VERNICE ROSSA (Caso VS Johnny Mox – anteprima da Obstinate Sermons)

Obstinate Sermons è il nuovo (grandioso) disco di Johnny Mox. Nella confezione del disco, assieme alla musica (bellissima) e ad un artwork sensazionale di SoloMacello,  c’è anche un racconto scritto da Caso e intitolato Vernice Rossa. Lo trovate in supermegaanteprima qui sotto. (FF)
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Ultimamente prima di salire sul palco penso a uno scalatore, uno famoso negli anni cinquanta e sessanta. Quando lo dico qualcuno ride.
Credo non ci sia niente di male nell’avere dei riferimenti, solo di solito si attinge dallo stesso recipiente: chi fa musica si sceglie in piena libertà una o due band che sembrano affini per suono o attitudine; io ho provato a sentirmi un po’ meno vincolato, a cambiare la mano e infilarla in una boccia differente.
Quindi ora prima di iniziare penso a Walter Bonatti. Risate. Era un mio conterraneo e mentre attacco la chitarra penso a una sua particolare impresa: l’ascesa del Cervino. Se non la conosci te la racconto. L’anno è il 1965, lui ha poco più di trent’anni e decide di intraprendere la sua ultima scalata estrema
prima di iniziare a vivere la montagna in modo diverso e più morbido; decide di conquistare quella vetta in inverno e dal lato più impervio mai scalato prima: la Parete Nord. Le condizioni sembrano a tutti impossibili, per il freddo, le bufere di neve e una via tutta da inventare; i compagni di viaggio che devono condividere la risalita rinunciano e tornano a casa, lui no, decide che vuole farlo comunque, anche da solo. Per quattro giorni si perdono le sue tracce. Geiger Hermann invece è un pilota svizzero specializzato in voli tra le montagne e in quei giorni porta il suo aereo diverse volte attorno al picco ma non riesce a scorgere nessuna traccia dell’alpinista; i quotidiani danno Bonatti per disperso, titolano l’imminente sconfitta e preparano al dramma. Il quinto giorno, mentre la gente a valle guarda in alto anche se non può vedere nulla, Hermann vola altisssimo e in vetta, proprio accanto alla croce, scorge una piccola figura che fa “ciao” con la mano. Il pilota scatta due o tre fotografie, in bianco e nero, sgranate e piuttosto mosse.
I due si conoscevano, erano soliti incontrarsi superate certe altitudini; si racconta addirittura che a volte il pilota incontrando Bonatti appeso alla parete spegnesse per qualche secondo il motore e, lasciando l’aereo in volo libero, salutasse l’amico in francese :“comment ça va, Walter?”. La cosa
che mi piace tantissimo è che fossero ognuno testimone dell’impresa dell’altro. Penso a Walter Bonatti mentre faccio i gradini che mi portano sul palco. A dire il vero ci penso anche quando il palco non c’è. Lo faccio nel bar di periferia come nel club alla moda, mentre attacco la chitarra e mentre dico “ciao a tutti, grazie per l’ospitalità”. Suono i primi accordi e il pensiero se ne va. Ho cambiato spesso riferimenti, anche in questo credo non ci sia nulla di male. A sedici anni quando avevo appena iniziato a suonare pensavo ai Satanic Surfers; i Satanic Surfers pensavano agli RKL.
Qualche anno dopo pensavo a Billy Bragg e Billy Bragg pensava ai Clash. I Clash invece non so a chi pensassero. Non credo sia un banale desiderio di emulazione, nessuno, né io e immagino nemmeno quelle band, ha mai voluto ricalcare un atteggiamento o riproporre un modello. Per provare a spiegarlo restando nel “recipiente montagna” è come quando scegli un sentiero e, anche se lo conosci a memoria, ti fa stare tranquillo trovare ogni tanto lungo il percorso una pietra con un segno o un numero in vernice rossa. Forse ha ragione chi ride, è una cosa stupida, non sono un vero appassionato, nemmeno un principiante, sono al livello precedente se esiste, quello di chi si alza tardi, scosta un poco la tenda e semplicemente prova piacere nel vedere che la montagna c’è, è lì. Mi sento persino un po’ in colpa a volte per aver scelto questo riferimento, in colpa nei confronti di chi si sveglia presto e infila tutta la forza della mattina nelle gambe mentre io senza lavoro e apatico nemmeno punto la sveglia. Quando in pigiama metto sul piatto un disco che possa buttarmi nella giornata c’è chi ha già camminato ore, pranzato al rifugio e si beve il meritato genepì. Però alla fine poco mi frega, nei periodi come questo in cui vago per la città senza una meta e con la confusione nella testa, le montagne alle spalle sono una delle poche certezze e mi va quasi di ringraziarle.
Ne abbiamo parlato a lungo nelle telefonate. Ho sempre pensato avessimo un sacco di cose in comune: la città di provincia, il vento delle Alpi, un lavoro indecente, la torta della tua ragazza, il desiderio di dire schiettamente le cose e una passione comune. Persino sul palco ci sono delle analogie, non solo perché spesso ci stiamo senza compagnia, ma perché sono certo che come me conosci la solitudine che possono dare le luci colorate dentro agli occhi, il fastidio della macchina del fumo o l’inutilità del battere di mani a tempo. In questo momento credo ci sia un nodo in più, qualcosa che lega noi due a quella avventura. Con il telefono in mano ci siamo raccontati il momento non solo musicale che stiamo vivendo ed è un po’ come se avessimo cercato assieme il sasso sporco di vernice. Siamo stati e forse siamo ancora appesi alla parete in una situazione difficile; abbiamo visto qualche amico rinunciare, prendere la strada del ritorno o conformarsi alla richiesta. Noi no, siamo lì ad abbracciare la roccia fredda e ostinati facciamo un altro gradino, proviamo a piantare un altro chiodo nel granito. Forse solo così possiamo raggiungere l’obbiettivo e toccare con la mano la croce che sta in cima, forse l’obbiettivo non è nemmeno la vetta ma solo continuare a reinventare il nostro percorso, cambiare i riferimenti per non lasciarci trascinare dalla bufera, mettercela tutta e imparare a godere dello sforzo.
Quando faccio un disco nuovo penso sempre che sia l’ultimo: “è il 2014, ha più trent’anni e decide di compiere l’ultima impresa estrema prima di vivere la musica in maniera diversa e più morbida”. Non ci riesco mai. Non ci sono ancora riuscito. Faccio il primo concerto, poi ne faccio un altro, regalo il primo cd e vendo il secondo, mentre canto leggo il labiale alla prima fila, sono le mie parole, la mia canzone, il fonico può spegnere la cassa spia se vuole. Anche questo è un segno rosso sul mio sentiero? Non lo so, non l’ho ancora capito, in ogni caso porterò la macchina fotografica per il tuo concerto in città, non sono un campione in quello, scatterò una foto sicuramente mossa. Spenti gli amplificatori: “come va?”. Se vuoi te lo dico in francese.

4 thoughts on “VERNICE ROSSA (Caso VS Johnny Mox – anteprima da Obstinate Sermons)

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