100 canzoni italiane #4: VITA SPERICOLATA

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La sera della finale del Festival, vicino a casa mia suonava Toni Cutrone. Sono rimasto in casa a guardare il Festival, non nutrivo speranze sul fatto che la musica che avrei sentito sarebbe stata più interessante, non ero particolarmente ben preso per commentarlo su twitter (l’ho fatto comunque con gioia); volevo vedere il Festival. Mi piace Sanremo, mi piace la canzone italiana. Non è sempre stato così, ma per la maggior parte della mia vita sono cresciuto col festival e l’ho amato, sono stato dentro alla cosa, giudico le canzoni, compro la compilation, mi faccio la classifica eccetera. Molte sono canzoni brutte o patetiche, molte rappresentano (forse) qualcosa che mi fa schifo, ma suppongo che certe cose che amo io facciano schifo ad altri. Mi dispiace un botto non essere andato a vedere Toni Cutrone, ma non c’è mai stato davvero dubbio.

La vittoria de Il Volo non è andata giù a un botto di persone. Sono persone che vivono attivamente la musica, la respirano in ogni momento della loro vita in questo stream continuo senza pause. Guardano il festival con gli occhi disillusi di chi non ride alle battute dei Pintus e dei Siani perchè conoscono e praticano George Carlin (a controprova, s’incazzano se Siani sfotte i bambini ciccioni); vantano opinioni lapidarie ed elaboratissime in merito ad ogni canzone, sanno comprendere i rimandi dei testi, le parentele degli arrangiamenti, le radici di ogni artista. Probabilmente l’ultimo disco che hanno comprato l’han pagato in sesterzi, ma hanno un’esperienza ed una passione molto superiori alla mia. Alcuni di loro sono troppo post per saper dire cosa ci fanno di preciso davanti allo schermo; altri sono assolutamente persuasi del fatto che le due edizioni Fazio abbiano contribuito in modo attivo alla musica italiana. Altri stanno davanti allo schermo per godere di uno spettacolo trash, non sono disposti a partecipare attivamente all’emotività del singolo pezzo (al limite son disposti a recuperarla quindici o vent’anni dopo), misurano tutto in gradi di peggio e all’una del sabato commentano ve lo meritate Il Volo con l’amaro in bocca. Sono sempre gli altri, a meritarsi Il Volo.

Queste persone, magari non voi ma i vostri fratelli sì, sono straconvinte che esistano due Italie. Una è quella caciarona e invertebrata con cui entrano in contatto saltuariamente, il cosiddetto paese reale, che si rivolta saltuariamente e scende alle urne e vota gentaglia tipo Renga o Il Volo o Matteo Salvini: milioni di persone a cui personalmente toglierei il suffragio domani pomeriggio. Li riconosciamo ad occhio nudo in giro per le strade, sono tatuati come dei maori, hanno la barba incolta e un taglio di capelli da calciatore, guidano SUV bianchi di sottomarca a metano, tentano di scopare possibili modelle anoressiche con un accento romagnolo terrificante, odiano froci negri e ciccioni e se leggono un libro è di Fabio Volo. L’altra Italia è quella di chi resiste e di chi produce cultura attivamente e si mette in gioco in prima persona. Vivono e lavorano per cambiare questo paese, percepiscono come segno di arretratezza il fatto che in Italia non ci siano Netflix e il Primavera Sound, lavorano attivamente per far sì che questa situazione cambi (o almeno avere un accredito per il Primavera spagnolo) e boh, stasera sono qui perché ci sono opinioni da spacciare. Ecco, il festival di Sanremo è utile a dimostrare che questa seconda Italia, in realtà non esiste. È un pezzo di carne attaccato al collo della prima Italia, e la prima Italia è l’unica che c’è; è un sottoinsieme di allineati straconvinti di non esserlo, liberi pensatori che leggono gli stessi libri e guardano le stesse serie TV. Non fanno paura a nessuno perchè non sono organizzati, si riconoscono a vicenda ma si malsopportano e fanno a cazzotti per un tozzo di pane. E quando sono fuori nel mondo sono comunque mediamente gentili, quindi non danno alcun fastidio. Anche io e voi ne facciamo parte, eh.

(probabilmente siete meglio di come vi dipingo, ma se vi chiedessi di mandarmi una vostra foto con in mano un disco originale di Malika Ayane vi prenderei in castagna)

Non è tanto la dittatura dei numeri a squalificare le opinioni degli esperti. Non è la vittoria del Volo o la carriera del Volo da qui in poi o i numeri pazzeschi degli spettatori in questa edizione. Piuttosto, è il fatto che se ci limitiamo al concorso questa edizione è di qualità assolutamente paragonabile a quella del 2014 e (spoiler) del 2016. Non so dire se la vittoria del Volo (il peggior gruppo salito sul palco quest’anno, su questo sono senz’altro d’accordo) sia più utile o dannosa alla Causa della MUSICA, in senso assoluto, di quanto avrebbe potuto esserlo quella di Moreno. La vittoria del Volo mette al sicuro la musica da Sanremo: potete continuare a fare dischi bellissimi e non cagare il festival. Sicuramente è bello pensare alla faccia di chi s’aspettava che il nuovo rap italiano, il fenomeno giovanile italiano di maggior rilievo del decennio in corso, sarebbe andato a Sanremo nel 2015 a fare bruttissimo. Ecco, è bello pensare che questi teorici del cambiamento a cazzo di cane se ne siano tornati a letto con le pive nel sacco. E al contempo è bello pensare che il rap italiano eviterà in blocco, com’è giusto, il momento di autoanalisi e continuerà a concentrarsi sul fare quanti più clic possibile su youtube o sul fare qualcosa di quanto più grande possibile nei contesti ad esso riservati. Questa settimana ho ascoltato cinque bei nuovi dischi italiani e immagino che saranno tutti molto meglio del disco di Annalisa, che contiene la miglior canzone del Festival. Ho visto il concerto di un gruppo che suonava molto più forte di Masini Grignani e NECK, i quali comunque al Festival sono stati più eroici e cazzuti di tutti gli altri e mi hanno segnato dentro e mi hanno spaccato il culo; il mondo non è una realtà televisiva aumentata e non mira particolarmente ad esserlo. Credo che sia un bene.

Vasco Rossi era già stato a Sanremo in un contesto tra il comico e il surreale, con Vado al massimo, l’anno precedente. Poi ci ritornò all’epoca di Bollicine: non so niente della biografia di Vasco Rossi, ma credo che ai tempi ci fosse un briciolo di elettricità nell’aria. Vita spericolata doveva avere un altro testo, una cosa su una ragazza. Poi Vasco Rossi ebbe l’idea di quel testo e la portò a Sanremo. Vita Spericolata è puro Festival: ha un arpeggio malinconico, un’interpretazione sofferta e un ritornello assassino. Per molti è la cosa più rivoluzionaria passata su quel palco nell’ultimo trentennio, io queste cose non ce le riesco a vedere. Gli occhi, invece, quegli occhi erano un film dell’orrore. Credo che ai tempi disturbassero anche più di quanto lo facciano oggi, che lo spettacolo fosse molto più confezionato di oggi e quel ragazzo sconvolto e stazzonato negli abiti rompesse le uova nel paniere molto più di quanto abbiano mai fatto gli altri.

Il concetto di generazione mi sfugge. È diverso a seconda del campo di studio, nella musica indica all’incirca una tendenza quinquennale secondo la quale bisogna essere tristi o felici o elettrici o acustici o digitali, niente di troppo complesso. Vasco Rossi non è mai stato la mia cosa, proprio lo detesto a dire il vero: detesto quel genere di musica lì, quel misto di rock e canzone italiana straconvinto di parlare ai giovani. Nelle parole di mio padre Vasco Rossi ha rovinato un’intera generazione, e credo non sia vero ma come faccio ad esserne sicuro, magari ai tempi potevi farti rovinare la vita da una canzone, o magari semplicemente la musica rovina le vite e lui l’ha fatto con più vite perchè era più popolare. Boh. Mio padre diceva che sarei dovuto diventare ingegnere, che avrei potuto guardare tutti i miei amici dall’alto al basso, e credo che scoprire che non avrei fatto studi d’ingegneria l’abbia ucciso in qualche modo. A guardare indietro sembra che io abbia vissuto la mia vita facendo apposta cose che l’avrebbero fatto incazzare, ma su Vasco Rossi abbiamo la stessa opinione. Per motivi diversi, ok. In Emilia è arrivata prima l’eroina o Vasco Rossi? Difficile a dirsi. Negli anni ottanta le persone morivano di overdose nei cessi pubblici, nelle periferie tutte le famiglie erano toccate dal problema. Vasco Rossi cantava delle canzoni, qualcuno ci sentiva un disagio, qualcuno ci sentiva un idiota, qualcuno ascoltava altro. Poi andò a Sanremo e cantò quella canzone con il male dentro gli occhi e poca coscienza di sè.

Il palco di Sanremo, come spesso si legge, è difficilissimo. Nonostante io appartenga a una categoria di snob decerebrati ho accettato da un pezzo che sia un palco difficile perché è democratico. Quelli che ascoltano la tua canzone sono carpentieri, postini, madri di famiglia che comprano la deluxe edition della Nannini a natale, giornalisti musicali, accademici di prestigio, perdigiorno col cappello a rovescio e anche tutti gli altri. Tutti meritano la musica esattamente quanto la meriti tu, pochi di loro hanno interesse a spulciare Soulseek la settimana successiva. Il loro giudizio è determinato dai quattro minuti che hai a disposizione. Non ha importanza quale sia la tua storia, se i dischi che hai venduto si misurino in unità o milioni, né se sei una bella o una brutta persona. Quello che conta a Sanremo è la canzone che hai portato, la tua capacità di cantarla e il modo in cui stai su quel palco. L’ultima sera vai a finire in una graduatoria che dice quanto hai contato per le persone che erano a casa; non hai modo di costruire consenso, nemmeno i giovanotti dei talent (le canzoni che non piacciono non vanno avanti, puro e semplice). Disprezzo i rocker alternativi che sono andati a Sanremo senza alcun rispetto per la manifestazione, i vari Afterhours che ci andavano a dimostrare politicamente l’esistenza di una minoranza che a Sanremo c’è andata solo a svilire se stessa. I Bluvertigo, i Marlene Kuntz che mandano un comunicato stampa per spiegare che nel loro sistema cognitivo è una cosa punk. I Subsonica ebbero il coraggio di affrontare il palco con la loro canzone migliore. I Perturbazione ci han provato per anni ed erano contenti come delle pasque. Il Volo è più o meno la stessa cosa, ma al contrario: carichi come delle bestie, voci potenti, rock tamarrissimo, epica oltre il livello di guardia. A me fanno vomitare, ma la platea del teatro ha reagito istantaneamente e s’è spellata le mani.

Il resto è contorno, gradevole o sgradevole a seconda dei casi. Disprezzo i comici scrausi di quest’anno, disprezzo le guerre dello share, disprezzavo il tentativo di Fazio di inculcare cultura ad un popolo che segue solo il cambiamento delle ere geologiche, disprezzo le lamentele di chi vorrebbe un festival più internazionale che somigliasse alle decine di video che guardiamo sul tubo, sognando ancora l’America come i migranti e Claudio Cecchetto. Sono cose che funzionano e non funzionano, servono a dare l’idea di un evento che non sia solo canoro. Tiziano Ferro è salito sul palco e ha detto che la musica deve raccontare delle storie.

In ordine di bellezza, il mio Festival 2015: Marco Masini, Annalisa, Grignani, Raf, Nina Zilli, NECK, Nesli, Malika Ayane, Bianca Atzei. Gli altri stanno più in basso. La serata delle cover è stata tra le miglioridel passato recente: Grignani mi ha strappato il cuore dal petto, NECK ha fatto una cosa mostruosa, Masini commovente, Annalisa perfetta, Malika Ayane grandiosa.

Vasco Rossi arrivò bassissimo in classifica, poi iniziò a vendere un sacco. Certe cose funzionano bene in Italia e male a Sanremo. La sua canzone e quel testo bruttissimo diventarono uno strano manifesto che toccava al cuore giovani ribelli e vecchi cantautori bacucchi; le è bastato lasciare il Festival e arrivare nei posti per cui in fondo era stata pensata, gli stadi pieni di fanatici adoranti che la cantano a squarciagola mezzi dilaniati dal Tavernello introdotto abusivamente. Disprezzo queste persone ma una volta Vasco lo vidi pure io. Rimini, tour deGli Spari Sopra, molto pittoresco. Il giorno dopo suonava Ligabue, qualche mio amico si fece la doppietta.

3 thoughts on “100 canzoni italiane #4: VITA SPERICOLATA

  1. Vasco Rossi = aumento dei tossici? Avendo avuto diretta esperienza, assolutamente no, quantomeno in Sardegna non di sicuro, non chi frequentavo io. Chi si faceva non ascoltava Rossi, anzi, lo ascoltava proprio chi NON si faceva, e mi torna in mente Stephen King quando parlava di quelle ragazze borghesi che ascoltavano Ozzy Osborne ma che mai e poi mai ci sarebbero anche solo uscite una sera insieme, sognando una “trasgressione” che mai avrebbero messo in atto.
    Poi magari ci sarà pure stato qualche tossico che se lo cantava, Rossi, ma io non l’ho mai conosciuto. Quindi, se è vero quel che sostengo, c’era da stare tranquilli, Rossi la salvò, l’Italia, anche se non so riguardo alla coca.

  2. Ps In effetti, viste le tue conoscenze musicali – non so però se lisergiche e psicotrope ecc – e capacità letterarie, se già non è stato fatto potresti tirarlo giù un pamphlet musica/droga, andando a vedere chi ascolta quello e questo facendosi cosa. Tolti i i più scontati, tipo jazz = alcol, Joy Division = eroina, il gay cittadino assistente sociale che di notte va a MD e ascolta house, chissà che salta fuori! Per dire, il quarantenne operaio in fabbrichetta romagnola che vive da mamma che si fa di coca e che ascolta AC/DC, oppure la parrucchiera 50enne astemia mamma single che si sfonda a cioccolatini e ganya e ascolta Mal e Mia Martini, cose così!

  3. Pingback: fattene una ragione: i tuoi vecchi ascoltano Il Volo | Righe Indie

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