una per Dimebag Darrell, a dieci anni dalla morte

dd

Non sono mai salito su un palco con un gruppo, e suppongo che se l’avessi fatto il mio gruppo sarebbe stato accacì o metal o tutte e due -non per questioni legate a chissà che, è solo che quella era la musica che ascoltavo nell’età in cui si decide se formare un gruppo oppure no. Per uno che ha diciassette o diciotto anni e la fissa della musica violenta, gli stadi evolutivi di un gruppo sono più o meno

1 metti insieme il gruppo e suoni una data all’anno al concerto del liceo, sul palco fai meno pose possibile, sotto al palco la gente non capisce o non approva, trenta minuti dopo stacchi

2 metti insieme un pubblico ricettivo alla casa del popolo o in non so che birreria, due volte l’anno, un tuo amico fa i cori in un pezzo che conosce, suoni ad altezza pavimento e ti diverti;

3 inizi a girare per uno squat e a suonarci dentro, poi fai lo squat a venticinque chilometri dal tuo e nel giro di due anni hai tirato sei o sette date con i volantini e tutto -nei volantini c’è scritto qualcosa di fantasioso per indicare il genere che suoni e la città da cui vieni: emoviolence post-hegeliano da Cesena. Il chitarrista suona ancora a gambe larghe ma la gente sta menandosi abbastanza sotto al palco, quando ce n’è uno.

4 organizzi un tour europeo in posti di varia natura, il tuo disco è recensito in giro per le riviste e le fanze, le ragazze ti cagano, la gente ai concerti si mena, alcuni ragazzini salgono sul palco e si buttano sugli altri venendo presi nel 70% dei casi;

5 firmi con una major e tutte le cose vanno bene, sotto il tuo palco sono in tremila, paghi una persona per le luci e altre cinque per non toccare le chitarre, eccetera.

Le situazioni 1 e 2 sono tristi ma tranquille, nel senso, il peggio che può succederti è che arrivi qualcuno a dirti che stai suonando troppo forte o troppo male e ti stacchi la spina. Le situazioni 3 e 4 sono concerti a rischio: arriva il simpaticone che ti salta addosso e ti spacca le corde della chitarra mentre sei lì concentrato a suonare e tu abbozzi, sorridi perchè la cosa è rock’n’roll e soffochi la reazione istintiva di prenderlo per il collo e sfondargli la testa contro il muro del posto. La situazione 5 è salvaguardata per via dei numeri: perquisa all’ingresso, quattro ceffi nei due metri tra il palco e le transenne, tutto calcolato e affidato ai professionisti.

Cammino. Sono passi rapidi. Il suono dei Pantera mi asciuga il sudore. Mi piace perché ha una punta di fastidio. È definito ma grezzo, potente, pieno di figa concreta e cazzi arrabbiati. Mi riconosco nell’attitudine nerboruta di quel suono contro società, pancia gonfia e merda griffata. (Volevo scrivere proprio nerboruta, davvero). Contro routine e Mtv, contro l’alienazione da monolocale con la tv accesa. Contro il rumore bianco intorno a un pacco di lattine di birra.

Non mi tatuerei mai il sole stilizzato di Jovanotti io, né seguirei mai il concertone democristiano del Primo Maggio, per dire. Me ne sbatto il cazzo, i Pantera anche, se fossero al mio posto. Tutto molto semplice. Riconoscersi nell’attitudine di un suono. Potrei invecchiarci insieme, ascoltarlo quando inizieranno le rivolte.

Urlavo “there is nothing” mentre pisciavo su quella scritta che dava del fascista a Henry Rollins. Ti guardo negli occhi quando racconto questa scena, quello che avviene dopo, e dopo ancora. Phil Anselmo, il microfono impugnato a due mani.

There would not be a choice but to take our side / Be there no question of certain strengths / Know this intention / Forever stronger than all”.

Un attimo dopo è di schiena al pubblico, gonfia il gran dorsale, poi si volta nuovamente, il sole ha la faccia cattiva e la scritta UNSCARRED.

I video amatoriali delle esecuzioni, le riprese delle telecamere a circuito chiuso che filmano involontariamente dei drive-by shooting o i pestaggi della polizia, sono un format televisivo a sé. Hanno qualcosa di pornografico, non necessariamente l’eccitazione; per altri versi sono telenovele, camera fissa e luci improbabili; l’unico selling point è che si tratta di roba successa. I film found footage (quelli tipo Blair Witch Project) fanno quasi sempre schifo, invece: si salva Diary of the Dead e gli altri manco me li ricordo.

Molti giornalisti miei coetanei non riescono a definire la sensibilità di un uomo erculeo, coi tatuaggi pesanti, che urla la tua vita seminudo. Uno come Henry Rollins per esempio, o uno come Phil Anselmo, che è anche morto, per qualche secondo (pere di coca o robe così, non ricordo al momento). Suicide note parte 1 e parte 2 dovrebbero essere nate da questa, uhm, esperienza. Quella che porta allo scazzo pesante tra lui, Darrell e il fratello Vinnie. Quella che apre la crepa nel gruppo. Da una parte c’è chi vuole prima di tutto suonare e a culo tutto il resto, dall’altra c’è chi si fa di merda e finisce per diventare un pezzo di essa.

Quando rientro nel pogo fisso Dimebag. Sta suonando tutto e lo fa con una facilità disarmante. Si diverte, lo vedi che si diverte, la Dean gli pompa il sangue, dal cervello alla punta dei piedi, dal cuore alla punta del cazzo. Questa è la vita, ce lo sta dicendo con le mani. Nessuno di noi può capire fino in fondo. Percepiamo. Sei vicino alla libertà quando non riescono a inquadrare il tuo mondo.

Ho un problema con le situazioni a rischio ai concerti. Nei vent’anni mi ci buttavo, un po’ per sentirmici parte un po’ perchè erano una figata in sè. Diciamo che ci ho messo poco ad abituarmi alle situazioni di sicurezza. Vai a un concerto e ti fai indietro perchè quella sera non hai cazzi di prenderti una gomitata sul viso. Quando sei sotto al palco può capitare ogni cosa: una ragazza ti indica, il suo fidanzato ti corre incontro e ti accusa di averla toccata tra le cosce, tu gli ridi in faccia, lui ti chiede se lo stai prendendo per il culo e prima che tu possa spiegare che sei qua per vedere un gruppo e hai pagato dei soldi per vederlo, ti arriva un manrovescio in faccia. Altri alzano i gomiti così per far male, altri stanno in mezzo a fare le crocerossine e vedere se qualcuno intorno a loro collassa. Una specie di sistema sociale basato su una certa precarietà strutturata: stai in mezzo perchè la volta prima non ti hanno fratturato nulla, sai più o meno come tenere i piedi quando arriva l’onda di quelli che spingono da dietro, e via di questo passo. La prima volta che stai in fondo al locale e nessuno ti tocca e riesci a veder bene cosa succede sopra il palco, ti senti un fighetto. la seconda volta ti senti bene, e poi non smetti.

Molti giornalisti miei coetanei mandano ancora messaggi con parole molle alle loro pupe. Cercano di mantenersi in forma, ma sbagliano movimento, in entrambi i casi. Con gli addominali bisogna scendere lentamente e comprimere sempre l’addome. Stessa cosa con le parole. Loro sbagliano e strizzano l’occhio. Fanno massa, sono grossi ma non hanno stile, non hanno definizione. I versi che fanno non servono, restano addominali modello caserma. Sono rinchiusi dentro un recinto, vivere profumati e risolti non li salverà.

Suppongo che valga anche per chi suona: a una certa non hai più voglia di situazioni ai limiti dell’illegale. Fuochi d’artificio in posti chiusi, pogo selvaggio, niente transenne: il cazzo. Prendi le tue precauzioni e tanti saluti. Diventi grosso, paghi la security, reagisci male se qualcuno supera i buttafuori e sale sul palco mentre fai l’assolo: sei lì a far girare l’economia, gli altri sono lì a vederti suonare, la notte prima eri sveglio alle due a mille chilometri da qui. Ha tutto un suo senso preciso.

Dimebag Darrell sta ringraziando a modo suo. Ha lanciato birre durante il concerto. Adesso sta strizzando la chitarra e lanciando i suoi plettri. È famoso per essere un tipo generoso, Darrell. C’è un fatto che ho letto in un suo libro autobiografico (non ricordo il titolo esatto, l’ho prestato ad un amico più di un anno fa). Dopo una clinic si siede per firmare autografi su foto, braccia, dischi, tette e così via. Un ragazzino è lì con il padre, anche lui vuole la sua firma. Quando è davanti a Darrell, gli chiede quanto costa la sua chitarra. Darrell gli autografa qualcosa, chiede al padre come se la passa, poi gli dice di attendere la fine dello spollo. Una volta andati via fan e giornalisti, il ragazzino si vede piombare sulle proprie mani una Dimebag Darrell Signature.

Alcuni miei coetanei hanno ancora i biglietti dei concerti incorniciati e appesi alla parete dei ricordi. Io non ho niente del genere. Di appeso c’è questa esistenza, e mi basta. I miei biglietti dei concerti sono dove li ho lasciati, lì dove ho finito di stringerli. In mezzo a un libro inutile, a casa di una mia ex, in macchina, o in un giacchetto di pelle che non metto più. “Il tempo e i ricordi si perdono una volta sola”.

Ai tempi le voci correvano al punto da rendere plausibile una specie di telenovela secondo cui un tizio era salito sul palco, aveva accusato Darrell di aver sciolto i Pantera e di aver lasciato Phil Anselmo senza i soldi per la droga, e poi avesse fatto fuoco. Pare che in realtà le cose siano andate più veloce di così. Probabilmente “Dimebag” Darrell Abbott non ha fatto in tempo a rendersene conto: avevano riempito il posto, erano saliti sul palco e si erano messi a suonare. Il video l’ho visto ma è confuso: magari ha visto il tizio che saliva sul palco e ha pensato qualcosa come “arriva un rompicoglioni e non ho manco finito di suonare la prima”. Il tizio si chiama Nathan Gale, estrae una Beretta e gli spara tre colpi.

Oggi sono dieci anni dalla scomparsa, assurda, di un musicista geniale. Ho da poco rimesso a posto un suo plettro, preso durante un concerto a Milano, e ogni volta sto lì a farmi il pippone da ex-metallaro nostalgico: il mio pugno chiuso con dentro il plettro e gli anfibi di non so chi sopra il mio pugno; io che mi alzo di scatto dal dolore, elastico, e guardo quel coglione davanti a me; io che sto per dargli una manata in faccia; io che mi sento chiamare; un amico che mi dice di andare: “il concerto è finito”. Io che apro il pugno, io che guardo il plettro e mi prende benone, io che mi volto ancora verso il palco: Dimebag non c’è più, ma “forever stronger than all, stronger than all”.

__________________________________________

corsivi: Daniele Piovino
stampatelli: Francesco Farabegoli

 

Precedente C'è un modo per invecchiare con la tua musica. Costa un sacco di soldi. Successivo MANCARONE - Mango morto

2 commenti su “una per Dimebag Darrell, a dieci anni dalla morte

  1. Ricordo quel giorno, e ricordo come il tutto fosse passato inosservato a livello di mass media (italiani) e quanto questo mi avesse fatto incazzare. Ripensandoci adesso giusto cosi`, la sua musica e la sua morte non hanno potuto sfruttarla come hanno fatto con altri.

  2. Non posso fare a meno di commentare che, quando Dimebag è morto, il mio gruppo era allo stadio evolutivo 2 (dove sarebbe rimasto per sempre).
    Suonavamo in una campale battle of the bands, di quelle che vinci se i tuoi amici consumano. Gli avversari, quella sera, si chiamavano Nosferatu’s Lair. Della morte si era appena saputo, e durante il concerto hanno dedicato un pezzo, credo “Cemetery Gates”, a Darrell. Hanno vinto.

Lascia un commento

*