione d’insieme a prescindere da costa Est e costa Ovest c’è stata, ma come ogni cosa bella è finita schifosamente in fretta.
In questo contesto, Ice-T era forse l’unico a mettere davvero paura. Sarà per quella mostruosa faccia da rettile, sarà per l’etnia che disorientava, impossibile da tracciare nettamente (mezzo nero mezzo creolo), sarà per la voce, capace di rendere ogni parola una profanazione, ma l’insieme (potenziato e avvalorato da una street knowledge al netto delle esagerazioni assolutamente plausibile) non aveva nulla di caricaturale, metteva davvero soggezione; come un parente lontano venuto a raccontarti quale razza di inferno sia stata la sua vita negli ultimi 35 anni, ma con affetto, senza morali finali e senza grandi lezioni da apprendere se non volevi apprenderle. Orfano a 12 anni, ex pusher, ex marine, folgorato dai precetti del magnaccia romanziere Iceberg Slim diventa magnaccia a sua volta, molla il colpo quando si rende conto che il rap procura meno grane con la legge e rende più dello sfruttamento della prostituzione. Finisce tra i bersagli preferiti delle farneticazioni sessuofobe del PMRC, accolita di invasati capitanata dalla moglie di Al Gore che alla fine è stata forse l’ultima vera spinta propulsiva per il mercato discografico (qualunque disco mettessero alla berlina finiva per vendere cento volte di più; ho conosciuto persone che compravano per puro principio qualsiasi disco portasse stampato PARENTAL ADVISORY da qualche parte sulla copertina. Io ero uno di loro), e questa è stata probabilmente la sua più grande fortuna. Da lì non solo la sua carriera musicale decolla ma, in qualità di bestia nera certificata, finisce regolarmente ospite nei talk show più gretti e degradanti della Nazione (dunque seguiti da decine di milioni di gonzi) dove, oltre a scoprire di essere telegenico, dimostra di avere un cervello e saper farlo funzionare egregiamente. Il modo in cui smonta fino all’ultima delle bestie che gli si parano davanti armate di stupidità e protervia inesauribili, ignoranza cieca e argomenti da far suicidare per l’imbarazzo chiunque con un QI appena di poco superiore a quello di Forrest Gump, trattando ognuno di loro con rispetto, che è dovuto anche alle bestie, mettendo sul piatto senza alcuno sforzo calma, freddezza, logica e lucidità di analisi aristoteliche, è ancora qualcosa a cui assistere fa bene all’anima, a decenni di distanza.
Buona presenza scenica, buona loquela, il cinema è il passo successivo. I colpi migliori li spara all’inizio: esplode in New Jack City e, appunto, I Trasgressori, un uno-due che da solo basta a motivare una carriera. Magia, pura magia. Sono passati ventidue anni e regolarmente ogni volta che rivedo I Trasgressori non riesco a non uscirne convinto che sia il film più bello di sempre. Poi finirà a fare quasi solo merda e telefilm (dunque altra merda). Contrappasso: nel telefilm di più lungo corso interpreta un poliziotto. Con i dischi la parabola discendente non è altrettanto brutale: alti livelli e almeno un capolavoro (Home Invasion, 1993, colossale, tra i più grandi dischi hip hop di sempre), tiene botta fino al 1996. Return Of The Real già contempla le macerie di un mondo che non esiste più, un uomo solo al comando con motivazione, determinazione sprezzo del ridicolo addirittura commoventi. Il mondo era cambiato, lui (ancora) no. Rispetto infinito. Da allora in poi non c’è più altro di cui valga la pena parlare. Ritorna sugli stessi passi nel 2006, con risultati diametralmente opposti: Gangsta Rap, dichiaratamente nostalgico oltre l’autoparodia, tanto farsesco da muovere a compassione, è il cartone animato di un mondo fin dall’inizio di cartapesta, ormai popolato dal solo Ice-T, unico depositario di un passato di cui da troppo tempo non frega più un cazzo a nessuno.

 

Time to take you back to the days of old
64 Chevys, big fat gold
Out to the west where the gangstas roam
South Central, L.A., my home

This ain’t R&B, this is Gangsta Rap
Bitches get smacked, busters get jacked
Front if you want, you’ll get laid on your back
It’s about guns and drugs and hoes and clubs.

 

Questa fa male. La convinzione qui fa male. La nostalgia di un mondo irreversibilmente scomparso e sempre più lontano ferisce quando si scontra con la brutale realtà dei fatti. Sembra uno di quei giapponesi convinti che la guerra non sia finita. È come se quel parente lontano ora avesse l’Alzheimer. Spero davvero non ripeta mai più l’exploit. Per tutto quello che viene fino al 1996, in compenso, ho nutrito e nutro un rispetto che sconfina nella devozione.

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