Una volta ho visto i Van Pelt dal vivo. Robin Williams era morto da poco.

 

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La musica chiede quasi sempre di scegliere. Per evitare di farlo alcuni ascoltano la radio, e credo sia per quello che la musica alla radio sembra sempre finta e vuota. Alla radio i REM non sembrano mai veramente i REM, c’è sempre un edit diverso o cinque BPM in più o uno speaker simpaticissimo che inizia a parlare mentre ancora l’ultima nota di piano di Nightswimming non se n’è andata via in silenzio. Ascoltare Nightswimming prevede qualche secondo di silenzio alla fine, e non c’è nessuno che poi parla al microfono con una voce esaltata per tirarmi su di morale, che se avesse voluto farlo davvero se la sarebbe dovuta tenere in tasca, Nightswimming. E insomma si sceglie, centinaia di volte al giorno. Pensi che una canzone sia tutto ciò che vuoi per il viaggio, cantarla a squarciagola lanciato su una strada deserta. Scarichi il disco e lo masterizzi o ti fermi al negozio per comprarlo nuovo e metti su la canzone e a metà del primo ritornello la canzone in realtà non è più quello che vuoi e rimetti su quell’altro disco, quello che suona più piano, quello che non è il tuo preferito ma ce l’hai sempre vicino al sedile. E poi scegli di cambiare ancora o di non ascoltare la traccia numero quattro perchè, beh, non sono cazzi vostri. La letteratura si concentra molto di più sull’aspetto unificatore della musica, la sua capacità di creare delle reti, di quanto faccia sul carattere divisivo e personale. Il motivo fondamentale è che le tendenze unificatrici vendono birra. Con ogni disco e con ogni gruppo ognuno ha la sua storia, ed è una storia poco interessante perché sono gruppi e dischi.

La mia storia coi Van Pelt inizia per negazione. È il 1997 e leggo una recensione dei Royal Trux su Rumore: Claudio Sorge, che all’epoca è il direttore e firma il pezzo, scrive grossomodo che “i Royal Trux non sono più di moda. Me ne sono accorto in redazione, molto più opportuno scannarsi sull’ultimo dei Van Pelt…” Cito a memoria. Sorge è impegnato da tempo in una microbattaglia contro una certa aurea mediocritas, il post rock, le soluzioni minimaliste e in punta di dita riconducibili in qualche modo al punk. Odia i Tortoise e il post-rock; dei Van Pelt non dice niente di male, strettamente parlando, ma la musica divide almeno quanto unisce e questo gruppo che non ho mai sentito sembra stare decisamente dall’altra parte. Non è un periodo in cui posso andare a controllare cosa è vero e cosa è falso, mi fido di quello che sta scritto nelle recensioni. I Van Pelt stanno forse nello stesso numero, la recensione è boxata come quella dei Royal Trux, non la ricordo nemmeno più. La copertina è dipinta e virata sul verde.

Nella mia città c’è una strana tradizione emocore/indierock e credo sia tutto da far risalire a un tizio che organizzava concerti in uno squat a un certo punto; Blonde Redhead, Karate, Mineral, i primi Get Up Kids, Cap’n’Jazz, Braid eccetera. Basta una decina di persone a fare una scena, se sei in una città come la mia: uno ascolta un disco e lo fa girare, prova a far suonare il gruppo, tutta quella roba. Ai Van Pelt ci arrivo così, tramite amici che sono stati contagiati da qualcuno di quelli che hanno smesso con Fat Wreck e hanno iniziato a suonare, secondo la felice definizione del mio amico Nicola, “tipo Texas is the Reason”. Se metti su il disco capisci subito perchè a uno come Claudio Sorge fa schifo.

Sultans of Sentiment, dio. Che titolo stupido.

Chris Leo è bellissimo di quella bellezza femminea e gentile, viso dolce scolpito un po’ Fassbender un po’ Keanu Reeves. In un’altra vita sarebbe stato l’attore di punta in qualche teen-drama, magari una delle voci della sua generazione, quelli di cui gli altri invidiano l’esistenza; o magari un Jamie Walters qualunque, belloccio con la chitarra in un telefilm in voga. Non conosco la sua storia, so solo che suo fratello si chiama Ted. Suppongo che un giorno si sia trovato in mano una chitarra, e che da allora abbia iniziato a suonare e a fare scelte. Forse erano le scelte sbagliate, forse no. Dicono che ai tempi del primo disco qualche grossa etichetta s’era fatta avanti e aveva offerto al gruppo un contratto di quelli con un sacco di zeri. Loro invece firmano per un’etichetta minuscola col nome buffo, fondata da uno che stava in un gruppo accacì violentissimo. Gern Blandsten. L’etichetta, dico.

Dicono che i soldi non siano tutto. La grande domanda della settimana scorsa: com’è possibile che un attore bravo e di successo cada in depressione? Altra grande domanda: il suicidio è o non è una forma estrema di egoismo e narcisismo? Non so se ci sia una risposta, sarebbe stato sicuramente bello se non ci fossero state nemmeno le domande. Un’altra domanda: è possibile realizzare un disco come Sultans of Sentiment quando si è in pace con se stessi? Probabilmente sì, ma più probabilmente no. Nella testa di Chris Leo non ci sono mai stato. Spesso, a vederlo, dentro la testa di Chris Leo non c’è nemmeno Chris Leo. Sia quel che sia i Van Pelt si sciolgono l’anno stesso di pubblicazione del loro capolavoro, il cantante fonda un gruppo chiamato The Lapse e prosegue a suonare in giro. Il primo disco dei The Lapse è bellissimo. Non quanto quel disco dei Van Pelt, ma mica tanto più brutto.

Mi pare assurdo tocchi proprio a noi di sentirci non adatti inadeguati, noi che abbiam l’unica colpa di esser stati più curiosi, di non esserci mai accontentati di certi modelli di certe etichette di un linguaggio dal vocabolario ridotto, dello stesso filo conduttore tra cattiva qualità e successo commerciale, come per certe canzoni e per certi cantanti fermi da anni a un vecchio ritornello, il loro idioma io non lo comprendo, sono un sordomuto con questa passione per il canto.
(Caso)

Quando vedi dei ventitreenni urlare come dei pazzi sotto il palco dei Fine Before You Came non stai lì a chiederti quanti di loro avevano sentito Cultivation of Ease appena uscito, è una domanda vuota e stronza, è vuoto e stronzo anche stare un po’ dietro con le mani in tasca a godersi un’aranciata mentre davanti s’abbracciano gridano e saltano dal palco. Il motivo per cui queste cose sono tornate a far gente è lo stesso per cui, a scadenza regolare, assistiamo al ritorno in auge del rock’n’roll: la gente ha bisogno di concetti facili e di musica suonata forte. Trovarsi in mezzo a duecento persone che urlano ho tirato pugni da ogni parte solo per uscire da un sacchetto di carta può essere estremamente patetico o estremamente trascinante; nel secondo caso vuol dire che senti di trovarti in mezzo a tuoi simili. Ci sono meccanismi di identificazione e lubrificanti sociali, non così diversi da quelli che governano il rock da stadio, un po’ più mirati e un po’ meno universali; cambiano i rituali di affiliazione e il numero di persone sotto al palco. Se sono troppo poche basta stringere i muri del posto e scendere dal palco. Sultani del sentimento. Poi ci sono quelli che spendono centinaia di euro per andarsi a vedere la reunion degli Stones, sulla base del fatto che probabilmente la prossima volta qualcuno di loro salirà sul palco con un respiratore. Le storie che puoi raccontare sugli Stones le ha già raccontate qualcun altro meglio di te, tipo Godard, e comunque non erano interessanti già allora.

This show represents a triumph of normal people over businessmen, social manoeuvres and celebrities and politicians. This show is a triumph and a recognition of how fundamentally right normal people are.
(Steve Albini)

La canzone che apre Sultans si chiama Nanzen Kills a Cat e si ispira a un racconto Zen. Il mio amico Maurice per un certo periodo ha cercato di introdurmi al buddismo Zen, nello specifico la versione soap-opera dello stesso: io passavo il tempo a pensare e gli illustravo i miei progressi, lui mi percuoteva con un bastone. Chris Leo enuncia slogan fricchettoni con la voce aspra e un tappetino di chitarre sotto. La gente è supposta consumare birra e vino per mandare in pari il gestore del locale. Crucify our father Edison, sacrifice to the new mysticism, smash the bulbs that lengthen the day: chi può cantarle sentendosi in buona fede? Molte delle cose che ascoltiamo o leggiamo le diamo per buone, perchè decodificare costa tempo ed energia che non abbiamo. Qualcuno se ne approfitta, qualcun altro non si pone il problema. A volte mi piace pensare che un gruppo come i Van Pelt non accetti un contratto multimilionario perchè sceglie di cambiare la vita di una persona invece che rallegrare blandamente la vita di mille persone. Quel disco di parole aspre e incomprensibili e melodie sbilenche ha cambiato la vita di un sacco di persone. Forse anche a me, sicuramente più di quel disco orribile dei Royal Trux.

E poi quattro tizi imbracciano gli strumenti sotto la tettoia dell’Hana-Bi, verso le dieci e mezzo del 14 agosto. Robin Williams è morto da qualche giorno, e mentre siamo lì (ora più, ora meno) un attacco di cuore stronca Jay Adams. I presenti davanti alla tettoia si dividono in parti uguali tra presenzialisti dell’indie, sultani del sentimento, curiosi generici e gonzi semiubriachi in botta per il party di ferragosto. Il nome del gruppo che suona è The Van Pelt: sta scritto su un poster bellissimo di Baronciani attaccato sotto la consolle. Il cantante aveva anche suonato al Bronson, che è l’Hana-Bi d’inverno, qualche anno fa. Il nome del gruppo era Vague Angels e stava su un poster molto più piccolo. La data l’aveva messa insieme il mio amico Diego, avevamo iniziato a mettere dischi al Bronson da qualche mese. Chris Leo non ha mai smesso di suonare, tour poco o per niente seguiti, messi insieme con una rete di contatti orizzontale. Dicono che ami l’Italia, sicuramente parla italiano meglio di quanto io parli inglese. A quanto ne so il tour europeo i Van Pelt l’hanno messo insieme per suonare a un ATP, che viene cancellato all’ultimo; due giorni prima ha fatto un secret show a Ferrara. C’è anche un video su Repubblica, quello che parla nel video scrive pure su questo sito. Tutto in famiglia. Chi c’era mi racconta che è stato “commovente”; io stasera sono venuto col minimo sindacale di fotta. Quando un gruppo si riforma mi figuro sempre Matteo Cortesi scrivere “tristo karaoke per introdotti” e schiacciare il tasto pubblica. Matteo ha sempre ragione, e ogni volta che un gruppo si riforma tocca cercare di capire se sia saggio o meno non curarsene. Poi quelle melodie iniziano ad intrecciarsi e la nostalgia ti stringe alla gola con una mano e ti sussurra “quando inizia a far male puoi andartene”.

Durante la prima parte del concerto chiacchiero un po’ con qualche amico, poi diventa inevitabile girare in mezzo alla platea e fare scorta di sguardi e sorrisi. Basta andare un pochino avanti sul palco: niente scene isteriche, applausi che scrosciano ogni tanto. Sul palco i quattro sorridono sereni, crescono piano d’intensità alla fine dei pezzi, Chris urla e perde un po’ la voce. Uno mi indica il tizio davanti a me: ha sessant’anni, è lo zio di un suo amico, se li porta ai concerti da quando andavano alle medie. Fa su e giù con la testa. Un altro è davanti con il sorrisone, ha scritto un pezzo sui Van Pelt ispirato a Foster Wallace che sta su Non ti divertire troppo. Diego è subito dietro. Un paio di mesi fa mi ha spiegato che il disco nuovo dei Van Pelt è una specie di reboot del primo disco dei The Lapse. Alla fine del concerto sembra ubriaco di star bene. Il commento finale è suo: “tutte quelle che potevano fare le hanno fatte”. I Van Pelt se ne sono già andati a vender dischi. Qualcuno in consolle mette un disco dei Blur.

9 thoughts on “Una volta ho visto i Van Pelt dal vivo. Robin Williams era morto da poco.

  1. Al concerto “di recupero” a Londra il comportamento del pubblico ha sfiorato la pazzia, la band era molto sorpresa da quasi voler scansare l’abbraccio maniaco della folla. Di singole vite pare ne abbiano salvate un bel po’.

  2. tipo prime file di due-tre generazioni di età diverse a cantarle tutte in faccia a Leo ed esultare come gol ad ogni riff di incipit, crowd surfing in uno scantinato di due metri, cori aggiunti di “ahhh” del pubblico su Yamato così a caso e la band che si mandava occhiate del tipo WTF?!, applauso pro bis di 10 minuti e alla fine l’impressione era che i fan avessero governato il concerto con la band solo in balia di essi.

  3. Mai sentito un pezzo dei van pelt prima dell’hanabi. Diversi pezzi mi hanno lacerato il cuore. Che gran concerto, che gran gruppo e se posso dire anche che bel pubblico. Veramente tutto perfetto. Compresa la voce di chris leo che per me sarà sempre roca

  4. Neanche io li avevo mai sentiti prima: mi sono piaciuti ma sinceramente non mi hanno fatto impazzire..

    C’è da dire che l’enorme scazzo che avevo probabilmente ha influito.

    Ma ancora più probabilmente: mi mancava tutta una infrastruttura emozionale che gli altri avevano e io no. E quindi mi sono sentito un po’ come un imbucato ad una festa.

    Boh.

    Ah, poi quando è partita Girls And Boys ho deciso che l’estate 2014 era finita.

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