Non è proprio tutta la storia, è solo la parte che voglio raccontare -e nemmeno tutta.

stwha001

Qualcuno a un certo punto ha deciso di smettere di raccontare una storia per intero, è stato un sacco di secoli fa. Magari prima la regola era che una storia doveva essere composta di tutti i fatti che la riguardavano, poi solo dei fatti che avrebbero aiutato a comprenderla perfettamente. Qualcuno, una volta, ha deciso che anche i fatti essenziali a comprenderla potevano essere taciuti, e ha iniziato a raccontare qualcosa che si riferisce vagamente a una storia che l’ascoltatore dovrà mettere insieme per conto suo. Dal canto nostro siamo disposti a non offenderci se l’ascoltatore traviserà qualcosa che abbiamo messo tra le righe. Credo che vengano chiamate ellissi. I musicisti pop sono imbrigliati dentro una canzone di tre minuti: possono raccontare storie minuscole o possono raccontare parti minuscole della stessa storia.

Il gruppo si chiama The Get Up Kids. Ha pubblicato un disco che è stato un bel successo indipendente, roba quasi da numeri uno del loro giro, quella musica metà lacrime e metà spigoli che tutti chiamano ancora emocore. Diventano amici di un tizio, si chiama James Dewees, suona la batteria in un gruppo pestone ma suona anche le tastiere per conto suo, iniziano a suonare assieme, provano qualche soluzione un po’ più pop, quadrata, scolastica. Abbozzano le canzoni e pensano che buon dio, funziona. Non so come sia successo, è solo una cosa che mi immagino.

Dicono che le grosse etichette avevano già iniziato a bussare alla porta, ma il gruppo sceglie un’altra soluzione. Molla l’etichetta che aveva pubblicato il primo disco, non accetta le offerte major, decide di stampare per una label neonata e fondamentalmente sconosciuta, tale Vagrant. Il tizio dell’etichetta forse è il primo a sentire qualcosa in quelle canzoni. Dicono che per finanziare le registrazioni il tizio abbia fatto ipotecare la casa ai genitori. Il gruppo si registra senza produttori, tutto in famiglia, prendendosi il tempo che serve, e nell’autunno del ’99 fa uscire un disco che si chiama Something to Write Home About.

Non so se quella canzone sia arrivata all’inizio o alla fine del processo di scrittura, i gruppi come i Get Up Kids non sono abbastanza determinanti da far uscire documentari su queste cose. Credo che l’avessero abbozzata, e il testo era bello, lo erano tutti i testi. Non ho mai avuto un gruppo: come funziona? Suoni un giro di chitarra, gliene attacchi sopra un altro, c’è una tastiera che entra, dici “cazzo sì”: non sai ancora quanto sia diverso da tutto il resto, ma un po’ lo è. Magari qualcuno, il bassista, che ne so io, si ferma un attimo e dice no dai aspetta non mettiamoci a fare le puttane, suoniamo l’emo, facciamo i ritmi storti, dai, guarda che il disco vecchio è andato da dio. Boh. Io mi immagino che sia partito tutto con quella canzone. Che l’abbiano suonata una volta, più o meno come andrà poi a finire nel disco, e abbiano detto che cazzo sì. E che il resto sia venuto tutto a seguire. Le recensioni non rendono giustizia alla musica anni novanta. La scrittura è molto tecnica, Lester Bangs è stato purgato come un peccato di gioventù (tutto sommato lo era) e si tende ad usare un gergo specializzato che significa poco e puzza di snobismo. I sensazionalisti sono anche peggio. Qualcuno è ancora scottato per non aver visto arrivare il grunge, ha paura di vedersi passare sotto il naso i nuovi Nirvana, e per sicurezza lo scrive sempre. I nuovi Nirvana qui, i nuovi Nirvana là. Il punk rock ha già squartato le classifiche da un lustro, qualcuno di quei gruppi continua a vendere dischi in numeri spropositati; per chi arriva e suona il punk non c’è praticamente più niente da vincere, se non la gloria da stronzi di chi è arrivato dopo-ma-bene e magari venti minuti di celebrità nell’attesa di venire scannato dai puristi. Nel 1999 la roba che funziona ha le chitarre basse e le melodie copiate da Cure e gruppi simili. Scarto questo disco di cui ho letto belle cose, lo metto nel lettore CD. A metà del primo pezzo ho gli occhi sbarrati e i peli dritti sugli avambracci. Dico aspetta, premo stop, alzo il volume a palla, la risuono dall’inizio e lo penso. “Eccola”.

Certe cose le cerchi per tutta la vita e non sai cosa siano. “La mia canzone”, quella dove c’è tutto e non manca niente, è un concetto buono per le storie che raccontano in TV o per quelli con venti CD a casaccio dentro l’armadio: concetti semplici, monogamia musicale. Non è quello, è qualcos’altro. Molti maniaci musicali passano una fase Bruce Springsteen, quei periodi della vita in cui compri dieci dischi del Boss e un giubbotto di jeans ed inizi a cantare a squarciagola di scappare via, incontro ad una nuova vita, con l’auto che sfreccia su una strada deserta e i finestrini abbassati. Il pugno alzato al cielo è facoltativo. Ecco, io questa fase non l’ho mai avuta. Possiedo un best of e due dischi originali di Springsteen: uno non l’ascolto mai, l’altro è stato registrato in una cameretta. I sassofoni non mi fanno nessun effetto. L’autoaffermazione non è la mia tazza di tè, vorrei che lo fosse, ma non lo è. La mia vita consiste nel fissare il baratro con una mano sulla ringhiera e l’altra sulla sbarra, pensare “non so” e razionalizzare. Non sono un personaggio romantico o decadente. Le canzoni che parlano di me non sono mai un granché, tocca togliere dei pezzi e lasciare che qualcuno immagini qualcosa che magari non c’è.

Se guardi le foto dei Get Up Kids lo capisci subito. Hanno magliette a righe ma non quelle magliette a righe, giubbotti di jeans ma non quei giubbotti di jeans, camicette ma non quelle camicette. La foto di un gruppo vuole sempre comunicare qualcosa: siamo arrabbiati, siamo tormentati, lottiamo per sopravvivere ogni giorno, abbiamo fatto i soldi, siamo al verde, ci piacciono molto i Led Zeppelin, beviamo un sacco, abbiamo detto addio ai carboidrati. Le foto che non comunicano nulla sono così poche da venire investite di un significato universale e di rottura, come quella dei Minor Threat sugli scalini di casa. Le foto dei Get Up Kids all’epoca di Something comunicano “mettiamo insieme una squadra di basket amatoriale, facciamo il campionato col CSI e se ci impegniamo arriviamo terzultimi”. Holiday è così, non è niente di speciale. Non è il riff più bello della terra, non è un suono di chitarra che non s’era mai sentito, non è il testo più profondo della storia dell’umanità. Holiday è una serie di luoghi comuni alternative messi insieme in un modo corretto e onesto, niente di speciale. Però.

Tra tutti i modi in cui potevano suonarla e registrarla, i Get Up Kids decidono di metterla sul nastro in quel modo lì. Come se fosse l’ultima canzone mai suonata da chiunque. E quando ascolti Holiday ti immagini il gruppo che la suona davanti a te: l’hanno provata un milione di volte ma sorridono come se fosse la prima, urlano come dei pazzi, fanno i cori, non mollano mai un secondo. A un certo punto le chitarre s’abbassano un po’, c’è una specie arpeggio, ma stanno solo per caricare un finale più intenso. E poi, tra tutti i posti dove potevano metterla, la infilano all’inizio del disco. Potevano iniziare con quattro botte di batteria ma la prima cosa che senti è un mare di chitarre che sbragano, che se hai dimenticato il volume alto perdi l’udito, o lo alzi apposta per perderlo. E la voce di Matt Pryor urla sempre più forte fino alla fine del pezzo, e poi ci sono dieci minuti di coda con le chitarre che scendono, e prima che arrivi il silenzio inizia la seconda canzone. E ha quel testo lì, Holiday. È fatta per essere cantata a squarciagola da centinaia di persone col cuore spezzato.

(intervallo)

Something to Write Home About è uno di quei dischi che sono belli dall’inizio alla fine, che non calano mai, che ogni volta c’è una canzone diversa, una riga di testo che ti ammazza e queste cose. Un album registrato e messo sul mercato a testimonianza di alcuni mesi in cui i Get Up Kids avevano scritto, semplicemente, le migliori canzoni al mondo. Action&Action, Valentine, Red Letter Day, Out Of Reach, Ten Minutes, The Company Dime, My Apology, I’m a Loner Dottie, a Rebel, Long Goodnight, Close To Home, I’ll Catch You. Da quando ho il lettore CD non sono mica più tanto bravo a ricordare i titoli delle canzoni, sono sempre “la quattro” o “la sette” o cose così. Probabilmente ricordo a memoria i titoli di tutte le canzoni di cinque dischi dopo il ’98.

I Get Up Kids di dischi ne hanno fatti altri due, ed erano bellissimi entrambi, non quanto Something ma bellissimi. Non sono piaciuti, per un motivo o per l’altro. E poi si sono sciolti, che tutta la bellezza di questo mondo non basta a tenere in piedi una cosa che è finita. Something ha venduto centinaia di migliaia di copie, ma non è mai diventato un vero e proprio classico, uno di quei dischi con cui tutti fanno i conti. Sembrava più una moda del momento, come degli Staind qualunque. È difficile dire se avrebbero potuto fare di meglio se avessero firmato con una corporazione: non lo sapremo mai, ma probabilmente no.

Holiday non mi ha mai abbandonato, e io non ho mai abbandonato lei. A un certo punto il CD era pieno di graffi e saltava su Out of Reach, che. Start over is no way to begin. Dio quante storie ho su quel pezzo. E insomma a un certo punto ho messo il disco dentro la sua custodia, ne ho masterizzato un altro, ci ho scritto sopra SOMETHING TO WRITE HOME ABOUT in stampatello e da allora vado in giro con quello in macchina. Magari prima o poi lo ricompro. I Get Up Kids erano già fuori moda prima di sciogliersi, figurarsi dopo. Ogni tanto trovi qualcuno che ne parlava bene in giro, niente di eccezionale.

Poi leggo della reunion, a celebrare il decennale di quel disco, e poi leggo che a fine agosto vengono a Bologna. È il 2009. La Benedetta s’è fatta anche delle date tedesche e dice che a volte belle a volte un po’ meno, il pubblico un po’ non aiutava, le chiedo se iniziano con Holiday e mi risponde di no. Beh, capita. A Bologna ci vado con lei e l’Adele e qualche altro loro amico, ascoltiamo anche il disco in macchina. A Bologna c’è gente che conosco su internet e incontro per la prima volta, tipo Massimo ed Emiliano. Qualcuno del giro Bologna che incontro ai concerti da anni, qualcuno che suona nei gruppi, gente che scrive con me, gente con i pantaloni skinny, scappati di casa con i dreadlock e la puzza addosso, studenti di ingegneria, un bel po’ di gente. È l’ultima data del tour. Arrivo in prima fila, prima di loro suonano i The Briggs, mai sentiti, non disprezzabili, e poi c’è una specie di atmosfera da stadio in mezzo al pubblico. Come se i Get Up Kids non fossero mai passati, come se quel disco fosse la cosa di qualcuno.

E loro salgono sul palco, e iniziano con Holiday. E sento il groppo alla gola e sbarro gli occhi e i peli dritti sugli avambracci e non riesco a parlare, ma quando Matt Pryor inizia a cantare, sotto stanno urlando tutti a squarciagola, e allora inizio anch’io. Ho trent’anni. Quando iniziano il bis fanno, dicono che siamo il miglior pubblico del tour, dicono grazie, e attaccano il giro di Out of Reach. Quando inizia il testo il coro è così forte che Pryor smette e ci ascolta. Long way from home. Che è un po’ l’unica cosa che c’è da dire su tutta questa faccenda.

_________

Non è proprio tutta la storia, è solo la parte che voglio raccontare -e nemmeno tutta. Something To Write Home About esce nel settembre del 1999, quindici anni fa. I due concerti italiani, Ceccano e Bologna, sono di cinque anni fa esatti. Hanno suonato ancora, concerti incredibili, meno pubblico sotto il palco. Magari qualcuno di voi non ha mai ascoltato Something to Write Home About: nel caso, vi supplico di farlo. Ci sono un modo corretto e un modo scorretto di ascoltare un disco come questo: quello scorretto è di rimediarlo e farlo partire sulle casse del computer; quello corretto è di rimediarlo, metterlo su un disco, aspettare di essere da soli e di poterlo suonare a volume alto, possibilmente non in cuffia. è musica fatta per riempire gli ambienti. Alcuni si annoiano, alcuni ci sentono un gran baccano e basta, alcuni magari penseranno “eccola”.

Precedente Corriamo per i Macchianera. Successivo Tied To A Star, 'Every morning'. Un'altra per J Mascis

16 commenti su “Non è proprio tutta la storia, è solo la parte che voglio raccontare -e nemmeno tutta.

  1. C’ero nel 2009, a Bologna.
    Belle cose.
    E bellissimo post, davvero. Non l’avessi già fatto, ti voterei ai #MIA14.

    Che figata i reunion tour! 😀

  2. Circa un mese fa un mio carissimo amico si è sposato. Un bel matrimonio, tutti gli amici di sempre riuniti. Lui aspetta lei all’altare con il nostro tatuatore come cerimoniere. Poi parte Out of Reach a stecca e lei arriva. Vi giuro che non ho mai visto così tanta gente coi lacrimoni. Mi viene il magone tutte le volte che ci penso…

  3. Boh, vorrei scrivere un commento minipippone su quanto sia stata una giornata importante, oltre al concerto della vita, per me quella sera, ma sarebbe giustamente uno sticazzi corale. Però è stata una giornata che mi rimarrà dentro probabilmente per sempre per quella dozzina di motivi. Scusate.

  4. a me alla reunion a BO annoiarono tantissimo.
    anni prima, al binario zero, con gli anniversary, furono incredibili.
    però per me il disco prima e meglio. e quelli dopo tutti brutti brutti.

  5. i Get Up Kids non hanno realizzato nessun disco intitolato There Are Rules, e nemmeno nessun EP intitolato Simple Science. così, mi piace cullarmi nelle mie illusioni.

  6. Esatto. Al massimo hanno fatto Your Petty Pretty Things che è una canzone scarsa, ma comunque in qualche modo dignitosa, proprio per salvare il salvabile.

  7. Benedetta il said:

    la Benedetta dice che quando li ha visti la prima volta a Francoforte era pietrificata e non ha cantato. lui era grasso e sudato, un tipo. ad Amburgo le hanno fatto la cortesia di suonare my apology anche se non era in scaletta. a conti fatti miglior disco di sempre.

  8. vespertime il said:

    Tralasciando i voli pindarici che ho fatto nei miei ascolti musicali nella vita (sono nato nell’80 quindi è facile fare i conti), Something To Write Home About è il “mio” disco della vita. Di quelli che hai l’et giusta per innamorarti dell’ultimo disco, da li in poi sarò troppo vecchio e il tempo dei dischi della vita sarà finito. E’ il disco della vita, dicevo, e ancora oggi è fisso in auto sul mio ipod (come tutta la discografia) perché per certe cose il tempo non passa mai. E ancora lo canto, molto più spesso di quanto avrei mai creduto. Gran pezzo.

  9. vespertime il said:

    Ora che ho fatto il commento da emo sopra posso dire che i due dischi dopo sono bellissimi, sintomo di una band che è cresciuta e che non è più teen con diversi pezzi maturissimi che ascolto ancora tantissimo. Ho sempre trovato stupido ancorarsi ai primi due, sono figli dei quel tempo di li dove hai quell’età li in cui puoi immedesimarti. Sono dischi amarcord, tipo quei vecchi film degli anni 80 che ami particolarmente perché basta un fotogramma, una nota in questo caso, per riportarti a quel tempo li. E aggiungo una cosa IMPOPOLARISSIMA, There Are Rules non è un brutto album, certo, mediocre rispetto al resto ma almeno 3/4 pezzi buoni (non ottimi), altri mediocri e un paio abbastanza orrendi (questo si) tipo Shatter Your Lungs che non ho mai capito perché all’uscita dell’album era quella che tutti gasavano di più mentre per me è la peggiore canzone che la band abbia mai scritto. Uno degli enormi problemi di quell’album era la produzione da denuncia con quei suoni freddissimi che ammazzano totalmente il tipo di musica.
    Fine.

  10. Something to Write Home About è il mio disco della vita.
    Lo ascolto un giorno sì e due no da quando ho 14 anni, ogni volta coi lacrimoni al primo accordo di Valentine, ogni volta cantando a squarciagola I’m a Loner Dottie. Leggendo questo post mi è sembrato di ascoltarlo per l’ennesima volta.

  11. Disco splendido, a 15 anni di distanza e di ascolti non ha perso un grammo di freschezza e di intensità! Bellissimo post! 🙂

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.