DISCONE – Aphex Swift – S//T

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David Rees è un fumettista, a quanto pare abbastanza famoso negli Stati Uniti (pubblica su Wired e simili). Da qualche anno ha iniziato un business via posta: tu gli spedisci le tue matite, lui ti fa la punta e te le rispedisce a casa. Pare si rifaccia ad un sistema arcaico di cui ovviamente voglio sapere tutto, e questo è. Ha anche pubblicato un manuale, il che tutto sommato lo definisce come un matto con metodo, cioè il classico personaggio uscito fuori da internet. Durante l’estate ha lavorato a un disco di mashup tra musica di Aphex Twin e tracce vocali di Taylor Swift. Si tratta, grossomodo , del disco più interessante che ho ascoltato quest’anno.

Internet ha sviluppato a dismisura una pratica di musica automatica che ancora non viene trattata alla stregua della  musica diciamo “vera”. La ragione principale è che viviamo ancora all’interno di un sistema di mercato e in questi casi l’unico che guadagna soldi da queste cose (Google) non lo fa direttamente o comunque in maniera tale da essere incentivato ad investirci sopra. La musica automatica è anche una minaccia per il sistema cognitivo nel momento in cui la sua struttura orizzontale e le sue componenti aleatorie negano per principio la premessa alla base dell’arte occidentale, cioè la visione di un genio assoluto regalata al mondo tramite forme espressive pre-codificate. La dimensione soggettiva della percezione diventa il fondamento del successo artistico del fenomeno: una  fetta consistente, di assoluta maggioranza, del totale di quelli che generano il traffico verso un dato contenuto è dato da troll, simpaticoni, curiosi, mezzeseghe e brillanti conversatori. Un’assoluta minoranza è composta da persone toccate nel vivo da una canzone, un video o qualcosa di simile, per produrre il quale non sono necessariamente stati spesi tempo soldi o dedizione intellettuale. Fossero il doppio, e fossero solo loro, questa roba smetterebbe di esistere il giorno successivo alla pubblicazione.

Non so nulla di Taylor Swift, a parte quello che sanno più o meno tutti (sta per uscire l’ultimo disco; pare tra l’altro che qualche giorno fa abbia leakkato per errore un’anteprima di dieci secondi a cazzo e sia andata prima in classifica). Di Aphex Twin ho ascoltato i dischi senza che necessariamente la mia vita sia cambiata mentre lo facevo. Aphex Swift è una serie di mash-up che di primo acchito suonano molto scolastici, non che mi intenda di mash-up, e funzionano da dio. Fossero stati realizzati da Richard D.James  in persona o da David Rees o dal bambino che vive nella casa accanto alla mia, non avrebbe importanza dal punto di vista del risultato o della letteratura generata (in fin dei conti con il bastard-pop abbiamo già dato il collo dieci anni fa e già allora era finita in sfregi) (e/o con due o tre pezzi clamorosi suonati in qualche pista da ballo per il LOL). Un punto di partenza più considerabile è il momento in cui una versione omogeneizzata di certe intuizioni periferiche di Aphex Twin è stata inglobata dentro Kid A e qualcuno aveva iniziato a parlare di futuro del pop. Aphex Swift, quindici anni dopo ed alle stesse orecchie, suona estremamente più radicale benché realizzabilissimo senza sforzi dieci anni prima, magari con una volontà più programmatica e una sensibilità pop molto superiori, e quindi intrinsecamente passatista /Per quanto sotto il passatismo medio della musica passatista. E del resto esiste soprattutto al di fuori dal mercato della musica tradizionale, non vende AFX o Taylor Swift a gente non introdotta, non si gestisce come plusvalore di un originale qualsiasi. Senza contare i legami con le infinite leggende metropolitane di una collaborazione Aphex Twin/Madonna nei tardi anni novanta, mai quagliata e tuttavia in qualche modo riscalata in forme ibride -Chris Cunningham su Frozen, l’asse Bjork/Matmos, Mietta che cita Bjork come influenza capitale nei primi anni di evanescenza vapor-cantautorale, Robert Miles che smette la cassa e inizia a dialogare con il contemporaneo, Dj Hell che nobilita Alan Vega e Billie Ray Martin nello stesso disco, il big beat- lungo una ventina d’anni di una risacca ideologica del pop di cui Aphex Swift può senz’altro essere considerato il punto d’arrivo. Il senso ultimo è comunque quello di una musica fortemente popolare ma dal punto di vista materico, la hit parade della generazione astratta, forse persino il primo vintage consapevole (e non a traino) con cui abbiamo avuto a che fare da anni a questa parte e senza le noiose derive intellettuali con cui ci tocca avere a che fare mentre ascoltiamo robaccia tipo Soused solo perchè è di ottima fattura. Quale che sia la natura di questa musica, ed è probabile l’analisi sia falsata dai miei flaw percettivi, è innegabile che Aphex Swift sia –anche e soprattutto nel suo suonare così allineato smargiasso e di alto profilo- uno dei dischi dell’anno.

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