Non ho una vera e propria idea sulla chiusura de L’unità: ne prendo in prestito due altrui.

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L’Unità chiude, massacrata di debiti, dopo campagne di salvataggio opinabili. Storie già viste. Il mio contributo all’Unità, in edicola, si aggirava sui quindici euro l’anno, grossomodo: soldi che non consideravo particolarmente ben spesi o mal spesi. Compro riviste e quotidiani, più o meno a caso. A volte ne leggo anche qualcuno. Da ieri ho iniziato a leggere opinioni sulla faccenda, suppongo che continuerò a leggerne: ho trovato due pezzi che mi sono sembrati molto più belli degli altri che ho letto.

Uno l’ha scritto un cantautore, Giancarlo Frigieri:

“È un poco come quando noi suonatori da due soldi non andiamo mai a vedere un concerto in uno dei posti dove ci chiamano a suonare e poi un bel giorno, quando il posto chiude, diciamo “Che peccato”, ma in realtà siamo stati noi a far chiudere quel meraviglioso localino che era talmente meraviglioso che non ci siamo mai sognati di metterci piede.”

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L’altro è uscito nel blog di Leonardo Tondelli, che è il blog, ma che ve lo dico a fare. Va letto tutto (sto parlando con un grafico per farmene fare una versione elegante da attaccare al muro di casa), riporto qualche passo sul concetto di stare sul mercato.

Proprio la travagliata storia dell’Unità dovrebbe aiutarci a capire che le cose sono più complicate: da una certa distanza, perlomeno, viene il sospetto che i veri guai siano nati ogni volta che qualche direttore o proprietario visionario provava a starci, nel ‘mercato’: sin dalle famose e famigerate videocassette e figurine di Veltroni, che all’inizio funzionarono ma a un certo a punto colarono a picco. Un episodio più recente è la gestione Colombo-Padellaro, che è probabilmente il modello che ancora oggi somiglia più all’Unità come la vorrebbero i suoi lettori ed ex lettori. Era un giornale che funzionava, faceva parlare di sé, aveva un’identità forte – però faceva debiti. Più di recente anche la De Gregorio provò a fare qualcosa di diverso e interessante – ma c’erano già i debiti pregressi. Cruciale è stato poi il ruolo di un imprenditore, Renato Soru, che fino a un certo punto aveva interesse a investire sull’Unità, e a un certo punto questo interesse lo perse. Legittimamente: il mercato è fatto così.

(…)

Più in generale, chi parla di “mercato” molto spesso sta solo dando una veloce verniciata liberista alla legge della jungla – jungla peraltro mai visitata dal vivo. Sapete chi è che riesce a stare sul mercato, vendendo soltanto, ehm, ‘notizie’ e ‘opinioni’? Beppe Grillo. Niente carta, redazione minuscola, pochissime spese, tanta pubblicità. Il sito fa grancassa, i libri e i dvd fanno probabilmente il grosso delle entrate – e in questo momento in homepage c’è BRUNO VESPA “ECCITATO” DALLA BOSCHI. Il mercato, se proprio ci tenete, è quello lì. Ma magari non è il posto dove vi piacerebbe discutere. Perché poi il problema è sempre lì: quanto sareste disposti a pagare per avere un luogo, una piattaforma, un sito dove vi piacerebbe discutere in calce a notizie fresche e contributi interessanti? Molto poco. E quindi, a norma di “mercato”, un siffatto luogo di discussioni non dovrebbe sussistere. Possibile?”

 

 

3 thoughts on “Non ho una vera e propria idea sulla chiusura de L’unità: ne prendo in prestito due altrui.

  1. Parte della rifondazione di questa società o, più in generale, dell’umanità (cioè gli obiettivi alla portata di Bastonate) passa necessariamente dall’abbattimento di queste cazzate tipo la nostalgia e il rimpianto per un giornale che ha rappresentato qualcosa per una generazione diversa dalla nostra di cui abbiamo sentito/letto soltanto la squallida agiografia. “Quando c’era Berlinguer”… nun lo sapemo come cazzo era quanno c’era Berlinguer, sappiamo solo che le generazioni loden+sciarpa rossa+intoccabilità del FABER hanno avuto un enorme, infondato senso di superiorità nei nostri confronti, uno sperticato amore per il SOLDO e il DANARO, un teorico amore per la società basato su letture tipo Fenoglio ma del tutto inapplicato nella realtà… Chi cazzo comprava l’Unità? Non so, io no, perché le volte che ci ho provato ho scoperto che non ero interessato all’espressione cartacea di un partito politico/gruppo di potere a me – a noi, ragazzi – del tutto estraneo. Sai che je ne frega alla De Gregorio che chiude l’Unità? Un cazzo! “EH MA I LAVORATORI DELL’UNITA’…”, sì, lo so, me ne dispiaccio sinceramente, è duro e crudele e c’è gente a casa (valida, non valida, totalmente imbecille) anche se chiude Il Giornale demmerda o McDonald’s o qualunque cosa adesso vada di moda disprezzare. La “riflessione” (=frasetta demmerda de du parole) sul mercato è talmente superficiale da non costituire argomento valido per nessuno che abbia più di 12 anni. E’ vero, trovo irritanti anche io i liberali de sto cazzo o meglio i liberali da facebook che adesso fanno i duri EH IL MERCATO, ma li trovo irritanti perché non sanno di cosa parlano, così come non sa di cosa parla chi fa il paragone Bruno Vespa vs. Contenuti Interessanti che E’ Giusto Pagare. Insomma, quanto so’ serio. Rottura di cazzo. Vaffanculo tutto.

  2. Aggiungo leggerezza a leggerezza (non) ricordando che c’è un pensiero buttato lì a cazzo da Pessoa, non so dove (d’altra parte Pessoa ha solo buttato pensieri lì a cazzo: our temple, our hero), in cui essendo Pessoa e non me esprime in modo molto poetico e detto bene che il MERCATO e i SOLDI sono concetti contrari al bene. Sono profondamente d’accordo, ma rimane il fatto che se il tuo progetto di vita è migliorare la società producendo un foglio culturale che viene messo in vendita e ti viene pagato e tu ti fai i conti e dici ok, possiamo permetterci Ashared Apil Ekur e m.c. e je damo 1000 lire al mese a tutti e due, se arriva il momento in cui questa cosa non funziona più, anche e sicuramente per colpa della società bastarda e decadente, tu non puoi esse IL RIFORMISTA demmerda che pretende non so, alti stipendi per la direzione e le firme di punta, sede di prestigio o che so io, insomma ALTO TENORE DI VITA per produrre un giornale che vende 5000 copie o meno. E la cosa triste è che poi noi schiavi dell’informazione, noi plagiati da sti stronzi, scriviamo lunghi post pieni di sensi di colpa IL RIFORMISTA CHIUDE PER COLPA NOSTRA CHE NUN SOO COMPRAVAMO, ma la verità è che Mancuso o chi cazzo era il direttore se ne è sbattuto la minchia molto più altamente di noi, noialtri poveri stronzi che avremmo il dovere, chissà perché, di sostentare tutte le imprese autoproclamatesi CULTURALI… Ma poi, in sostanza, le leggevate ste cose? Li leggete sti articoli? Non stiamo parlando di Mind, ma dei prodotti della nostra provincialissima, chiusissima, autoreferenzialissima classe di “intellettuali”… Cioè, Dio cristo.

  3. Speriamo sia il primo di una lunga serie. Io non mi preoccuperei troppo di chi ci ha lavorato: gli stagisti sottopagati quasigratis continueranno così fino a 45 anni presso altri giornali (di sx), quegli altri, i “giornalisti de L’Unità”, la Conci De Grego, figurati se hanno mai lavorato un giorno vita loro.

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