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non so bene di cosa parli questo pezzo.

matita

Nella strada dove parcheggio sempre quando vado al Bronson c’è un bel casino di macchine, e vicino a dove riesco a metterla c’è pure un capannello di (credo) rovigotti vestiti di nero che parlano dei loro amici e del diocan. È un bel segnale, considerato che la nebbia mi ha fatto quasi desistere dall’andarci e io vivo a tipo 500 metri dal Bronson. Dentro stanno già suonando gli Ornaments, cioè ho perso un gruppo su quattro. Gli Ornaments erano uno di quei gruppi il cui nome tornava nei concerti/festival nei posti punk verso la fine di quell’epoca storica: te li sentivi sempre con gran gusto, voleva dire che era l’ora della roba lenta e pestona. Ascolto un paio di pezzi, il pubblico risponde bene, è anche piuttosto folto, ma decido abbastanza presto che mi sto annoiando. Esco a fumarmi una sigaretta, in senso metaforico (sempre siano lodati gli amici fumatori, altrimenti dovrei scrivere “esco a guardare il suolo”), poi rientro a bere mentre gli Ornaments finiscono mi leggo un paio di pezzi sul telefonino a tema Charlie Hebdo e chiedo scusa per la pesantata che parte da adesso in poi.

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Sono riuscito a evitare di leggere quasi tutti gli articoli di opinione sulla strage di Charlie Hebdo per tutta la giornata di mercoledì e giovedì; quando ho iniziato a farmi un’idea di che aria tirava (piuttosto nazista, per gli standard del mio giro internet) Matteo Salvini aveva già scritto una settantina di proclami per cacciare gli immigrati e togliere le moschee dall’italia, Daniela Santanché aveva paventato l’idea di pubblicare Charlie Hebdo in Italia ed era nato un hashtag più o meno ufficiale, preso dal sito della rivista.

È molto difficile per me cercare di spiegarvi quanto male mi fanno gli hashtag di twitter. Gli hashtag di twitter servono fondamentalmente a due cose: 1 far capire di cosa stai parlando a un idiota (“Romano Prodi sarebbe un buon presidente. #quirinale”) o 2 contribuire a mandare alcuni argomenti tra i trending topic, cioè –tipo- gli argomenti più in voga. Twitter è la versione McDonald’s degli anni novanta, nel senso che dal reboot di un paio d’anni fa in poi ci si vive sopra utilizzando lo stesso sistema di valori che avevo io al liceo: si commenta il fattaccio del giorno, si guarda tutti lo stesso programma TV alla sera, si ascolta un disco nuovo nel momento in cui esce e la si pensa tutti allo stesso modo credendo di avere tutti un’opinione originale sulla faccenda. Quando ti metti a commentare con un #hashtag che usano tutti c’è dietro una volontà che è possibile scomporre e trovarci 30% di interesse, 10% di noia, 40% di bisogno di aggiornare e 20% di implicito orgoglio nell’affermare che guarda, anche io sto parlando di quello che stanno parlando tutti.

Si può dire in effetti che la cosa che più mi sta sul cazzo di tutta la cosa di #JeSuisCharlie è proprio il concetto di #JeSuisCharlie. Nel senso, l’idea di ridurre il tutto a uno slogan di merda che è possibile mettere su un cartello/banner di merda, e suppongo a breve su una t-shirt altrettanto di merda. Viviamo in un’epoca storica in cui il collasso dei valori etici all’interno dei valori estetici è un fatto da diverso tempo, il tutto sorretto da una sovrastruttura politico-ideologica così gigantesca e condivisa da sembrare quasi invisibile (o essere scambiata dai più illuminati per un aggiornamento di qualche fantomatica lotta di classe), il tutto sorretto dall’incrollabile bisogno di stare dentro al giro ad ogni costo. Il tutto succede in tempo reale: nel caso di #JeSuisCharlie i primi articoli ad accusa/difesa di qualcosa sono usciti mentre ancora non si sapeva l’identità non dico degli attentatori, ma manco delle vittime. Le accuse e le difese erano di cose a caso, tipo l’islam moderato/radicale o la libertà di satira.

***inciso: l’attentato al Charlie Hebdo non è stato un episodio di privazione della libertà di satira. la libertà di satira è un’estensione del concetto di libertà di opinione e di stampa. Ora, volendo essere ragionevoli duole ricordare che la libertà di stampa ed espressione non è un valore morale assoluto che viene instillato dai nostri genitori a calci in bocca, ma un diritto conquistato nel tempo e garantito solitamente da un ordinamento costituzionale. Ne consegue che gli attentatori dovrebbero essere trattati come assassini e non come censori, e con tutto che dispiace un sacco per i morti, si può dire che gli attentati a Charlie Hebdo siano in effetti stati compiuti in un regime di libertà di stampa e che se fossero sopravvissuti all’arresto gli attentatori avrebbero subito un processo per omicidio e non per censura. Per l’arresto di Dieudonné, che sulla base del poco che ho letto sembra invece un autentica mossa istituzionale compiuta per limitare la libertà di espressione, ci siamo interessati solo noi zecche.

Un’altra grossa scocciatura legata a #Je Suis Charlie, soprattutto dal terzo giorno in poi (che poi è stato quando ho iniziato seriamente a leggere della cosa: gli attentatori erano circondati e tutto il resto), è stata l’uscita di una serie di articoli intitolati “io non sono Charlie”. Non era un fastidio legato alla qualità: alcuni erano bellissimi, altri erano merda. Era più legato al fatto che una questione estremamente complessa (e su cui, ogni tanto vale la pena ricordarlo, non è necessario avere un’opinione) fosse stata ridotta a furor di popolo ad una scelta binaria: sei Charlie o non sei Charlie? Che opinione hai da esprimere con questi cadaveri ancora caldi? “Non ho necessariamente opinioni in merito a Charlie”, ugualmente, non è esatto. Ho opinioni (io e credo chiunque altro) che diocristo non possono essere ridotte a uno slogan né a un anti-slogan. È una cosa di marketing, come dire “Alitalia” in campagna elettorale (non la spiego). Quando succede questa roba mi sento come quelle volte che, a sedici anni, sfogliavo le riviste pop di mio fratello tipo Max, con la maglietta contro l’AIDS in regalo, e dentro al numero c’era un servizio fotografico con celebrità a caso (Elenoire Casalegno, Ghezzi, Valerio Evangelisti, Carmen Di Pietro) che indossavano la maglietta in segno di –credo- solidarietà: è fastidioso doversi fare un’opinione. Qual è il legame tra combattere l’AIDS e Elenoire Casalegno con una maglietta contro l’AIDS? E qual è il legame tra Ghezzi, Elenoire Casalegno e l’AIDS? Siete coscienti del fatto che alcune di queste foto le uso per masturbarmi? Adesso al posto delle celebrità ci sono blogger o giornalisti, indossano hashtag e vignette di merda, e queste ultime righe non so se posso pubblicarle perché ci sono i morti. La mia opinione sulla libertà di satira? In realtà ho dodici opinioni diverse sulla libertà di satira, una delle quali potrebbe essere vagamente simile ad opinioni che potrebbe avere Daniela Santanchè. Un’altra cosa per cui odio me stesso, e devo ringraziare #JeSuisCharlie. Avete presente il video di Bill Hicks contro quelli del marketing? Ok.

La stessa cosa succedeva con le vignette. Nel senso, immagino che abbiate notato anche voi questa deriva ma le vignette più condivise sono quelle che hanno saputo comunicare meglio il concetto (qualunque esso fosse) in senso diciamo pubblicitario. Non nel senso promozionale, diciamo più sloganistico: lotta contro qualcosa e condanna di chi vuole limitare la libertà di espressione, tipo quella di Banksy che poi in realtà si è scoperto non essere di Banksy. Non è molto diverso dal parlare di musica, in un certo senso. La maggior parte dei pezzi sulla musica pop che si vanno a scrivere giudicano la riuscita di campagne già riuscite e il fallimento di campagne già fallite, sulla base della loro riuscita e del loro fallimento. Non so bene come spiegarlo, è un affastellarsi continuo di case study senza che qualcuno arrivi a metterli insieme perchè qualcun altro se ne possa fare qualcosa.

Nel frattempo le cose sono diventate completamente matte. Ieri infuriava una polemica sul fatto che qualche anonimo sfigato vendesse numeri “introvabili” del nuovo numero di Charlie Hebdo a trecento euro su Ebay, come se 1 qualcuno venisse perseguito per queste cose e 2 i quotidiani non stessero sbandierando i numeri di vendita della rivista in Francia e in Italia (allegata al Fatto Quotidiano) . È uscito uno dei pezzi più colonialisti di sempre, ma questo era ieri, cioè seicento anni fa. Oggi la polemica è legata ad un libretto-benefit allegato al corriere che ruba vignette di fumettisti italiani a destra e a manca, cioè l’operazione più idiota del 2015 (era impossibile non venire sgamati e criticati, ed essendo in beneficienza non s’intascano neanche i soldi che servirebbero a coprire le rogne sui social e lo smacco alla reputazione). Qualcuno sta ancora chiedendo *le scuse dell’islam* per le azioni criminali di tre fanatici musulmani francesi su suolo francese -che oltre a essere un po’ stronzo, nei paesi che professano la libertà di culto è vagamente incostituzionale; non che qui si guardi a cos’è costituzionale e cosa no. Qualcuno le ha pure scritte, le scuse. A un certo punto, qualche giorno fa, la blogger che diede inizio al casino che fece cacciare Nebo da GQ per un pezzo sarcastico ha iniziato a postare cose a tema #JeSuisCharlie su twitter. Non è l’esempio più luminoso, è solo un indicatore della moralità media. Mi prende male che ci sia sempre una versione alla vaccinara di tutto quello che di rilevante succede nel mondo occidentale: Salvini, Corriere della Sera, Santanchè, Huffington Post, Barbie Xanax, Bastonate e chissà domani che squallore.

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Non so bene di cosa parli questo pezzo. Giuro su dio, voleva essere un pezzo su un concerto che ho visto sabato sera. I prossimi giorni pubblico anche quello. Parla fondamentalmente del fatto che i Neurosis hanno rotto il cazzo. Scusate.

5 Risposte a “non so bene di cosa parli questo pezzo.”

  1. Pezzo in#gabile.
    E tutto questo mentre ancora nessun giornale allega il dvd de “La notte delle matite spezzate”.
    Pura #barbarie.

  2. C’è da dire che tutto è nell’aria e la comunicazione immediata, “rete” svela così del tutto il suo significato, non solo che acchiappa tutti in un’unica pescata, ma anche ragnatela. Di un tipo che ho visto in un documentario, enorme, migliaia di ragni che si muovevano a scatti e all’unisono, pur neanche vedendosi, lasciando giusto lo spazio quando si fermavano per percepire il movimento di qualcosa di diverso, una preda, ovviamente. Ma chi è oggi la preda, chi è pescato o pesca?

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