I tuoi soldi, il mio culo

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Ashared Apil-Ekur

La storia in breve: un’agenzia ha scritto ad un sito per avere la rece/intervista ad un gruppo. La persona che rappresenta il sito ha risposto che l’avrebbe fatto in cambio di 25 euro. L’agenzia ha chiesto se il sito avrebbe fatto fattura, il sito ha risposto di no, che aspettava l’accredito su paypal eccetera. fine della storia, grossomodo. Corollario: il sito ha sbandierato il numero di contatti giornalieri (molti più di quelli di Bastonate) e il numero di like su FB (Bastonate non ha una fanpage su FB) e ha giustificato l’ammontare sulla base di tempo perso ad ascoltare il disco e fare intervista. L’agenzia ha pubblicato lo scambio di email oscurando il nome del sito. Sotto si sono scatenate le persone, gridando all’accattone e al pezzente e al cattivo giornalista.

Trovate tutto qui e qui, e da poco è uscito un articolo su Soundwall e dlso. Le persone che l’hanno condiviso, a partire dal responsabile dell’agenzia, hanno puntualizzato lo squallore del tutto e si sono schierati anche ferocemente in nome di una certa qual etica professionale. Qui la discussione originaria, qui uno strascico. Se ce ne sono altri, segnalatemeli: sono curioso.

SEDICI: IL CULO.

Mi è capitato, qualche volta, di ricevere proposte promozionali da qualcuno con dei soldi in ballo. I termini dello scambio sono sempre più o meno gli stessi: chi promuove mi scrive, usa una formula più o meno ambigua, mi fa capire che se scrivo il pezzo mi becco trenta euro, non insinua che il pezzo debba essere positivo o negativo, eccetera. Non è successo più di cinque o sei volte, per un ammontare complessivo che non mi avrebbe cambiato manco un mese di vita (cinquanta euro al massimo). Ho gentilmente rifiutato e/o scritto che se avessi fatto il pezzo non avrei voluto soldi. E poi i pezzi non li ho scritti, ma se avessi avuto qualcosa da dire l’avrei fatto. Bastonate rende abbastanza facile questa linea d’azione: l’abbiamo messo insieme stando bene attenti a non dover fare cose che poi ci sarebbe scocciato fare, tipo gestire una fanpage su facebook o un twitter di redazione. Gestirlo professionalmente, considerato anche che ci scriviamo in tanti, non avrebbe nessun senso.

PRENDO LE DISTANZE DA ME PERCHÈ NON VOGLIO AVERE NIENTE A CHE SPARTIRE CON ME

Probabilmente, se non avessi un lavoro, la penserei in modo molto diverso. In ogni caso posso sbandierare una certa etica di fondo, ma ci sono decine di modi in cui sono comunque mafioso, in qualche misura, nello scrivere i pezzi.

  • Mettiamo che sei mio amico e mi mandi il tuo disco nuovo. Io lo ascolto e di primo acchito il tuo disco mi fa cagare: è estremamente probabile che me lo riascolti, in nome della nostra amicizia, e gli dia una possibilità in più. Se il disco continua a farmi schifo ti scrivo in privato e ti dico qualcosa come “senti un po’, il disco non mi piace, se vuoi la rece la scrivo lo stesso”. E poi tu decidi di tua sponte se vuoi un pezzo tiepido o negativo da me o vuoi che passi oltre. Se vuoi che passi oltre, non mi offendo. Se il tuo disco è così così, invece, magari scrivo la recensione enfatizzando i pregi e minimizzando i difetti.
  • Mettiamo che tu mi mandi un disco e io non ti conosca. È probabile che io tratti la tua musica con sospetto e generale fastidio, o che non la tratti proprio. A volte per farmi girare il cazzo ti basta fare un errore di ortografia nel comunicato stampa. Se invece il tuo disco mi viene girato da una persona che rispetto, e che dice che sei a posto, per me sei a posto fino a prova contraria.
  • Mettiamo che il tuo disco esca per un’etichetta che in passato ha fatto uscire dischi che ho amato, e il tuo disco al primo ascolto mi fa cagare: mi sento in dovere di riascoltare il disco per rispetto dell’etichetta. Questo vale sia per le etichette di cui non conosco il padrone, sia per le micro-indie che mi stanno sotto casa. È successo, a volte, che rispettassi così tanto il gusto del padrone di un’etichetta da convincermi che la mia opinione negativa sul suo disco fosse sbagliata.
  • Mettiamo che il tuo disco sia buono ma in passato tu abbia fatto dischi brutti, scritto cose brutte su di me, rubato la fidanzata a un mio amico, rubato soldi pubblici per progetti del cazzo, fatto un video per Italia Uno o cose simili: è probabile che io riascolti il tuo disco buono per capire dov’è il trucco. E poi magari non faccio uscire il pezzo perché mi stai sulle palle, e a volte il disco non me l’ascolto nemmeno nonostante tutti mi dicano che hai fatto il disco dell’anno.
  • Mettiamo che nel tuo disco il violoncello sia suonato da una persona che rispetto: nel mio pezzo è probabile che sia enfatizzato il lavoro del violoncellista.

Per ora queste, ma ce ne sono altre. Sono comportamenti per parte imperdonabili, che mi rendono probabilmente un pessimo critico. Mi giustifico puntualizzando che sono in buonissima fede e in buonissima compagnia (alzi la mano chi non lo fa), e che per uno che bazzica concerti da tutti questi anni ho rapporti relativamente ridotti con il mondo della musica. Ma soprattutto, una persona che scrive di musica deve scegliere di cosa parlare e di cosa no, in qualche modo, e adotta criteri d’ingresso. Qualcuno non parla di un artista finchè non entra in classifica FIMI, io non parlo di niente che non venga da una fonte di cui mi fido. E comunque non è un dogma: ad ogni punto di cui sopra posso sottoporre tranquillamente una dozzina di episodi nei quali sono stato, tra dieci virgolette, “““““integro”””””. Magari su un moto di integrità e da una stroncatura salata ci hanno smenato degli amici miei, alcuni dei quali, al momento, ex-amici.

PORTE IN FACCIA SETTE GIORNI A SETTIMANA

Le ditte certificate ISO9001 pagano di tasca loro la certificazione di qualità, rivolgendosi a un ente terzo specializzato che emette regolare fattura. Alcuni nostri clienti chiedono certificazioni extra di qualità del prodotto, emesse da enti terzi da loro pagati. Entrambe le cose hanno vantaggi e svantaggi. Pagare per avere una recensione positiva? In senso assoluto è immorale, in senso relativo ho visto succedere di peggio. Pagare una testata per avere una recensione? Non lo so. Pagare una recensione in nero? È sbagliato, ma io compro i dischi ai banchetti e non è che mi sommergano di ricevute.

Paradossalmente è la dimensione media della cagnotta a dare il più grosso sentore di sfiga. Se chiedi una pizza di duecento euro ad articolo sembri un professionista, se ne chiedi venticinque sembri un pezzente col cappello teso (ho in mente una serie di siti che, così a sensazione, potrebbero chiedere 25 euro a rece: sono tutti bruttissimi e poco interessanti). A voler essere stronzi viene da osservare che, lavorando a prezzo zero, una mia recensione dei Brutta Merda non ha alcun valore monetario per me ma ne ha uno (irrisorio, ok) per l’agenzia promo dei Brutta Merda. E suona un po’ fuori da ogni logica che sia proprio un’agenzia, che di fatto mangia sul mio lavoro gratis (non quella in oggetto, parlo in generale), a venire a lamentarsi della cagnotta e gridare al cattivo giornalismo.

OGNUNO MANIFESTA E RAPPRESENTA PER LA SUA BALLOTTA

Sembra una stronzata a dirlo così, ma la musica non trova il proprio pubblico in maniera fisiologica. Esistono casi in cui un critico/discografico influente ascolta una canzone eccezionale e decide di promuoverlo a interessi zero, ma le canzoni eccezionali non sono una grandissima percentuale del totale. Molti gruppi si promuovono stando in giro, suonando gratis, facendo amicizia con le persone, scrivendo agli altri gruppi eccetera. Altri pagano una persona per attirare l’attenzione di qualcuno sul loro disco. Altri fanno entrambe le cose. Io personalmente preferisco il primo sistema: diventare tuo amico per motivi terzi e sull’onda della nostra amicizia ascoltare il tuo disco. Accetto senza riserve la percentuale di ipocrisia che ci sta dietro e che qualcuno mi chieda come sto senza volerlo sapere: due scambi di chiacchiere innocenti, un po’ di vasella sui bordi e la promessa di prendere un caffè che sappiamo entrambi che non succederà mai, e uno dei due mentre lo dice sta pensando a Michele Sindona. È comunque una buona forma di comunicazione, ed è molto più probabile che io mi occupi del tuo disco parlando con te, piuttosto che ricevendolo da un ufficio stampa -nella cui mailing list sono finito senza chiederlo.

Se ti presenti sventagliando cinquanta euro, in ogni caso, hai la mia attenzione. Poi magari non concludiamo nulla, ma quantomeno ti arriva una risposta via email. Naturalmente se entriamo in questo campo, il gioco a cui giochiamo è diverso: io so cosa ti aspetti da me e tu sai cosa voglio da te. Stando ai numeri puri, non riuscirei mai a cagar fuori un tariffario da venticinque euro a recensione. Per venticinque euro non riuscirei mai a garantirti un contenuto: magari il tuo disco fa schifo e non voglio che stia sulle mie pagine, o non ho niente di speciale da scrivere anche se il disco è buono. Magari per cento euro mi sforzerei a scrivere qualcosa anche se non mi viene niente. Magari per trecento euro a settimana potrei farmi piacere un disco indifendibile, forse sono felice di sapere che non lo scoprirò mai. Magari voi no, e magari non avete mai leccato il culo a un vostro amico, e magari non avete mai scritto male di un gruppo che vi sta sul cazzo. Chissà quant’è orgogliosa vostra madre.

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4 commenti su “I tuoi soldi, il mio culo

  1. Comunque verso i 2/3 del pezzo hai spoilerato Breadcrumb trail, il documentario sugli Slint.

  2. Pingback: “Dammi i tuoi soldi!” disse il Gatto alla Volpe | tuttacolpadelpromoter

  3. Pingback: Spergiuro e Fra dei Montana | neuroni

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