“il disco emotionalcore più bello della storia”

psc

“Failure is the state or condition of not meeting a desirable or intended objective, and may be viewed as the opposite of success.”

Diverse persone mi avevano detto di aver comprato i biglietti in prevendita. I Mineral suonavano al Velvet, un posto in cui ho visto suonare gruppi enormi e non ho mai visto pieno, ma a un certo punto mi sale quell’inquietudine dei diciassette anni che ti portava a presentarti davanti al cancello alle tre del pomeriggio con la prevendita. Poi passa. Il concerto è di domenica in un posto a una sessantina di chilometri da casa mia: secondo ogni ragionevole opinione da ultratrentenne, una cosa a cui non si partecipa. Però c’è la reunion dei Mineral e qualcuno qui in giro è parecchio carico e c’è Diego e per me è un po’ obbligatorio.

Io e Diego abbiamo avuto una figlia a due mesi di distanza, e quindi abbiamo visto cambiare la vita più o meno allo stesso modo nello stesso momento. Non posso dire che sia la persona che vedo più spesso al mondo, ma è quello con cui probabilmente ho più relazione. Se ci vediamo a casa l’uno dell’altro, confrontiamo il gear del neo-genitore: quale crema usi, mi presti un pannolino, ho dimenticato l’asciugamano a casa, tiro fuori l’altro seggiolone, metto su una scodella di riso e mangiate qui, le vaccinazioni? Il seggiolino auto? E via andare. Se ci vediamo ad un concerto parliamo della salute di mogli e bambine, confrontiamo occhiaie chilometri e ore di sonno e ci prendiamo sempre un minuto per puntualizzare quanto intensamente avremmo voluto dargliela su, paccare all’ultimo minuto e collassare nel soggiorno di casa. Abbiamo avuto una giornata pesante, lui più di me, ma i Mineral. E lui ha comprato la prevendita, che –conveniamo in fretta- a quest’età serve più a non tirare il pacco quando si fanno le sette di sera e guardi il divano.

(la settimana scorsa gli ho tirato il pacco per un festivalino al Brainstorm, erano le 21.30 e mi ero già vestito)

The Power of Failing ti gratta via l’ottimismo già solo a leggere il titolo. Il gruppo che lo registra esiste da un paio d’anni, grossomodo: texani ma non proprio da cliché, due chitarre un basso e una batteria. Il disco esce su un’etichetta chiamata Crank!, smuove un po’ di terreno all’interno di quel giro e sull’onda del passaparola diventa un piccolo classico. Sembra registrato alla bell’e meglio, c’è un dislivello pazzesco di volume tra la prima e la seconda chitarra che genera queste progressioni vertiginose e forse casuali e una voce aspra che prova a modulare linee morbide e a volte non ce la fa. L’emocore inizierà ad incassare seriamente un paio d’anni dopo, sull’onda del successo del secondo disco dei Get Up Kids s’inizia a far vedere una generazione di piagnoni con le chitarre e il mal di vivere che andrà a riempire le colonne sonore dei telefilm giovanilisti degli anni duemila. La cosa non riguarda i Mineral: loro fanno tempo a registrare un disco a stretto giro, curare gli arrangiamenti e la produzione, mettere insieme una cifra stilistica più solenne e malinconica, scazzare durante le registrazioni e sciogliersi prima che il disco esca sul mercato.

Hey sorrow where are you
Tomorrow just won’t be the same
Without you here

I testi dei Mineral parlano di non stare bene. È una cosa che ha sfumature.

Insomma prendiamo un’auto e siamo in quattro, appuntamento alle 21 al casello di Forlì e via verso Rimini. Quando non vedi spesso le persone ma non le vedi nemmeno mai gli argomenti sono sempre i soliti, dischi concerti e gente del giro, roba per stare neutri. Arriviamo davanti al Velvet e nel parcheggio ci saranno dieci macchine. Decidiamo di meritarci un caffè: tre gruppi e un’amica dentro dice che ancora non stanno suonando, AKA si fa tardi e non ne ha voglia nessuno.

Alla faccia dell’inquietudine, il concerto dei Mineral è nella saletta interna, una stanza dimessa abbastanza grande per questo genere di eventi. Mentre arriviamo stanno già suonando June and The Well, la pagina più recente di un libro di testo dell’emo italiano. Riesco a sentire una canzone e mezzo, poi un po’ di chiacchiera e gli inglesi Solemn Sun che fanno roba tipo Staind e semplicemente sono la cosa più sbagliata da affiancare ai Mineral a cui io riesca a pensare, anche se in qualche modo la porta a casa.

Secondo la felice definizione di Diego, The Power of Failing è “il disco emotionalcore più bello della storia”. La parola emotionalcore mi travolge.

I Mineral saliranno sul palco alle undici e venti e sono supposti andare avanti per un’oretta, che significa essere a casa sull’una e mezza e almeno ora abbiamo un orario certo. Le chiacchiere vertono quasi solo sull’orologio e sul fatto che è domenica sera. Il bere costa poco e io non guido manco per cento metri. Penso “Jagermeister”. Lo penso troppe volte. Il banchetto dei Mineral offre magliette bellissime a 25 euro e poster bellissimi a 20 euro che non compro per via del prezzo. Poi ci si piazza a un paio di metri dal palco e il gruppo sale. Penso per la prima volta in questo momento che non ricordo il nome di nessuno dei membri. Sorridono e salutano e si beccano un applauso e poi sulla sala scende un silenzio innaturale. Chris Simpson (lo cerco il mattino dopo su google) ha l’aspetto rilassato i capelli che spiovono e una bella barba folta e sembra che i giorni dell’abbandono a cui alludono tre quarti dei suoi testi siano passati da mo’. Sono ancora preoccupato per l’orario e la domenica sera e il giorno dopo e boh speriamo finiscano presto e non menino il torrone e dura fino a che lui mette le mani sulla chitarra e iniziare l’arpeggio di Five Eight and Ten.

Da qui in poi inizia una cosa completamente diversa, di cui non si può dare conto per iscritto. Ci sono cose che succedono nella testa, mano a mano che i volumi si alzano e si abbassano. Riguardano la musica, ma anche la vita e lo spazio immediatamente intorno a te, e una strana sensazione di essere solo in una sala strapiena di tutte le persone che sei stato, ad ascoltare il greatest hits della tua vita. Io i dischi dei Mineral li ho ascoltati che s’erano già sciolti. Paradossalmente escono fuori quasi di più i pezzi di End Serenading, quelli con gli arpeggi studiati scientificamente per creare più malessere possibile. E più di tutto quel silenzio tra la fine del pezzo e l’inizio di quello dopo, che quello davvero non l’ho mai sentito così forte in vita mia e se devo dire in cosa è stato diversa la reunion dei Mineral a vent’anni suonati dalla formazione e a quindici dal mio primo ascolto di un loro disco è quel silenzio lì. Che c’è dentro un po’ di emicrania, i riflessi che s’abbassano, una giornata pesante appena trascorsa, il più bel disco emotionalcore della storia, troppi chilometri da qui a casa e tutto quello che passa per la testa quando ascolti certe cose a certi volumi.

Diego mi scarica davanti a casa alle due, lui ha un’altra ventina di minuti di macchina. Mi sveglio alle sei e mezzo, sconvolto. Riesco a buttar giù un caffelatte e mi preparo per i quaranta minuti d’auto che vanno da casa al lavoro. Faccio partire EndSerenading sull’autoradio ed entro in ufficio con gli occhi bagnati.

4 thoughts on ““il disco emotionalcore più bello della storia”

  1. Grazie di queste splendide righe. E comunque si, ci sono esperienze che proprio non si possono descrivere nero su bianco. Però lasciano il segno tant’è che tiri fuori questo pezzone. Quello strano silenzio tra un pezzo e l’altro ha sconvolto anche me. Il giorno dopo ho scritto una mail a Chris Simpson dicendogli che quel silenzio era “pieno” di un qualcosa di bello che stava succedendo mentre suonavano. Se mai arriverà la risposta te la farò avere. Ciao, Gigi

  2. Bel pezzo , davvero complimenti. Nel leggerlo mi sono emozionato e ho rivissuto l’atmosfera del concerto.
    Io mi sono fatto un bel po di chilometri per vivere l’emozione di quella serata, ma me li rifarei ora per ascoltare ancora quelle note delicate o quel silenzio sconvolgente.

  3. Pingback: Gloria | polpo in canna

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