Sleeps With Angels, 20 anni e 2 giorni dopo.

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Sleeps With Angels esce il 16 agosto 1994. Lavorazione travagliata: registrazioni iniziate, arenate e mai finite più volte; nel mezzo giri a vuoto, metri di bobina che chissà che fine hanno fatto (magari spunteranno fuori nella serie “Archives”, mi interessa il giusto: non sono il suo filologo, per quello si basta da solo). Poi lo scarto decisivo: il cadavere di Kurt Cobain ancora fumante sblocca l’ennesima impasse, ultimi pezzi incisi, disco pronto. Titolo tristo, visto in prospettiva, del tipo insegna agli angeli a fare qualcosa; forse allora l’infame metafora non era ancora tanto in voga come oggi, non ricordo. Mezzi per un fine in ogni caso: il leader dei Nirvana con il disco c’entra quanto i cavoli a merenda. Un puro pretesto. Spiace giusto che la title-track, originariamente un mostro da venti minuti e rotti, sia stata tranciata dopo tre e qualcosa, questo sì. Copertina inquietante, sgradevole almeno quanto quella di re·ac·tor che invece faceva schifo e basta, questa attrae e respinge come due poli di un magnete messi insieme. Video di Piece of crap firmato Jonathan Demme a fare da apripista, sgranato come manco uno snuff movie, ma di qualità infima. Gran biglietto da visita (lo dico senza la minima ironia). Idea geniale farlo uscire in piena estate: una via di mezzo tra sadismo puro (verso i fan, spesso cavie inconsapevoli di esperimenti a dir poco pavloviani) e suicidio commerciale (consapevole o meno, stessa differenza). Cosa che puntualmente avverrà, almeno in Italia, almeno nel negozio in cui ho passato più ore della mia vita di quanto sia accettabile ammettere: camionate di forati a 4.900 lire di lì a poche settimane dall’uscita, quasi senza passare dal via. Aveva battuto in quantità di colli pure Songs of Faith and Devotion, altro grande classico tra gli invendibili del tempo; beffardo quanto le cose cambino in fretta. Questo mi ha inibito l’ascolto, per anni. Motivo: anche Landing On Water stava a 4.900 lire, però quello l’avevo comprato.

Non so cosa mi abbia fatto gettare infine il cuore oltre l’ostacolo, ma sono grato che sia successo. Ci mette un po’ a entrare sotto pelle Sleeps With Angels, più del solito, ma quando infine attecchisce è un trip senza ritorno per davvero. Nelle parti distorte è forse in assoluto il disco più autistico, preso male, cupo e malmostoso tra tutti quelli mai incisi da Neil Young, perfino più di re·ac·tor (il mio personale abisso nietzschiano). I pezzi tranquilli emanano un sentore di morte imminente che in confronto On The Beach è una freschezza. L’insieme toglierebbe la voglia di vivere a un miracolato. Tutto, la voce effetto “unghie sulla lavagna” più del solito, l’infernale gioco di rimandi e cortocircuiti all’interno di un canzoniere sterminato ma ugualmente chiuso in sé stesso e disperatamente familiare che ogni brano evoca spontaneamente, l’atmosfera generale da far sembrare Un tranquillo weekend di paura la realtà di tutti i giorni anche se vivi in un attico a New York City, Western Hero e Train of Love stessa musica con testi diversi (soltanto uno degli infiniti attentati al sistema nervoso che è il canzoniere di cui sopra). Arriva il momento in cui ogni pezzo si sfalda, deraglia verso qualcosa di minaccioso, indecifrabile, lacerante, funereo, ombelicale, autofago e profondamente sgradevole, un test attitudinale dove nessuno uscirà vincitore mai.

Piece of crap rientra agevolmente nei cinque pezzi più terrificanti tra tutti quelli che ho ascoltato nella vita, forse nei primi tre. Un altro è T-Bone, ma questo per certi versi lo batte pure. L’alienazione, la paranoia, la frustrazione, la devianza mentale, l’ignoranza becera e fiera in quantità incommensurabili qui condensate sono qualcosa di impossibile da sintetizzare altrimenti. Un miracolo negativo, peggio di una droga che prende sempre e soltanto male, che sgretola e manda in briciole le sinapsi senza un nanosecondo di beatitudine come ricompensa, solo scorie. T-Bone era e resta una lobotomia frontale, ma almeno alla fine sei tranquillo. Inerte, inoffensivo, sguardo vitreo perso nel vuoto e bava colante, ma tranquillo. Piece of crap ti manda a male senza l’anestesia dovuta alla stolida ripetizione di T-Bone, quel che lo rende ancora più deleterio è che gli effetti non sono permanenti: ogni volta un calcio dritto in pancia e il peggio del genere umano iniettato direttamente nel cervello. Ogni volta. Stesso effetto.
Era la prima volta che incontravo la parola “crap”. Non avevo idea di cosa potesse significare, sul vocabolario non c’era. Soltanto anni dopo ho scoperto che voleva dire “merda” (niente computer, niente Internet). Aveva un senso. Ha un senso.

Ci voleva un’occasione speciale per farmi riascoltare Sleeps With Angels, non lo faccio spesso. Vent’anni e due giorni dopo resta impenetrabile, un muro di cemento, e continuare a sbattere la testa contro i muri col tempo ha finito per stancarmi. Ma a volte capita che il gioco valga ancora la candela. Questo è il caso.

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4 commenti su “Sleeps With Angels, 20 anni e 2 giorni dopo.

  1. tagnin il said:

    il nostro era in difficoltà terribile già negli anni ’90, c’era anche un orribile unplugged circa coevo a questa roba, di cui ricordo la title track promettente ma troncata, e la vergogna (che ho ancora) pensando al motivo per cui l’ho comprato

    la cosa strana è che ho fatto passare i titoli e certe parti dei pezzi me le ricordo ancora, ma credo sia perché nel ’94 si ascoltavano davvero i discvabbè sono barboso basta

  2. All’epoca mi deluse. Poi, qualche tempo dopo, mi ascoltai con calma “Prime of life” e pensai che eravamo di fronte ad una canzone stupenda. Quindi ripresi in mano il molosso. Oggi lo ritengo un gran bel disco. Non un capolavoro, il che a volte me lo rende anche più simpatico

  3. tagnin il said:

    in definitiva no, anche se c’è un sacco di mestiere, e poi i due testi sulla stessa musica sanno di presa per il culo (e se hai presente quella roba spacciata per l’ultimo disco puoi anche pensare che si tratti di una vena che solo adesso è finalmente arrivata alla luce)

    tieni presente che nel ’94 compravo tutto quello che aveva vagamente la flanella a scacchi, quindi nella merda ci navigavo, ma anche nel contesto non spiccava, era il brand e poco altro

    a proposito, di notevole all’epoca ricordo solo l’ep coi pearl jam dove suonava sui loro pezzi, il che per un songwriter mi pare abbastanza avvilente

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