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appunti casuali sul nuovo disco di Thom Yorke

TY

non è proprio un pezzo sul nuovo disco di Thom Yorke, è più una serie di cose che mi serviranno in futuro e che mi giravano in testa mentre ascoltavo il nuovo disco di Thom Yorke.

LA CRITICA ARTISTICA

Il nuovo disco di Thom Yorke fa cagare in modo rabbioso, ma questa è solo una parte del problema. Come quasi tutta la produzione di Thom Yorke nell’ultimo quindicennio, è un maldestro tentativo di esistere nello stesso universo di “musica interessante” da lui considerato, e per quanto mi riguarda esce con le ossa rotte sia nella sua definizione di “musica interessante” (dubstep depotenziato da aperitivo) sia nei risultati, che richiamano molto certe cose di Flying Lotus (non è vero ma sembra che tutto ultimamente ricordi Flying Lotus). Probabilmente Thom Yorke e i Radiohead una volta erano grandi scrittori di canzoni, ma è stato un sacco di tempo fa. Altrettanto probabilmente, quando il gruppo s’è cagato il cazzo di fare britpop, Yorke era quello che spingeva per suonare più contemporaneo e gli altri tiravano in direzione più easy-lounge-jazz-stocazzo – dal punto di vista intellettuale è ugualmente squallido ma un po’ più onesto, da cui il fatto che preferisco King of Limbs a qualsiasi altra brodaglia uscita dopo OK Computer. Difficile dire se Yorke abbia finito i pezzi da mane a sera o se sia così fissato col suo viaggio da grande artista da tenerli deliberatamente fuori dal disco; sta di fatto che su Tomorrow’s Modern Boxes c’è meno ciccia di quanta ce n’era nel già scarichissimo The Eraser e questa cosa lo rende un disco pop così privo di punto da rendere irrilevante la scarsa qualità della musica che c’è dentro.

LA MUSICA NON ALLINEATA

La musica che ascoltiamo definisce il nostro allineamento. Non c’è nessun evidente scarto culturale tra chi ascolta i Radiohead e Nicky Minaj, a qualsiasi livello (i livelli sono due, peraltro: la musica che ti arriva addosso e la musica su cui spendi soldi e tempo). Sostituendo a Radiohead e Nicky Minaj qualsiasi altro artista, a qualsiasi livello di considerazione critica e fatturato, il discorso non cambia. La visibilità all’interno di canoni culturali predefiniti e non-negoziabili definisce qualunque artista mi venga in mente in questo momento. Il processo di riscoperta di musica oscura a cura di etichette più o meno fighe, tanto quanto le awesome mixtapes del caso, ci mette di fronte all’esigenza di avere qualcuno che ci guidi e ci ispiri e si carichi il peso della revisione, togliendoci la briga di scoprire o riscoprire; ma è un circolo vizioso. L’opera di divulgazione della musica di artisti sconosciuti è di per sé stessa un’opera di inclusione all’interno di un sistema culturale esistente, magari anche in un punto specifico dello spettro cognitivo. Non è perché ascoltiamo tutte le musiche al mondo, è perché usiamo gli stessi strumenti per decodificarle. Quando ero ancora adolescente la critica aveva già iniziato da tempo ad adeguarsi all’opinione di maggioranza secondo cui la musica da ballo o quella fatta al computer (o altre definizioni, tutte ugualmente improprie) avrebbero mandato in pensione le chitarre e avrebbero mostrato il futuro. Vent’anni dopo l’unico traguardo che questa musica ha raggiunto è la nobiltà artistica/considerazione popolare che serve a farla finire a sonorizzare la pubblicità del budino, e qualche mentecatto che considera un progresso culturale la possibilità di avere pubblicità del budino con Kode9 al posto di Cristina d’Avena.

QUELLI CHE SCRIVONO

Ho letto un sacco di pezzi su Syro ma nessuno che mi abbia davvero aperto il cervello. La musica elettronica viene ancora valutata seguendo schemi di pensiero vecchi di quarant’anni e passa. Il grado di innovazione marginale, la dimensione divina dell’artista, il genio, la perizia tecnica, la capacità di innovarsi. Per prassi queste musiche vengono definite nuove, anche se sono nuove più o meno quanto le vecchie con cui si scontrano a viso aperto nelle stesse collezioni di dischi. Ribellarsi a questi sistemi di pensiero è quasi impossibile: il modo più sicuro è quello di pensare la musica liberandola dalla dimensione di prodotto, ma per la sua natura la musica che non è prodotto non entra nel discorso critico (non c’è nessuna ragione specifica a parte il fatto che non frega un cazzo a nessuno). In mancanza di meglio, le menti più illuminate (sedicenti) della nostra generazione continuano a discutere di concetti tipo marketing ed economia applicata. In casi paradossali tipo l’ultimo disco degli U2 c’è persino una spaccatura molto violenta all’interno della critica, tra chi giudica il disco come espressione artistica giudicando le canzoni (una dimensione che sospetto l’ultimo disco degli U2 non abbia, peraltro) e chi lo considera dal punto di vista dell’innovazione strutturale. In un caso o nell’altro la natura giornalistica della critica tende ad evitare lo scontro ideologico: la manovra in sé va giudicata sulla base dei risultati che otterrà, o potrebbe ottenere, smussata di ogni riferimento ideologico perché è un disco su iTunes e che vuoi che sia. Chi ci azzecca è un bravo analista, chi non ci azzecca ha occasione di riprovarci la settimana successiva in occasione del nuovo disco di Thom Yorke. Tra le persone che conosco ce ne sono DUE che potrebbero darmi un parere su queste faccende dal punto di vista del marketing, e nessuna delle due scrive abitualmente di musica.

LE PARENTESI QUADRE

[dal punto di vista del marketing, considerare l’operazione Apple/U2 è semplicemente fuori dal mio asse cognitivo. Cento milioni di dollari per un disco che, fosse finito nei negozi, al gruppo ne avrebbe fruttati due a andar bene. Ha senso questa cosa? È possibile pensarla? Nella prima settimana di vendite Apple ha venduto dieci milioni di iPhone, comprati da anonimi dementi che hanno gentilmente pagato ad Apple venti-venticinque dollari a testa per il disco degli U2. è anche incredibile pensare a quanti soldi c’erano a disposizione e a quanto poco arrogante sia la cosa per cui li hanno spesi. Voglio dire, al posto degli U2 avrebbero potuto prendere MILLE GRUPPI DECENTI e dare CENTOMILA DOLLARI A GRUPPO per mettere un disco in download, e con gli stessi soldi tutti quelli con un account iTunes avrebbero avuto UN DISCO FIGO E GRATUITO AL GIORNO per TRE ANNI, tutti pagati da sfigati con soldi in eccesso che fanno la fila per avere un iPhone la prima settimana. Ok, non c’entra]

I SOLDI

Thom Yorke  ha messo un disco nuovo su bittorrent e l’ha promosso dicendo “provo a fare una cosa nuova”. Colpevolisti e innocentisti si sono più o meno divisi sul grado di innovazione reale. Il grado di innovazione formale è bassissimo e non voglio parlarne perché non mi frega un cazzo a chi appartengono i file, sono FILE santiddio. D’altra parte Thom Yorke non ha mai fatto uscire il suo disco in esclusiva su BitTorrent, quindi per lui è una cosa nuova di sicuro. La cosa buona del disco di Thom Yorke, al di là di dove venga venduto, è che costa sei dollari. Sei dollari per un disco in mp3 sono un prezzo abbastanza onesto, molto più basso di quanto costerebbe lo stesso disco su iTunes e molto più alto di quello che la maggior parte della gente pensa che un disco debba costare. È un disco di Thom Yorke e venderà in quanto di Thom Yorke. Quello che paghi, nel comprarlo, è di sostenerlo come artista in prima persona. Nessuno grida troppo allo scandalo; chi non ha sei dollari a disposizione (li avranno usati tutti per l’iPhone6, non ho dati alla mano ma immagino che quelli che non dormono per comprare un telefonino di ultima generazione siano più o meno gli stessi che non dormono per tutto il periodo che va dall’annuncio all’uscita di un disco di Thom Yorke) può scegliere serenamente di pescarlo da qualche network illegale. Sei dollari bastano e avanzano a dare la distanza tra una campagna di successo e l’irritante accesso di spocchia di un montato.

EPILOGO

Non c’è, sono appunti a cazzo. Il nuovo disco di Thom Yorke fa cagare in modo rabbioso, ma questa è solo una parte del problema.

18 Risposte a “appunti casuali sul nuovo disco di Thom Yorke”

  1. Posto il fatto che non so chi sei (mi perdonerai mi auguro…), posto il fatto che rispetto la tua opinione come quella di chiunque altro, posso dire che un A ME ogni tanto non avrebbe guastato. Perché la tua è un’opinione, come tale condivisibile o meno, ma tale resta, perciò che tu dica “il disco di Thom Yorke fa cagare” punto e basta e che noi si debba prenderla per buona così, a mo’ di dogma, mi sembra un tantino pretenzioso.
    A questo proposito mi permetto di dirti che SECONDO ME sei pesante come un bue in braccio e che il tuo articolo straccia i coglioni al 3º minuto di lettura, perciò non so nemmeno cosa ci sia scritto dopo; mi hai inviato allo scoramento a tal punto da esserci riuscito. Non mi dilungo sul resto perché non mi pare il caso.
    Grazie per l’attenzione, ciao

    PS. Dimenticavo, il disco di Yorke non piace nemmeno a me. Tanto ti dovevo

  2. Un paio di appunti sui tuoi appunti (escludendo una valutazione sul disco di Yorke, che non ho ascoltato e non ascolterò – tranne che non mi arrivi addosso. Di fatto non ascolto un disco dei Radiohead per intero dal 99, e anche prima avevo di meglio da fare. Apprezzo una manciata di canzoni sparse tra i primi tre album, soprattutto dal secondo):

    Lo scarto culturale esiste solo secondo gli ascoltatori dei Radiohead. Non credo che chi ascolta Nick Minaj si senta investito di una qualche superiorità culturale. Il target principale da cui pescano i Radiohead (e sottolineo principale, i gusti degli individui sono molto più complessi dei target) è proprio quello di chi vuole atteggiarsi a individuo più profondo e attento (gli attributi che la società associa alla Cultura), sulla base di quello che legge o ascolta. Sono gli stessi che cominciano a leggere poeti russi perchè ne ha parlato Saviano in TV.
    Tale riconoscimento culturale proviene dalla critica musicale riconosciuta (leggi: Castaldo, Assante, Bertoncelli, Scaruffi), e per loro i Radiohead o gli Arcade Fire sono la cosa più avanti che esista – perchè gli ricordano gli artisti che a loro dire erano avanti negli anni ’70, “perchè hanno quella mentalità” (che è ancora più triste che imitarli); e anche da tantissima critica musicale non paludata, in cerca degli artisti in grado di fornirgli un riconoscimento culturale (una corrispondenza biunivoca, insomma). La strategia di comunicazione dei Radiohead – e degli Arcade Fire e di altre centomila band – consiste nella gigantesca scritta al neon che sta sopra le loro teste e dice: “Eccoci. Siamo noi”. E’ una strategia che funziona.
    Insomma, per chiudere tornando all’argomento centrale dei tuoi appunti, ovvero la critica musicale, come farla e perchè, io non credo che si debba pensare la musica liberandola dalla dimensione di prodotto. Si può anche pensarla come prodotto. Basterebbe sbattersene del packaging.
    Scusa per la lunghezza e le parentesi

  3. che i radiohead siano più forma che sostanza è vero (che poi lo dice anche scaruffi, definendoli addirittura rock da arene), così come gli arcade fire e che entrambi siano diventati un identificativo sociale di un certo tipo di persone è vero pure questo. Ma hanno fatto anche buone cose, alcune belle e, insomma, non ci vedo niente di male a fare nostro e valorizzare ciò che reputiamo bello (qualunque cosa sia).
    Ma se si può pensare la musica come un prodotto, allora anche il packaging fa parte di questo e non è possibile escluderlo dalla narrazione.
    Forse la cosa da fare sarebbe dimenticarsi della musica e del pubblico, un po’ come facevano i residents, oppure fare come dice un mio amico: “a me frega un cazzo di niente, sta cosa mi piace, fottetevi tutti”.

  4. Volevo aggiungere “(in realtà Scaruffi ha un’opinione diversa)” ma avevo esaurito le parentesi 🙂 . E poi ce l’ha anche Bertoncelli, per cui non la finivo più.
    Quello che intendevo dire, alla fine, è più o meno quello che dice il tuo amico. Quando parlo di packaging mi riferisco soprattutto all’immagine costruita intorno alla band, alle strategie promozionali, il video virale di pochi secondi, Spike Jonze, e tutto l’armamentario che viene utilizzato per comunicare: “questa è roba da ascoltare con cura perchè scandaglia le profondità dell’animo, non come quell’altra roba là.” E’ sicuramente parte integrante del prodotto e del fenomeno che si vuole creare/trasmettere. E serve a influenzare l’ascoltatore, creando in lui un pregiudizio, che poi agisce in modi differenti in base all’ascoltatore.
    Alla fine però, quando ascolto della musica, il fenomeno culturale che gli sta intorno a un certo punto viene meno. A maggior ragione quando la ascolto in un momento storico differente da quello in cui è stata prodotta.
    Rimane il piacere che mi procura quello che sto ascoltando. E penso che alla fine sia la cosa che dovrebbe pesare di più nell’esercizio della critica musicale.
    Di nuovo lungo, ripardon

  5. di solito me la gestisco in maniera più soffice, tipo: io firmo il pezzo sul mio blog e che queste siano LE MIE opinioni è scontato. tu puoi venire senza problemi a dire che sono pesante come un bue in braccio e io darò per scontato che è quello che pensi.

  6. non saprei, diciamo che ci ho pensato diverse volte ma non ho mai creduto che i radiohead fossero in cattiva fede. thom yorke forse sì, i radiohead in generale non credo ecco. squallidi magari ma non in cattiva fede.

  7. Nemmeno io credo che siano in mala fede. E al netto di tutto quello che si è detto e si può ancora dire, che Yorke metta il suo nuovo album a 6 euro è una cosa positiva.

  8. il concetto secondo cui la musica elettronica è concepita come musica ‘nuova’ mi fa sempre rabbrividire. questo discorso poteva andar bene fino agli anni ’70. siamo veramente così indietro? conoscete veramente persone che la pensano così? conoscete veramente persone che SOSTENGONO queste cose? trovo che continuare questo discorso sia assolutamente detestabile ma mi è utile per legarmi ad altre cosette scritte qua sopra…

    io sostanzialmente non conosco nessuno con cui parlare di musica di persona. non ho amici o conoscenti che arrivano ad espandere e/o approfondire quanto me.
    mi ritengo sostanzialmente fortunato in questo [meglio parlare di vino e figa [più costruttivo parlare di vino e figa [le parentesi quadre [a Udine ci sono tante osterie e poco vino buono]]]].
    ritengo fortunati pure loro, perchè non hanno da sbattersi a usare il loro tempo a STARE FERMI E ASCOLTARE e non fare NIENT’ALTRO.
    è un processo assolutamente alienante e il più delle volte frustrante (quanti gioielli trovi nella merda o nella roba semidigerita? 1 o 2 ogni 1 o 2 tonnellate?).
    ad un certo punto io mi sono trovato a seguire quei 4-5 blog che mi interessano e che uppano la roba e sono già saturo così (parlo di 600-800 dischi ascoltati all’anno). insomma, TUTTO mi arrriva addosso, ma ho la facoltà di scegliere ed essere in fotta con ciò che voglio e cambiare direzione come e quando voglio.

    vogliamo parlare di livelli? ok.
    in queste condizioni il concetto di ‘livello’ diventa qualcosa di esclusivamente personale.
    per quanto mi riguarda, Yorke e Minaj (e anche gli Slipknot, Rihanna, Aphex Twin, Jovanotti, ecc…) sono sullo stesso piano. i Valerian Swing e gli Shabda sono su un altro. il livello è decretato da quanto ti sbatti a cercare e spesso equivale a quanto questi artisti VIVONO DI RENDITA. ci sono ovviamente infiniti livelli intermedi (dove ci metto Submotion Orchestra, Kode9, Yob e Blu Mar Ten, ad esempio, ma è un blob infinito).
    questa cosa non dipende da quanto è buona la musica, ma da quanto hai speso in termini di cervello e tempo per poterne fruire e alla fine l’amico che dice “a me frega un cazzo di niente, sta cosa mi piace, fottetevi tutti” potrei benissimo essere io.

    INDIPENDENZA DAI FATTORI ESTERNI.

    trovo inutile valutare un’artista in funzione di fattori quali
    – quanto dovrei pagare il suo disco
    – chi ne è il produttore
    – come si veste
    – quanta figa ha intorno
    – se il disco l’hanno suonato con la chitarra o con il campionatore
    – ecc…
    queste sono cose x gente troppo cresciuta o per gente troppo poco cresciuta.
    …astrarre è un segreto [la testa].
    valutare QUANTO SEI PRESO BENE è l’altro segreto [la pancia].
    fanculo tutto e tutti quindi.

    THE BODY e CAUSTIC WINDOW, dischi dell’anno.
    il primo di pancia, il secondo di testa.
    ciao.

  9. 800 dischi l’anno? boia, io ne ascolto un centinaio e mi sembra di esagerare.
    sui livelli, sì, io la vedo come una cosa di gratificazione, cioè più approfondisco e meno ciò che sta in superficie, tipo radiohead, nirvana, mi gratifica o lo fa per meno tempo (che poi capita di riascoltare cose e piglia bene).
    che sia una cosa personale e sul prendere bene non ci sono dubbi.

  10. più o meno credo di aggirarmi intorno a quella cifra… poi ci sono giorni che ascolto 10 dischi e altri che ne ascolto 0, quindi faccio una media… [nota che per ‘dischi’ intendo anche singoli… quindi il minutaggio varia parecchio].
    …anche a me capita di riascoltare robe a distanza di anni e trovarle fighe, quando invece la volta prima non le avevo cagate neanche di striscio (recentemente mi è capitato con ‘Pain Is A Warning’ dei Today Is The Day. CAPOLAVORO)… e ovviamente capita anche il contrario…
    …ecco, vedete? a tutti succede tutto e il contrario di tutto e alla fine è tutto un marasma. non c’è ordine e non c’è logica, c’è musica e c’è vita.
    tipo che mi innamoro e riprendo in mano gli Smashing Pumpkings, poi magari mi mollo e scopro i Jig-Ai.
    e soprattutto SBATTERSI di cosa è superficiale e cosa non lo è. inutile andare in giro sempre incazzati con il mainstream oppure schifando gli hipster.
    evviva i Daft Punk, evviva gli Anaal Nathrak!

  11. oggi in radio mandavano ‘Righ Here Right Now’ di Fatboy Slim… quel pezzo ha ormai 15 anni.
    ero in palestra e ho pensato ‘chissà a quanti di quelli che sono qua attorno questo pezzo suona moderno…’ ma non credo di voler conoscere la risposta.

  12. per amor di precisazione: con superficie non intendo mainstream o roba del genere, ma soltanto musica più fruibile e facile da ascoltare, meno impegnativa; che non è detto che sia una cosa negativa a priori, a volte non lo è proprio (e comunque fruibilità e mainstream spesso coincidono).

  13. siamo in due.
    scherzi a parte, è probabile che io sia andato fuori tema…
    ma adesso ho altri problemi da risolvere, tipo che è lunedì e ho dormito solo 4 ore.

  14. Dopo che te la sei tutta detta addosso, quando riesci a trovare la cerniera della patta per richiuderla, resta un articolo di desolante incompetenza quanto ad analisi musicale e di marketing musicale. Ma si sa, i fashion blogger (che stanno lentamente morendo, per fortuna) fanno a gara a strillare altissimo per attirare un po’ di attenzione. Credendosi fighi quando beccano insulti. La logica delle comari sotto il casco della parrucchiera, a parlare di niente ma a tutto tono medio sostenuto, di quelli che tagliano le orecchie e dato che danno fastidio, per qualcuno sarebbe sinonimo di controcorrente, ribellione o chissacché. E vai con questa povertà assoluta urlata al microfono

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