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Il pezzo dell’estate. Di ogni estate.

ndr

 

Celebrated summer è l’inno che l’estate non merita, allo stesso modo in cui Un mercoledì da leoni è il film che i surfisti non meritano o Lo Straniero il libro che i galeotti non meritano. Però c’è, esiste, e dal momento che c’è non puoi fare altro se non accettare grato il dono della bellezza e tacere (o ignorarlo, certo: altro discorso). Dal dettaglio più macroscopico fino alla più infinitesimale delle sfumature, tutto concorre a renderlo un’opera che dire monumentale sarebbe fare un torto alla categoria delle opere monumentali: il suono scartavetrato delle chitarre, la batteria che pare un torchio manovrato con furia omicida e accanimento chirurgico da un operaio alla catena strafatto di crack, il crescendo wagneriano, le parole e quello che significano e il modo sguaiato in cui vengono urlate a squarciagola, in alternativa lo sforzo titanico nel produrre una linea vocale vagamente melodica nei momenti tranquilli (chiaramente finito a schifio già dalla prima nota), il pacchetto completo. Quattro minuti in cui è racchiuso qualcosa di più umano dell’umano.

Esclusi i sordi (inteso in senso lato), dal momento in cui ci finisci dentro resti dentro, non se ne esce; entra nel sangue e ogni estate lo ritiri fuori, come i maglioni in naftalina all’arrivo dei primi freddi. Un rito a cui diventa impossibile sottrarsi. È matematico, un rapporto di azione–reazione, come un livido dopo aver sbattuto da qualche parte o il mal di testa il mattino dopo una sbronza particolarmente aggressiva.
Per me, qualcosa che da sempre associo a una vaga e onnicomprensiva idea di stare bene generalizzato, una zona della mente dove vado ogni volta che quello stato mentale voglio prendermelo: I summer where I winter at, and no one is allowed there. Deviazione dal tracciato: per me funziona soltanto in estate. D’inverno non avrebbe senso (quando fuori si gela e alle cinque del pomeriggio è già buio magari certi pezzi di New Day Rising li ascolto pure, ma Celebrated summer la salto, sempre. Limite mio). Che il sole sorga domani è un’ipotesi; far girare Celebrated summer quando il sole c’è una certezza.

Poi subentra il discorso delle aspettative, quello è più bastardo. Celebrated summer carica molle inaudite in tal senso. Finisci per sentirti in colpa se non stai passando un’estate da paura, il pedale dell’acceleratore sempre schiacciato fino in fondo. Ansia da prestazione. Uniche soluzioni: cancellare le aspettative (autodeterminazione) e lasciare che sia, o pentirsi di avere incrociato la strada con questo pezzo. Delle due, soltanto una porta effettivi benefici nell’affrontare la questione.

Nel 1995 gli Anthrax l’hanno rifatta, è forse la sola cover degli Husker Du ad avere mai avuto un senso.

5 Risposte a “Il pezzo dell’estate. Di ogni estate.”

  1. kozelek ha smesso di fare cover sensate nel 2001, “what’s next to the moon” ancora è bello. tutto quel che viene dopo manco lo considero. il disco di cover dei modest mouse era una macchietta imbarazzante, da lì in poi ha solo continuato a discendere la china.

  2. Kozelek? Basta, vi prego, non ce la faccio a vederlo soffrire così

    W gli Anthrax tutta la vita

  3. aggiungo forse don’t want to know if you are lonely dei green day, che ha un alone di rispetto che mi piace sempre molto. è bizzarro, se penso che anche gli Entombed hanno sbagliato una cover degli Huskers.

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