La cena di natale

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C’è tutta una serie di romanzi che lavora su un doppio piano, quello della narrazione e quello della sua mistificazione. Fu André Gide a coniare il termine che racchiude questo tipo di scrittura, parlando di mise en abyme (che prese in prestito dall’araldica, dove al centro di uno stemma figurava il medesimo in miniatura).
Letteralmente sta per “ficcato nell’abisso”.
Me ne vengono in mente tanti: La vera vita di Sebastian Knight di Nabokov; Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino; Icaro Involato di Queneau; Amleto di Shakespeare; Don Chisciotte di Cervantes; Le mille e una notte… ma insomma, per tanti versi pure l’Orlando Furioso e la Divina Commedia.
La pittura ha fatto largo uso di mise en abyme, che in alcuni casi si può chiamare effetto Droste – dalla pubblicità del cacao Droste, sulla cui scatola era presente un’infermiera che teneva su un vassoio una scatola identica a quella reclamizzata – o pittura ricorsiva. Della stessa risma è lo stemma di Agilulfo, il cavaliere inesistente di Calvino, che presenta due tendaggi aperti su di uno stemma recante a sua volta due tendaggi aperti su un altro stemma più piccolo, e così via.
Mi viene in mente il quadro di Velazquez Las meninas o il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck.
Ma non capisco perché dovrei mettermi a parlarne quando l’ha già fatto Borges.

“Codesto giuoco di strane ambiguità culmina nella seconda parte; i protagonisti hanno letto la prima, i protagonisti del Don Chisciotte sono, allo stesso tempo, lettori del Don Chisciotte. Qui è inevitabile il ricordo di Shakespeare, il quale include nello scenario di Amleto un altro scenario, dove si rappresenta una tragedia, che è pressappoco la stessa di Amleto; la corrispondenza imperfetta dell’opera principale e della secondaria diminuisce l’efficacia dell’inclusione. […] Qualcosa di simile ha operato il caso nelleMille e una notte. […] È nota la storia che dà origine alla serie: il desolato giuramento del re, che ogni sera si sposa con una vergine che fa decapitare all’alba, e l’ingegnosa trovata di Shahrazad, che lo distrae con racconti, finché sui due hanno girato mille e una notti ed ella gli mostra il figlio nato da lui.

La necessità di finire le mille e una parti obbligò i copisti a interpolazioni d’ogni tipo. Nessuna ci turba quanto quella della notte DCII, magica fra tutte. In quella notte il re ode dalla bocca della regina la propria storia. Ode il principio della storia, che comprende tutte le altre, e anche – in modo mostruoso – se stessa. […] Le invenzioni della filosofia non sono meno fantastiche di quelle dell’arte: Josiah Royce, nel primo volume dell’opera The World and the Individual (1899), ha formulato la seguente: ‘Immaginiamo che una porzione del suolo d’Inghilterra sia stata livellata perfettamente e che in essa un cartografo tracci una mappa d’Inghilterra. L’opera è perfetta; non c’è un particolare del suolo d’Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all’infinito’.”

E conclude nella maniera più perfetta:

“Perché ci inquieta che Don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte e Amleto spettatore dell’Amleto? Credo di aver trovato la causa: tali inversioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori e spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi. Nel 1833, Carlyle osservò che la storia universale è un infinito libro sacro che tutti gli uomini scrivono e leggono e cercano di capire, e nel quale sono scritti anch’essi” (Altre Inquisizioni, J.L. Borges, 1960 pp. 50-52).

Eccallà.
Non si tratta di un semplice inganno o di un trompe l’oeil.
Si tratta di una riflessione severa sulla realtà. Sulla realtà della scrittura, la realtà del narrato, la realtà dell’autore, e la realtà della realtà. È un gioco di specchi che non demorde, e costringe a pensare.

Nel racconto di Simone Tempia c’è qualcosa di simile.
Le superfici riflettenti sono tante, una tavola che sembra una stanza degli specchi nelle case degli orrori dei luna park (oald).
Ma la materia riflettente non ha più a che fare con lo slittamento dei piani tra il reale e il racconto, quella commistione di realtà che li caratterizza e li ambigua, ma piuttosto su un’altra questione, che sposta la riflessione (mentale e ottica) su un altro tipo di abisso: quello dell’inenarrabile.
Nel racconto di Simone pare che siano le immagini riflesse a raccontarsi da sole, pare che sia delegato alle superfici specchianti il compito di riesumare una storia, di farlo con matematica precisione, un cucchiaio non ha cuore, di collaborare a ricostruire una cronologia a partire dai frammenti sparsi tra vassoi, lampadari e cristalli.
Una storia che viene respinta agli oggetti, perché inenarrabile dalle persone.

Poi magari è solo un mio viaggio, e Simone è semplicemente un appassionato di argenteria, ma questo (al di là della borghesia, della crisi, del Natale, dell’apparenza, dei gravami famigliari, et cetera) è l’aspetto che più mi è rimasto di questo pranzo di Natale.
Buona visione.

 

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La Cena di Natale è il nuovo racconto di Simone Tempia. Lo si ottiene, come al suo solito, chiedendolo via email all’indirizzo contemporaneoindispensabile@gmail.com.

Il racconto verrà iniziato a distribuire domani.

Se siete di quelli che amano Milano e il contatto fisico, il racconto verrà presentato in Santeria alle 17,30 del 23 dicembre. Se gli portate una chiavetta, ve lo lascia sul momento. La copertina è di Riccardo Guasco. La prefazione al racconto, che avete letto qui sopra, è del nostro Capra. (FF)

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