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Costantino della Gherardesca

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Per quanto mi riguarda il concetto di regaz è stato codificato in via definitiva da Federico Bernocchi. Ed essendo Costantino della Gherardesca un suo buddy abituale, avrei voluto iniziare l’intervista presentandolo come “uno dei regaz” e sarebbe stato tutto quello che c’era da dire su Costantino della Gherardesca, a parte quello che già sapete. Il 7 settembre inizia la nuova stagione di Pechino Express: iniziamo dai dischi, e poi ci arriviamo.

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Prima domanda: è risaputo che di musica ne sai a cofani, e una volta di questa cosa si poteva godere su Vice. Ora che su Vice non ti vedo più, c’è modo di goderne da qualche parte?

Dal 15 settembre partirò con un programma su Radio2: Acapulco. Fino ad un paio di anni fa scrivevo di televisione, per riviste e free press, e mi imponevo un criterio inderogabile: fare l’esatto opposto dei miei “colleghi”. Quando loro incominciavano a trattare serie americane, magari che mi divertivano pure, smettevo di seguirle e cercavo reality o factual su emittenti minori. La pulsione non è quella di sentirmi speciale andando controcorrente, bensì è la ricerca continua della solitudine. Anche da bambino volevo giocare da solo. Con Acapulco farò la stessa cosa: sarà un programma di musica reggae e dancehall, e sarà… allegro. Nessuno fa “allegro” da decenni, l’allegria ormai è una cosa perversissima. I miei simili, i 30enni bianchi criptoborghesi, continueranno ad ascoltare e godersi la musica che piace anche a me. Io invece no, sono tre mesi che ascolto radio giamaicane in streaming per trovare puttanate che veicolino un atmosfera di allegria terzomondista, con un leggerissimo aroma di violenza. Mi diverte l’idea di fare playlist di musica per una festa su una spiaggia a cui però, nella vita reale, avrei paura ad andare.
Non è stato semplice ottenere un  programma freeform, attualmente la situazione della musica nelle radio è agghiacciante.

L’impostazione classica di un programma suppongo sia che una persona ne sa a pacchi di una certa cosa e viene invitata a parlarne, a mettere i pezzi giusti eccetera. Da questo punto di vista Acapulco può essere definito gioco mentre un programma radio musicale classico (che ne so, assante) è definibile lezione. Prima di te ho parlato con Bernocchi e mi ha raccontato un po’ di cose su quel che è successo con Dispenser. È anche strano che siate tornati entrambi su Radio2… sono cambiate cose da allora?

Voglio molto bene a Federico Bernocchi, ed è anche un grandissimo professionista. Quest’anno ha collaborato come autore anche a Pechino Express, e sarà autore anche ad Acapulco. Il suo programma Canicola è molto interessante, per me, che non ci capisco una sega di cinema, Federico è la salvezza. Siamo entrambi ritornati a Radio2 perché è cambiato il direttore, credo che siano sempre ripercussioni del Governo Monti. Non condivido le idee politiche di Mario Monti, ma sono certo a Roma l’abbiano fatto fuori prima che potesse finire con le pulizie.

Io c’è stata una volta, avevo dodici anni, che stavo sentendo la radio con mio fratello (ne aveva 22). in pratica a un certo punto nel girare trova Rock the Cashbah ed è tutto fomentato; dice “questo qui è il più bel pezzo di sempre”, io la ascolto e penso diobono è vero, gli chiedo chi è e lui mi risponde “Clash”. ora, questa storia aiuta a pensare come mai io abbia pensato che Clash fosse una persona fino a che avevo tipo 15 anni (e in effetti per un anno ho anche pensato che questa persona fosse la stessa che suonava la chitarra nei Guns’n’Roses), ma più in generale è un esempio del fatto che la musica grossa è grossa anche sentita una sola volta alla radio. Adesso detesto i Clash, ma insomma. La domanda è: c’è un motivo per cui la radio si auto-purga le playlist? Per un po’ di tempo ho pensato che sia una cosa tipo “io non comincio, comincia te, no io no”, ma mi sembra che non regga… magari dammi un punto di vista interno di quel che succede durante… anche in TV.

Ci sono tre problemi: le major discografiche, i dirigenti poco informati e la democrazia.

Gli studi di marketing che hanno fatto le major hanno stabilito che si può condizionare il pubblico ad affezionarsi a brani di merda, basta che li sentano tantissime volte. Quindi spesso si assicurano di avere molti passaggi, facendo accordi abbastanza complessi per mettercela nel culo.

Per quanto riguarda le radio senza legami particolari con le discografiche: come potrebbe un dirigente poco o male informato distinguere un consulente musicale a sua volta poco informato? Sarebbe come far ridecorare il tuo appartamento a Rita Dalla Chiesa. Ti ritroveresti con la moquette.

Lo stesso vale per la televisione: i dirigenti e produttori spesso non sanno distinguere gli autori che sono li perché hanno agganci da quelli che lavorano seriamente. E quando ti confronti con i poco informati vai a sbattere contro un muro di gomma, e non c’è niente da fare.

E poi c’è anche il dramma della democrazia. Potete testimoniare la sua brutalità in radio, in televisione, nei supermercati. Quando non hanno il know how per plagiare la mente del pubblico, cercano di assecondarlo con le scelte musicali, che invece secondo me dovrebbero essere imposte. Ti fidi di tripadvisor? Chi sarebbe più bravo a consigliarti un ristorante: Gordon Ramsay o una media dei giudizi di 30 tedesche con lo zaino?

Ok, hai ragione. Tu come ti muovi in questa situazione? come fai a mettere Pete Seeger in un programma in prima serata senza che nessuno rompa il cazzo?

Rompo il cazzo a mia volta, oppure trovo una persona ricettiva. A me basta che la musica in tv sia decente e che non si senta la puzza di minestrone. Roberto Petrucci a Pechino Express è stato bravissimo quando abbiamo raccontato la guerra dalla parte dei nordvietnamiti.

Televisione a parte, credo che un grossissimo problema per la musica emerga quando si cerca di tener viva la vecchia storia delle subculture giovanili. E’ importante rendersi conto che siamo nel 2014 e siamo in Europa. Oramai anche quelli che ripropongono l’estetica post-punk non hanno nulla da invidiare ai milanesi di Ticinese che dicono “yo”. Non so come dire, se mi piace la musica di Wagner non è che vado in giro con la redingote.

Quando un ragazzo europeo cerca un senso di “appartenenza” all’interno di un immaginario, come facevano i punk inglesi, è controproduttivo. Lo stesso immaginario che fa battere i loro cuoricini lo usano per vendere le magliette di H&M. Ed è per quello che secondo me la musica deve divorziare dal “lifestyle”. Sennò si perdono pezzi.

Pete Seeger è il perfetto esempio di un musicista che è andato perso in favore di cose più modaiole. Quando vedo artisti/musicisti/graphic designer che fanno noise, o che altro, ad un evento di scenester…. penso al povero Pete. Ma anche ad etichette di musica folk come la VDE-Gallo, che hanno delle robe che spaccano il culo alla Sublime Frequencies, solo che non le conosce nessuno perché hanno lavorato solo sulla musica e non sul brand.

 

Però questa cosa che dici, della musica che deve essere divorziata dal “lifestyle”, va un sacco contro tutto la gerarchia culturale a cui tutti (grossomodo) facciamo riferimento. L’idea che viene data di solito a questa cosa è che c’è qualche sorta di hub (scusa la parola) da cui irradiano certe priorità culturali, e che di base se entri in quello sei Sublime Frequencies e se non ci entri sei VDE-Gallo, che peraltro non conosco e questa cosa mi fa sentire una pecora). Ma pure gli hub culturali stanno morendo -cioè, tipo, una data istituzione (Vice, Pitchfork o anche Buzzfeed, 4chan, Facebook) viene identificata come hub più o meno nello stesso momento in cui su certi canali ne viene celebrato il funerale o commissionato l’omicidio; in qualche modo, di questi tempi la cosa più hip sembra essere l’imprendibilità, e quindi in qualche modo anche Pete Seeger ci entra, no?

Però l’idea della morte degli immaginari è interessante. Per dire, mi spiega come mai ascoltare Moreno ad Amici o i Pretenders a X-Factor suona comunque come una specie di lose-lose situation. Di solito, invece, la musica buona viene anche utilizzata tra la gente del giro come una discriminante di base tra buona e cattiva TV.

Non so quanto stiano morendo gli “hub”, certo se vogliono sopravvivere devono cambiare forma continuamente. Seguendo la tua definizione la rivista The Wire è un “hub”. Ed in effetti molti giovani musicisti (gente che ha almeno 15 anni meno di noi) vedono The Wire un po’ come i grillini vedono la “casta”. Oramai, secondo me, funziona chi fornisce le informazioni senza troppa hype.

X-Factor ed Amici *dovrebbero* giocare su quella gerarchia culturale che hai menzionato. Quello inglese lo fa, quello americano già meno… tant’è vero che l’hanno chiuso. In Italia è un disastro, Morgan si traveste da Lou Reed ma poi fanno una cover di Bruno Mars. Pensano di essere più commerciali ma in realtà sono MENO commerciali, non sanno vendere il prodotto completo.

Comunque, certo, quella gerarchia a cui tutti fanno riferimento ERA importante. Ma i tempi sono cambiati. Guarda quella merda di film, Argo, che ha vinto l’Oscar, quell’orrenda puttanata di propaganda per stronzi. Quello è stato il punto di non ritorno, per quanto mi riguarda. L’immaginario retrò americano veicolato nei loro film e nelle loro serie tv riesce a far sentire nostalgia verso gli anni ’70 a New York… a ragazzi che sono nati negli anni ’90 e non sono mai usciti da Lecco. Come ci si può cascare ancora? Manco i ragazzini russi quando stavano per abbattere il muro di Berlino! Ogni volta che vedete un musicista coi capelli alla Sid Vicious che fa il maledetto, ogni volta che vi rifilano il rock n’roll sotto forma di lifestyle… vedetelo per quello che è: gli Scorpions che cantano Wind of Change.
Tornando alla TV, ultimamente ho trovato interessante il fatto che una serie televisiva commerciale come Scandal avesse della musica infinitamente migliore di serie più sofisticate, diciamo, tra cui The Newsroom. Tutti sintomi del divorzio.

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Mi spieghi cosa intendi per “il prodotto completo”? E spiegami anche, a questo punto, quanto possa poi influire il divorzio nel giudizio complessivo sul valore dell’opera. Intendo, io riconosco elementi di propaganda becera in The Newsroom, e riconosco anche che abbia una selezione di musica davvero merdosa, ma mi sembra comunque una delle serie più belle in circolazione. No?

Certo, The Newsroom è una bellissima serie televisiva, ma l’avevo menzionata per far risaltare il “divorzio” all’interno di Scandal. E’ un’ottima cosa il divorzio, come direbbe Stiegler è l’unico modo per riacquisire il savoir faire sulla musica, per riappropriarci del savoir vivre. Che a sua volta è inesistente quando si segue il “prodotto completo”: particolari immaginari che tengono vivi e vendono i brand. Il momento in cui un film o documentario su una particolare cultura giovanile americana diventa “di culto”, che sia Dogtown o Quei Bravi Ragazzi,  è il momento esatto in cui il consumatore lo prende nel culo. E parte con il “role playing”.

La scusa usuale per giustificare questo meccanismo (l’inculata) è che una volta che il consumatore apre le fontane su questo prodotto arriva anche a anche roba buona, che di tutti quelli che si ciucciano Dogtown e gli skateboard griffati, qualcuno prima o poi magari arriverà ai Black Flag o a Pettibon. Per dirne una. Ci sarebbe anche da chiedersi se i Black Flag siano davvero roba buona, tra l’altro, o se non siano piuttosto il souvenir di una roba che era buona duemila anni fa e che continuiamo a comprare oggi. 

Beh, Raymond Pettibon è un artista compiuto. Non dico ai livelli di Dan Graham o John Baldessari, ma comunque io sarei felicissimo di avere una sua opera. Credo che, di quegli anni e quel gruppo di persone lì, Raymond Pettibon sia una delle cose che rimarrà. Per quanto riguarda i Black Flag, dovrei riascoltarli, ma temo che tu abbia ragione, anche se hanno un loro valore funzionale perché i loro primi dischi erano divertenti. Six Pack potrebbe tranquillamente essere suonata e ballata ad una festa di matrimonio di persone della nostra età. Un sedicenne obbligato a venire al matrimonio dalla mamma, però,  cosa penserebbe? Ed un sessantenne appena rientrato da Donaueschingen?

Detto questo hai colto perfettamente con la parola “souvenir”, Pettibon è un souvenir buono, diciamo un cuscino tibetano, mentre i Black Flag rischiano grosso di essere un accendino con la Torre di Pisa.

 

Sta partendo la nuova stagione di Pechino Express. Come sarà strutturata? 

Come nelle altre edizioni i viaggiatori avranno un euro al giorno per sopravvivere, che potranno spendere solo prima del tramonto, in cibo. Dovranno attraversare tutta la Birmania, dove farà caldissimo, la Malesia, Singapore e l’Indonesia. Il traguardo finale è Bali. Java sarà spettacolare, questo te lo posso già promettere.
Quest’anno Pechino Express sarà decisamente più divertente, abbiamo deciso di spingere un filino l’acceleratore e correre qualche rischio. Non solo abbiamo scelto dei concorrenti meno equilibrati psicologicamente, ma l’avventura e le missioni saranno MOLTO più difficili.

Mi ricorda un sacco quando in Scream 2 il nerd espone le regole di base del sequel, che in breve prevedono un maggior numero di omicidi più efferati ad ogni episodio. La possiamo applicare come regola generale al reality italiano? 

No, non possiamo applicare quella regola al reality in generale. Ci sono meccanismi molto più sottili in atto, non colti dagli autori italiani, che hanno reso scarso l’adattamento del Grande Fratello a prescindere da qualsiasi loro trovata pubblicitaria ed acceleramento sul trash. Pechino Express non appartiene al genere reality bensì al genere adventure, che va molto nel resto d’Europa. Noi abbiamo trasformato il format in qualcosa di più comico rispetto alla noiosissima versione francese. Il dramma è che ogni anno i concorrenti hanno visto l’edizione precedente ed imparato i trucchi per avere i passaggi, quindi per rallentarli dobbiamo vessarli un filino di più.

Guardando da fuori, e con occhio distratto, ho l’impressione che ti piaccia molto Pechino Express. Voglio dire, che ci metti dentro molto più di una cosa che magari ti chiedono di condurre. Mi sbaglio? 

Non ti sbagli, mi sono affezionato al gruppo di lavoro, con cui ho fatto amicizia. Quando devi passare venti ore al giorno con le stesse persone succede anche ai più misantropi, tipo me. E poi è un programma che porta avanti la comicità in modo libero, senza molte censure.

Il principale punto di Pechino Express è che della gente di qua viene sbattuta in posti lontani dalla nostra cultura e stanno alle regole del posto; quindi in qualche modo è anche un modo sensato di raccontare una storia che di solito viene raccontata in un modo diverso. Sarebbe interessante vederlo ambientato in medio oriente, mi viene da pensare. Chissà che succederebbe. 

Questo è interessante, anche perché portare Pechino Express in medio oriente è una mia battaglia. Per colpa del lato xenofobo di gran parte degli italiani, e dei media che sono sempre e comunque dalla parte degli interventi militari americani, viviamo con le catastrofiche conseguenze della disinformazione. Pensa ai poveri musulmani che vivono circondati dalla propaganda. Si è diffusa un’islamofobia agghiacciante, come se pochi integralisti nella penisola araba rappresentassero l’Islam -che conta un miliardo e settecento milioni di persone, più o meno. Io conosco persone musulmane straordinarie che mi hanno detto che i loro genitori gli hanno insegnato, tramite la fede, ad essere tolleranti e voler bene persone di altre etnie e anche omosessuali. Se riuscissimo a fare Pechino Express in Iran, un mio sogno, la gente si renderebbe conto di come stanno le cose realmente le cose. Che poi girare un programma in Iran è nettamente meno rischioso che in Brasile, ad esempio.

La dimensione politica del programma sarebbe altissima. Sbattere in prima serata sulla TV generalista un contesto nel quale delle facce note si trovano in un ambiente non-ostile, lavorare sul racconto del quotidiano, infilarci politica, infilarci dosi pese di Islam (magari for mummie, semp. Io penso che una cosa del genere, che mostri una quotidianità tranquilla in un paese arabo, non succederebbe mai, anche solo per paura di avere gli ascolti bassi, che la gente non sia interessata a una dimensione cordiale dei paesi arabi. Tipo: ho letto questo pezzo sul blog di Pomini, parla di Gaza. mi è piaciuto tantissimo perchè parla di come viene drogata la comunicazione anche in questioni di base, senza manco entrare nello specifico dei fatti, solo i contesti. Non so, suppongo che la gente voglia leggere un po’ questa roba. No?

Ho appena letto quello che ha scritto Andrea Pomini e sono d’accordo al cento per cento. Quelle tattiche di comunicazione anni ’50 mi fanno incazzare. È ovvio che quei giornalisti della Stampa di Torino siano in malafede, quel quotidiano in particolare ha regalato perle di collusione sfrontata che Il Giornale in confronto è Le Monde Diplomatique. Il proprietario della Stampa nei primi del ‘900, Alfredo Frassati, una persona perbene, quando prese le sue posizioni antifasciste fu obbligato a cedere la Stampa per pochi soldi alla famiglia Agnelli (collusa col governo fascista). Tornando invece a cose più allegre: in questa edizione i viaggiatori di Pechino Express passeranno per una nazione in cui la religione di stato è l’Islam e successivamente in un’altra nazione dove c’é la più grande popolazione musulmana del mondo (l’Indonesia). In una prima serata televisiva. La gente del luogo, sicuramente, sarà cordiale. Spero, però, che gli ascolti vadano bene comunque. Il budget per creare dei terroristi, noi, non ce l’abbiamo.

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