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Non so bene come sia successo di passare dal nuovo disco di Interpol e DFA1979 alla reunion degli Hammerhead

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GLI SCOUT

Ci sono quelli che quando un gruppo arriva nella rubrica gruppi emergenti delle riviste musicali specializzate li hanno già assunti digeriti ed evacuati e accolgono quel blando gesto di riconoscenza overground facendo l’elicottero con il cazzo. Sono persone in assoluta buona fede, ma vivono in un mondo dove tutto è già successo quattro mesi prima. Gestiscono il gusto musicale con processi mentali simili a quelli della corrente alternata. (Dovrei spiegarla ma mi sono già dilungato) Non ho mai fatto parte di questo sottogruppo di esploratori della musica, anche se per tre o quattro anni della mia vita da ascoltatore ho tentato disperatamente di diventarlo e per un certo periodo ho anche pensato di esserci paurosamente vicino. È successo, specificamente, quando i primi anni duemila si stavano buttando selvaggiamente nella metà degli anni duemila. Scrivevo per webzine metal e indierock e stavano iniziando a girare insistentemente nomi di gente messa sotto contratto da chissà chi, proveniente da gruppi che avevo ascoltato anni prima per qualche motivo. La gente con cui mi accompagnavo si curava di informarmi che il chitarrista di questo gruppo suonava negli Orchid, che il batterista di quest’altro gruppo aveva un’etichetta di cui possedevo dischi, che quel dj lì una volta cantava nei This Machine Kills. Era più semplice di così, naturalmente. Passo indietro: negli anni duemila la gente iniziò ad averne i coglioni pieni, peraltro giustamente, di tutta una serie di musiche imbastardite sistematicamente con altre musiche e di quella brutta sensazione da pop rock in provetta che iniziava a girare all’epoca. Nel 2001 uscì un disco pop rock che funzionava, si chiamava Is This It? e l’aveva inciso un gruppo di nome The Strokes. Sembrava la colonna sonora di un documentario sul riciclaggio: garage rock, un po’ di Velvet Underground per il dramma, un briciolino di pre-punk per inasprire i toni, vestiti attillati anni sessanta e via andare.

(chiosa: è il 2014 e forse sarebbe ora di accettare una verità forse scomoda e impopolare: gli Strokes non hanno niente a che fare con i Television. O meglio, hanno qualcosina-ina-ina di simile ai Television in alcuni brani del primo disco che non sono diventati singoli, ma ci sono comunque duecentogruppi che potrebbero essere citati come influenze più capitali per gli Strokes di quanto possano esserlo i Television. Grazie, mi sono tolto un peso)

SAI QUANTO COSTA TENERE UNA MACCHINA IN UN GARAGE A NEW YORK?

Un anno dopo, sull’onda, il garage rock era tornato in forze e i gruppi nuovi messi sotto contratto dalle major avevano tutti l’articolo davanti. La moda non resistette molto per alcuni motivi facilmente intuibili: gli Strokes, innanzitutto, non erano un gruppo underground messo sotto contratto (alla vediamo che cazzo succede) da una major di passaggio. Erano un preciso progetto estetico e musicale, pensato per segnare la musica pop in un preciso periodo storico. Il resto fu più o meno un equivoco e un modo di andare a traino. Il garage rock tende a morire e risorgere, è una delle sue caratteristiche dialettiche: ti sbraghi di musica fatta con quattro accordi per sei mesi, scappi a gambe levate cercando soluzioni più complesse ed elaborate, due anni dopo hai le palle piene della musica elaborata e torni ai tre accordi, e via ricominciare. Personaggi con anni di militanza carbonara finirono sotto i riflettori e tornarono nell’ombra. Un singolo artista (Jack White) passò da oscuro musicista garage pop a personaggio fondamentale per comprendere la musica contemporanea. Meglio che niente.

Il revival sixties era roba per riempire le piste rock con qualcosa che abbia più senso di robaccia tipo Dandy Warhols, e in questo aveva decisamente un suo senso. E quando passò, l’atroce spinta in avanti a prescindere della fine anni novanta era una ferita ancora fresca. Invece di ritornare alla commistione e all’IDM quasi tutti si trovarono d’accordo sul fatto che era meglio continuare a fare musica nuova che ripescasse il passato. Il garage era puro revival, il movimento successivo ha una dimensione politica/programmatica molto più marcata.

Non si può dire che PIL e Joy Division fossero gruppi *dimenticati*. Lo si può dire, a livelli diversi, dei vari Wire, Gang of Four, Pere Ubu, Pop Group, persino i Devo: roba la cui dignità era sicuramente riconosciuta ma non era più così determinante a livello di influenza sui gruppi nuovi. Un certo punk americano di confine, in ogni caso, aveva ricominciato non si sa come a riascoltare quella roba e metterla trasversalmente nei suoi dischi. Qualcuno a San Diego portava jeans e magliette attillate, un batterista provava a suonarla col quattro quarti e via andare. Qualche anno dopo, in giro per l’indie, era tutta cassa dritta. I riferimenti erano già scritti in cielo, furono semplicemente ripescati e ricodificati –un po’ a cazzo, se vogliamo. Gli Interpol mi arrivarono addosso con quella sensazione che provi quando passi davanti a un incendio con la camionetta dei pompieri che ha già spento tutto. Prima di ascoltare il disco leggevo pezzi in cui si accusava di disonestà intellettuale chi diceva che erano uguali ai Joy Division, sulla base di argomentazioni blandamente circostanziali (la presenza di un pezzo lento, il fatto che gli Interpol non abbiano nessun retaggio punk) (peraltro non è vero, qualche membro della prima incarnazione faceva la gavetta).

La stampa musicale esercitava ancora un potere, almeno su di me. Ascoltai il disco con gli anticorpi già in circolo: “somiglieranno molto ai Joy Division, sforzati a trovare le differenze”. Cinque anni dopo trovare un gruppo rock di grido che non somigliasse molto ai Joy Division sarebbe diventata una branca specifica dell’entomologia, con testi di riferimento e seminari a tema, ma ai tempi la cosa poteva avere un senso. Tra i Joy Division e gli Interpol, in ogni caso, le differenze erano alla luce del sole: gli Interpol suonavano con l’eco.

L’ECO

A pensarci allora non c’era davvero una battaglia da combattere, nel senso, se qualcuno voleva ripescare quei suoni era tutto ok, potevo perfino rivendermi un briciolo di cultura in merito. Gli Interpol non erano quello che si dice un grande gruppo, più che altro un abbaglio collettivo nell’epoca degli abbagli collettivi a botte di dieci-dodici l’anno (i primi anni duemila, giornalisticamente parlando, per quanto mi riguarda si riassumono nei The Music). Vestivano scuro con cravatte e capelli pettinati a cazzo, la parodia di un gruppo nazo senza senso dell’umorismo. Il disco era carino per tre canzoni: la prima era una cosa molto epica, la seconda mostrava il giochino, la terza era bella bella bella, si chiamava NYC ed era un numero tipo Velvet Underground misto wave pomposa misto canzoni di chiesa, quelle robe che metti nelle cassette miste per impressionare le ragazze. Il resto del disco si poteva usare per torturare la gente a Guantanamo, e in prospettiva non era ben chiaro quanto gli Interpol e le cose contemporanee agli Interpol sarebbero stati poi dannosi nella storia del pop. La scena newyorkese in ogni caso era bella e pronta: Liars, Yeah Yeah Yeahs e declinazioni assortite. Qualcuno sparlava degli Strokes, qualcun altro li metteva dentro al calderone. 2002, sette anni più sette anni meno.

Il postpunk era arrivato poco dopo e nel giro (il giro era gente che s’andava a vedere gli Anna Karina e simili) ce la sentivamo caldissima. The Rapture e gente simile un annetto più tardi: gruppi con una visione un tantino più ampia, diciamo così, comunque pesantemente derivativa. DFA, Dim Mak, le varie Three One G, 5RC, GSL eccetera, etichette eccezionali con una discografia già ineccepibile. I gruppi usavano le casse dritte, le piccole etichette pubblicavano dischi a cassa dritta, le corporazioni provavano a comprarsi i gruppi e le etichette, in alcuni casi ce la facevano, in altri si piegavano ad accordi di distribuzione per preservare l’apparenza indipendente e l’alone di coolness. (è un meccanismo che in una qualche misura funziona ancora oggi)

In quegli anni Vice esisteva nella percezione comune sia come rivista che come etichetta: entrambe decretavano cos’era cool in quel preciso momento storico, e via andare. Vice etichetta pubblicò il disco lungo dei Death From Above 1979, fine 2004. Momenti di svolta del quotidiano: i Death From Above 1979 avevano un singolone chiamato Romantic Rights, che stava in un bell’EP dallo stesso titolo e venne pubblicato anche come primo singolo dal disco nuovo. I Death From Above 1979 avevano il numero 1979 per distinguersi da DFA, l’etichetta, anche se avrebbero tranquillamente potuto esserne uno dei gruppi di punta. Basso e batteria, casse drittissime, il suono scannato ma non troppo (una specie di heavy metal non-osservante ripensato in chiave disco); il gruppo perfetto per chi era irritato dalle cose fighette alla Franz Ferdinand e considerava i primi Black Eyes troppo rumorosi. Erano anni in cui il riciclaggio spinto andava bene (non sono mai finiti, quegli anni, e dobbiamo dare atto all’industria del riciclaggio musicale di aver raggiunto livelli di efficienza che umiliano l’industria del riciclaggio dei rifiuti). In una prospettiva temporale di due o tre anni i Death From Above 1979 erano semplicemente un gruppo insignificante con due pezzi carini, cioè più o meno degli Interpol meno irritanti. Li descrive perfettamente il mio amico Enzo in un’email:

Era un gruppo che consideravo “utile”. All’epoca mettevo molto più spesso dischi in giro, e come ha già scritto qualcuno più bravo di me, la valigia del dj deve essere un po’ una cassetta degli attrezzi, una roba da ferramenta e fai-da-te. Roba alla DFA1979 ti tornava sempre utile in tutte le occasioni. Ci sono gruppi che non ami e non detesti, ma che semplicemente funzionano. La pista li riconosce, hanno il tiro per essere ballati, ti possono servire da raccordo tra i vari momenti di una scaletta. E poi a metà Anni Zero era impossibile non imbattersi in qualche loro remix.

 

DIECI ANNI DOPO, GROSSOMODO

Poi gli artisti fanno quel che devono per sopravvivere. Gli Interpol mantengono inalterata la loro credibilità con un secondo disco che è la fotocopia del primo e un terzo che cerca, o trova senza cercare, una via più istituzionale al rock’n’roll fatta di suoni bombastici su pezzi vagamente imparentati con certa wave. Persino decorosa, in prospettiva, questa adesione scriteriata ai canoni del ROCK maiuscolo di tutte le Virgin Radio di questa terra. Quella roba coi suoni cotti a vapore e le melodie tutte così, tipo Muse o Placebo per capirci; i DFA1979 si sciolgono. Il bassista diventa uno dei massimi nomi della dance del (boh, biennio) successivo, il batterista no. Altri crisantemi sulle lapidi. Il fashion-rock all’epoca è un po’ allo sbando, indeciso se buttarsi inevitabilmente in pasta alla cassa pura e semplice dopo anni di piedino (gran parte di quelli che si ascoltavano i Radio 4 erano potenziali clienti del Festivalbar con la puzza sotto il naso, lo dico come un complimento) o scegliere la via della wave osservante di merda. I primi andarono a riempire i posti dove suonavano Steve Aoki e i Beetroots, i secondi aprirono la strada al ritorno dello shoegaze (nelle modalità e nell’estetica uno dei ripescaggi più ridicoli degli anni duemila, non a caso ancora in auge).

Gli artisti fanno quel che devono per sopravvivere. I nuovi dischi di Interpol e DFA1979 escono questi giorni. Il nuovo Interpol è un disco che nelle parole di molti rimedia al disastro degli ultimi dischi, ricalibra il suono del gruppo dentro i suoi standard originari e butta su delle canzoncine carine da cui altro non è lecito pretendere. Non è vero. È un disco modesto realizzato da un gruppo modesto che avrebbe potuto sciogliersi, o tenere un basso profilo, e non l’ha fatto. Il titolo del disco è un anagramma della parola Interpol, un’idea presa forse dall’ultimo disco dei Verdena (che ha un pezzo alla Interpol che si chiama con un anagramma della parola Interpol ma è un anagramma diverso), e forse no, ma se esisti nello stesso ordine di idee degli ultimi Verdena, ecco, forse una domanda o due me le farei. Il nuovo disco dei DFA1979 è una fotocopia del precedente nemmeno troppo scrausa. Nel suo essere fedele e non-da-buttare rivela in maniera abbastanza impietosa la scarsità del materiale culturale di partenza, oltre che la nostra credibilità come ascoltatori nel lungo periodo. Alcuni gruppi di questo giro che hanno trovato un senso di esistere dieci anni dopo che li fa suonare ancora importanti: The Rapture, Oneida, Liars, !!!, Tussle o quel che volete. Altri tornano periodicamente a ricordarci di un periodo in cui non ci vergognavamo poi tanto a spendere soldi in questa roba.

COSE NON LEGATE

Una volta sono stato con una ragazza per qualche settimana, non proprio una cosa seria e non proprio un’amicizia. Lei lavorava in un bar e cantava in non so che cazzo di gruppo para-jazz. Intonava qualche canzone di gente tipo Tenco con questa voce meravigliosa, ne sapeva a pacchi di musica ma non aveva mai frequentato molto l’indie rock. Le lasciai cinque o sei CD casuali che avevo in macchina, lei li portò a casa e li ascoltò, non ne parlammo molto. Finimmo assieme a un Independent Days con i Sonic Yoof e i Franz Ferdinand e altra gente simile, poi le cose andarono a finir male e quei dischi rimasero a lei. Ci ricascammo un po’ l’anno successivo, con una brutta storia alle spalle a testa. Lei mi riportò i CD senza che io glieli chiedessi, ma si tenne Evil Twin degli Hammerhead. Disse che le era piaciuto un sacco e le aveva un po’ cambiato la vita. I dischi con la cassa, Rapture e qualcos’altro, non le era piaciuto. Mi disse che se c’è gente che suona come gli Hammerhead non ha senso ascoltare i gruppi che suonano puliti. Non so dire, onestamente, se mi sia mai capitato qualcosa di più bello ad argomento ragazze e musica. Poi la vita ci ha portato da altre parti. Lei si è sposata. Io la settimana scorsa ho visto gli Hammerhead dal vivo.

Quando ti trovi di fronte a una cosa come la reunion degli Hammerhead è lecito che tu ti senta malissimo. All’Hanabi i presenti sono pochissimi e hanno quasi tutti la mia età, poca voglia di far tardi e speriamo che i volumi non siano troppo alti. Gli Hammerhead hanno la sconfitta dipinta in volto, non so spiegarlo in altri modi. Calvizie imperante, pancette sformate, il viso rigato di chi deve limitare le birre per non voler morire la mattina dopo. L’esistenza degli Hammerhead alla fine di questa estate sembra la sfida finale al senso delle cose o l’ultima chance di tre americani che non ce l’hanno fatta nemmeno a riciclarsi impiegati delle poste. E poi Paul Sanders prova il suono di una improbabilissima Flying V trasparente, e poi suonano il concerto più crudo e cattivo che mi venga in mente in quel momento, e capisci come funziona. Qualcuno suona la musica che ha senso suonare, qualcuno suona la musica che è giusto suonare, qualcuno è la musica che suona. Gli Hammerhead a un certo punto s’erano sciolti, avevano formato un altro gruppo di nome Vaz. Avevano dischi su GSL e  Load, a un certo punto sembrava quasi andassero di moda. Poi ai concerti ci van sempre gli stessi dieci stronzi. A tornare a casa metto su il disco nuovo degli Interpol e voglio morire.

 

12 Risposte a “Non so bene come sia successo di passare dal nuovo disco di Interpol e DFA1979 alla reunion degli Hammerhead”

  1. Ogni volta rimango stupito nel leggere gli appassionati di musica moderna, parlarne come in questo tuo pezzo, o similari, lo trovo molto divertente ma non ne sarei mai capace, neanche capisco come si possa memorizzare tutta quella roba. Certo, non parli solo di musica in sé.
    Tempo fa trovai un pezzo di un certo Chuck Clusterman, credo tratto dal suo libro”Il giorno in cui il rock è morto”, l’ho ripescato e poi lo copio incollo, se vorrai leggerlo, a me divertì.
    Ma un mio amico, scrittore, dopo averlo letto mi disse “La madonna che spreco di parole! Viene voglia di mettersi ad ascoltare Riky Martin da mane a sera.
    Vabbé che ci sarò senz’altro qualcuno che parla nello stesso modo anche di Riky Martin e delle Las Ketchups o come diavolo si chiamano!”
    Insomma, a lui la cosa non lo divertì.

    “Tutte le volte che mi metto a discutere dei più grandi gruppi rock di tutti i tempi, metto sempre i Led Zeppelin al terzo posto, dopo i Beatles e i Rolling Stones. è un sentimento incredibilmente diffuso; se facessimo un sondaggio fra tutti quelli che amano la musica rock nel nordamerica, questi tre gruppi costituirebbero certo la selezione più unanimamente accettata (ed esattamente nello stesso ordine). Ma gli Zeppelin sono la rock band più popolare di tutti i tempi, e lo sono in un modo con il quale i Beatles e gli Stones ono possono competere; e questo perchè ogni maschio eterosessuale nato dopo il 1958 ha avuto almeno un periodo transitorio, nella sua vita, in cui credeva che i Led Zeppelin fossero l’unico gruppo valido mai esistito. E non c’è nessun altro gruppo rock che generi quel tipo di esperienza.
    (….)
    I Led Zeppelin sono l’entità musicale più leggittimamente intramontabile dell’ultimo mezzo secolo; sono il solo gruppo rock nella storia del rock’n’roll che ogni fan del rock maschile sembra percepire esattamente nella stessa maniera.
    (…)
    Per un momento ho creduto che ciò fosse per l’aperta misoginia di Robert Plant unita all’ossessione per l’occulto di Jimmi Page, visto che tale combinazione permette ai maschi adolescenti di conciliare l’alienazione di una sessualità adolescente sconvolta con la loro inevitabile depravazione. Comunque si tratta di una teoria che mi colpisce per la sua “probabile stupidità”. Sarebbe facile asserire che i Led Zeppelin sono semplicemente più rock di tutti gli altri gruppi, ma non è del tutto vero; gli AC/DC sono assolutamente più rock dei Led Zeppelin, e gli AC/DC sono essenzialmente ridicoli. Quale che sia la qualità che rende così eternamente archetipici i Led Zep, deve essere “intangibile”, ma anche questo argomento appare debole.

    ….qui nel paese del grande cielo, ovvero il Montana, ascolto Heartbraker a un volume che rompe i timpani, e tutto ciò che è perfetto dei Led Zeppelin appare completamente palpabile. Non c’è nulla di intangibile nelll’invisibile nitroglicerina che si riversa dagli altoparlanti della tauntaun. E la realtà di quel tutto è, forse, questo: i Led Zeppelin sembrano quelli che sono, ma anche quelli che non sono. Sembrano una blus band inglese. Sembrano un branchiosauro a sangue caldo. Sembrano Annibale all’assalto delle alpi. Sembrano sexi e sessisti e senza sesso. Sembrano cupi e strafatti.; sembrano intelligenti ma cretini: sembrano più vecchi di te, ma di poco. O, più precisamente, i Led Zeppelin sembrano un tipo fico ben preciso: sembrano il genere di tipo fico che ogni uomo crede vagamente di poter essere se solo alcune cose al mondo fossero in qualche maniera diverse. E l’esperienza che questo crea è unica nei Led Zeppelin perché è una manifestazione interamente Acustica: c’è un momento della propria vita in cui si ascoltano canzoni come The ocean, Out on the Tiles, e Kasmhir e tutto a un tratto si ha la sensazione che queste canzoni ci trasformino attivamente nella persona che vogliamo essere. Poco importa se le avete ascoltate cento volte e non avete sentito nulla in passato, e poco importa se normalmente il rock’n’roll non vi piace e vi capita di sentirlo soltanto nella stanza di qualcun altro nel dormitorio. Ci ritroviamo comunque nello stesso vortice: qualunque sia la ragione, c’è uno stadio nel processo di maturazione dei maschi nel quale la musica dei Led Zeppelin sembra la realizzazione perfetta del vostro perfetto essere fichi. Ascolterete l’intro di When the levee Breaks e avrete l’impressione di avere il cervello nella grancassa. Sentirete l’urlo di apertura di Immigrant Song e vi vedrete sulla prua di una nave vichinga e invocare a gran voce il Valhalla. Ma quando questo accade, non pensate a Phisical Graffiti o Houses of the Holy in questi termini astratti e metafisici; pensate semplicemente: “Ma guarda! Ho appena capito una cosa: questa cazzo di roba è perfetta. Anzi, questo disco è di gran lunga superiore a ogni altra forma di musica sull’intera pianeta, e adesso non ascolterò altro per tutto il tempo”. E così fate per sei giorni o sei settimane o sei anni. È la vostra Fase Zeppelin, che ha tanto a che fare con il vostro profilo psicologico personale quanto ne ha con la maniera in cui Paul Jones suona l’organo in Trambled Under Foot. Ha a che fare con la sociobiologia, e con Aleister Crowley, e forse con i mastodonti. E probabilmente vi passerà. Ma è il motivo per cui i led Zeppelin sono il gruppo Rock più amato di tutti i tempi, anche se la maggior parte della gente ( me compreso) pensa che i Beatles e i Rolling Stones siano migliori. Quei due gruppi sono apprezzati in una quantità di modi e per miriade di ragioni, e i criteri cambiano di generazione in generazione. Ma i Led Zeppelin li amiamo per una sola ragione, che non cambierà mai. Sono l’unica cosa che tutti i giovani maschi condividono, e che continueranno a condividere per sempre. I Led Zeppelin sono invulnerabili, anche se John Bonham non lo era”.”

  2. Franci, e’ per questo genere di pezzi che ti paghiamo a peso d’oro. Un paio di osservazioni.

    1) Mi rivedo molto nella dialettica che citi a proposito del garage: 3 accordi/cose elaborate. Credo che nella storia del rock i due momenti non siano mai puramente alternativi, ma esistano l’uno nell’altro sottoforma di “nicchia importante” (il che e’ abbastanza scontato). Per me, i primi anni duemila sono stati un vero sbocciare, e non mi riferisco alla cassa dritta, bensi’ a questa roba: http://www.bastonate.com/2012/11/29/and-you-will-know-us-by-the-trail-of-dead-lost-songs-file-under-miracoli/

    Insomma: da un lato i Cave in di Jupiter e antenna, dall’altro i Dillinger Escape Plan, in mezzo At the Drive-In e Mars Volta come matrici generative. Roba che veniva dalle stesse radici del post-punk che descrivi, ma le spingeva in direzione opposta (i legami erano fortissimi, pensa a Gold Standard Labs). Beh, insomma, per me quella era LA MUSICA, e la consideravo l’alternativa intelligente al garage da passerella di cui racconti.

    2)Quando parli di come le major si sono buttate a capofitto in quella roba a cassa dritta di derivazione underground, mi viene il sospetto che si tratti dell’ultima volta in cui una dinamica simile e’ potuta esistere alla vecchia maniera, prima che l’industria discografica morisse e tanti saluti.

  3. Santiddio grazie. credo di avere capito perchè me l’hai copiato. E non approfitterò dell’occasione per dire che odio sì i Beatles e gli Stones ma che i Led Zeppelin li odio di più 😀

  4. MEST, diciamo che sono d’accordo o non d’accordo. ovviamente una moda è una cosa e la monomania è un’altra (nell’epoca degli Strokes anche gli Staind vivevano comunque benissimo). sul discorso storico delle major, paradossalmente, non so dire.

  5. 😀
    Beatles e Stones mi sono indifferenti, ma i Led li odio anch’io!
    Però il pezzo mi ha divertito!

  6. A me hanno divertito entrambi i pezzi. Del secondo però non condivido una parola.
    Per il resto odio gli Stones con l’anima. Odio i Led Zeppelin con supponente distacco. E amo i Beatles.

  7. Mi piacerebbe leggere qualcosa a proposito dall’autore del blog, di mio sui Led posso dire che mi stavano sui coglioni anche a 14 anni semplicemente perché mi stava sui coglioni chi li ascoltava, ma anche perché Starway to heaven o come si scrive è la lagna più lagna in assoluto della storia del rock, da farmi venire voglia ai tempi di impiccarmi a ruota dietro Curtis. Della misoginia di Plant e dell’occulto di Page non me ne fregava niente né capisco come possa affascinare e interessare, ma certo io non sono un maschio nordamericano.

  8. Ps ho cercato un po’ sul tuo blog alla voce “Led Zeppelin”, appunto, e essenzialmente non ho trovato niente. Poi, giocando, ho cercato anche altro, e alla fine mi sono convinto che sai scrivere, e che, se già non l’hai fatto, un romanzo ambientato nei mondi di cui narri dovresti tirarlo fuori, altro che Hornby! 🙂

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