SULTANI DELLO SWING – appunti sul rock riccardone

IMG_0109 (1)Quello che segue è uno scambio di email, introduttivo ad un’analisi in fieri su quello che possiamo definire “rock tecnico” o “rock riccardone”, un sottogenere abbastanza identificabile ed ascrivibile ad un’idea di “perfezione” e “pulizia”, di stampo classicheggiante, legati al rock. Le tre persone che scambiano le email sono FF, cioè io che scrivo ora, DR, di nome Daniele e qui conosciuto come Ashared Apil-Ekur, e un terzo membro esterno ma non troppo che di iniziali fa ML, nome completo Michele. Il nostro viaggio è confuso e propedeutico, ma serve da ponte per eventuali evoluzioni future.

FF Vorrei fingere che ci sia un pretesto, uno spunto, ma possiamo andare direttamente al sodo: qualcuno faccia la prima domanda.

DR Che succede se Malmsteen ha ragione e tutti noi torto? E la musica fosse, perciò, degna di essere ascoltata solo quando si tratta di chitarrismo ipertecnico ispirato, non so, a Pergolesie Salieri?

ML Succede che ci addentriamo nel magico e mistico mondo della musica vista non come “esperienza” (cosa tipica di noi che ascoltiamo gruppi che suonano di merda, con la scusa dell’immaginario e dell’epica indierock) ma come esatta sequenza di note, emessa attraverso BEI SUONI, cosa che ci spinge necessariamente ben oltre la chitarra. Certo, la punta dell’iceberg è rappresentata dal “chitarrismo”, ma sotto c’è tutto un enorme mondo fatto di tecnica e bel suono. Per intenderci: tutto quel macrocosmo composto da gente che si compra un live di Claudio Baglioni perché magari ci suona Frank Gambale ed è registrato coi controcoglioni. Ma attenzione: se volessimo davvero approfondire questo discorso, percorreremmo una strada al termine della quale Malmsteen ci apparirebbe come l’embrione di un mostro ben più  temibile. Per capire l’entità di questa bestia, vorrei ricordarvi che il chitarrista svedese, qualche lustro fa, si concesse ad un blind test (Metal Shock, Metal Hammer o Flash, non ricordo) nel quale lo sottoponevano all’ascolto di vari chitarristi; nessuno uscì vivo, tra i “virtuosi” dell’epoca (nello specifico, Vai, Satriani e Petrucci), ma vorrei riportarvi il giudizio su un pezzo dei Nirvana (il brano era Milk It): “Dio Mio…..spegni subito! . Penso che sia la cosa peggiore che abbia mai sentito in tutta la mia vita. E’ catastrofico”

Ecco, Yngwie, a confronto della Bestia, è paragonabile ad un adolescente alle prime armi.

Questo il link all’intervista… è M E R A V I G L I O S A, potresti usarla per farne un intro.

FF Come sai abbiamo già trattato ai tempi l’intervista, concludendo che Yngwie è in realtà l’unico musicista ad averne mai capito di musica. e questo, anche se l’intervista è un probabile fake, è un fatto. Ma vorrei concentrarmi per un attimo sulla prima dimensione. Il cultore dell’ascolto pulito e dell’esecuzione corretta che si addentra in territori di pop becero e offensivo per soddisfare le sue necessità primordiali, quasi tutte legate al name-dropping. Coloro che cacciano centinaia di euro per andare a vedere Ramazzotti per gustarsi gli A SOLO (credo sia molto più corretto in questo caso parlare di A SOLO più che di ASSOLI) del grande Paul Warren o la sezione ritmica capitanata dal grande Vinnie Colaiuta, recentemente dietro le pelli anche per il grande Tiziano Ferro. Occorrerebbe forse capire quali sono, prima di iniziare, gli insospettabili. ovviamente il caso più mastodontico è quello del grande Vasco Rossi che impiega il grande Solieri e non so chi altri nella sua backing band, ma sospetto che i vari Pino Daniele o Giorgia siano acts con un elevatissimo pericolo di perizia tecnica. giusto?

DR Io non credo che abbiate ragione, né voi, né me fino ad adesso (fino a tra poco), né tutti gli altri: teorizzo che le persone di questo tipo, che non ci siamo ancora azzardati a chiamare Riccardoni, non amino in effetti la musica. E questo non perché la “vera musica” (altro concetto che potrebbe essere approfondito in libri su libri) siano quelle cacate indie, né tantomeno le stronzate di avanguardia becera che ci siamo tutti ascoltati per anni; no, perché quelli che – secondo logica – avrebbero la potenzialità di essere i Riccardoni Alfa, cioè GLI ORCHESTRALI, gli studenti di conservatorio o gente del genere, in effetti apprezzano musica bella. Cioè, anche loro – e a ragione – sono capaci di dirti che i Radiohead fanno schifo e non sanno suonare, ma lo fanno dal punto di vista di chi quando dice “musica bella” pensa a Brahms, e non al GRANDE Jeff Porcaro. Bisognerà poi chiarire, un giorno, perché avere un nome da italoamericano – o semplicemente esserlo, tipo il grande Popa Chubby – porti quasi in automatico a essere un riccardone.

ML Innanzitutto una doverosa precisazione sul grande Malmsteen: se Niccolò Paganini avesse sentito le sue incisioni dei Capricci, probabilmente l’avrebbe tacciato di cialtroneria, gridando “spegni questa merda”; questo per dire quanto la questione sia radicata nell’essere umano. Restando però ai tempi nostri, hai perfettamente ragione: nel discorso la backing band assume un importanza assoluta. Non importa chi sia autore dei pezzi, che il concerto sia di Eros Ramazzotti, Baglioni o Giorgia; a noi importa vedere una backline coi controcoglioni e un sessionman che in mezzo a Mille Giorni di Me e di Te, piazzi due minuti di stick-bass (mi riferisco al grande Tony Levin, ovviamente). Su quanto evidenziato da Daniele, trovo che la questione sia controversa: l’ambiente “classico” andrebbe affrontato a parte, poiché in linea di massima considera “ascolto debole” o comunque tarato all’orginine, quasiasi cosa comprenda l’uso di un amplificatore o di un pick-up. Nel mio ormai pluridecennale studio sui Riccardoni (il termine nasce nell’Alta Valle del Tevere e ci tornerò volentieri più avanti), ho notato che il viaggio verso il Bello nasce dal “basso”. C’è un insegnante di chitarra, c’è un ragazzino che vuole suonare perché pensa di ficcare e che in men che non si dica si scorda del genere umano perché sta una settimana ad imparare l’A SOLO di Sultans of Swing (mentre, immaginiamoci in un 1992, gli amici ascoltano i Nirvana, per dire). Da lì in poi, complici alcune variabili climatiche e sociali, assistiamo ad una evoluzione che può avere molteplici esiti, ma che nella migliore delle sue forme ci consegna, anni dopo, un 35enne che si appresta a fare delle clinics di jazz con il grande Mike Stern e medita di iscriversi al Conservatorio. La musica classica, per il Vero Riccardone, è un approdo più che un punto di partenza.

FF sono d’accordo. è un fenomeno antropologico. un’altra cosa che differenzia i discorsi è che nel caso dei Brahms stiamo parlando ancora di musica, qui invece ci lanciamo sulla spinosissima questione del SUONO, della fedeltà, del titanismo acustico, l’asservimento della macchina all’uomo e viceversa. c’è anche da smentire l’orrenda falsità che un cognome italoamericano ti costringa ad una vita da esecutore sopraffino. pensare solo alla miriade di filiazioni emocore dei vari Chris Carabba, Bob Nanna, Jonah Matranga e chissà quanti ne sto saltando in questo momento. il SUONO è l’unica scelta possibile. IL SUONO CHE PIEGA L’ACUSTICA, non a caso LA CLASSICA viene performata secondo logiche di numeri e spazi costruiti all’uopo ed esistono cazzari tipo Keith Jarrett che provano a riproporla ai festival finendo per sclerare male quando uno starnutisce in chissà che cazzo di arena all’aperto, vigliacchi. il turnista piega lo spazio e il tempo alle sue esigenze, potenzia il suo GEAR per poter suonare bene in ogni condizione. filosoficamente stiamo agli antipodi. i classicisti, i conservatoristi, sono semplicemente un branco di in-educati. il riccardone è un sopravvissuto del rock, uno che si distingue. mi chiedo, tuttavia, fino a che punto ci possa portare questo approccio. voglio dire, questa roba è stata vincitrice e determinante nel mondo del pop una sola volta, giusto? la gloriosa epoca in cui i grandi Toto o Survivor erano in auge.

DR Mi avete convinto, avete ragione e io to(r)to (nessuna personalità qui). Ma oltre al GEAR c’è l’importanza del PRACTICE che non va sopravvalutata. Dico “il” e non “la” PRACTICE per via di quella scuola di pensiero, riccardonismo applicato alla linguistica, per cui le parole inglesi sono preferibilmente maschili (“il mail”). Il PRACTICE per un Riccardone è un esercizio spirituale, un tributo fatto da se stesso per se stesso, forse un’immolazione a se stesso tipo Odino. Ricordo anni fa una terribile esperienza vissuta in taxi. Lo presi al parcheggio davanti alla Sapienza, e quando mi avvicinai notai che il conducente era in pieno PRACTICE, suonando (a perfezione) il volante con due bacchette da batteria. Seguì un terrificante viaggio – non ricordo dove fossi diretto – in cui ogni pausa al semaforo era riempita di PRACTICE – prendeva le bacchette da non so dove e ne approfittava per migliorarsi -, e quando la macchina era in movimento era tutto un racconto dell’ACCADEMIA DI MUSICA di Los Angeles o non so dove dove millantava di aver suonato.

ML Innanzitutto mi piace molto, Francesco, il concetto di “piegare L’ACUSTICA”, poiché evoca direttamente una delle pratiche fondamentali, ovvero il BENDING (e ciò mi rimanda ancora a Malmsteen, che a tale proposito ci informa “Certo per fare un bending ampio, tipo dal Do# al Fa# sul ventunesimo tasto del mi cantino, qualcosa mi dice che è il caso di usare una corda molto leggera (anche se io riesco comunque a farlo, anche con una 010”. Per dire.)

tornando a noi, credo che si, il Riccardonismo (pur avendo, come detto, orgini lontane) ha raggiunto i suoi massimi in epoca recente, individuabile proprio in certi anni 80 (non a caso è quello il decennio delle peggiori derive FUSION, non dimentichiamolo). Tuttavia, essendo uno stato mentale, una filosofia di vita, individuare un preciso momento storico è sostanzialmente impossibile; come dice Daniele, con IL PRACTICE è possibile arrivare alla Verità, a prescindere da censo, età anagrafica o nazionalità (ma ci sono delle discriminanti riguardo il genere, poiché il 99.9% dei Riccardoni riconosciuti è di sesso maschile…e ciò rimanderebbe a Freud, che peraltro parlava di “suonare lo strumento della mente”…pure lui un DEVOTO?).

Credo sia necessario, a questo punto, dare delle coordinate a chi voglia capire adeguatamente ciò di cui stiamo parlando. Cinque punti cardinali, diciamo:

1) 1973, the Dark Side of the Moon. Non ci sono, in realtà, grandissime prove tecniche, ma il disco è usato ancora oggi per testare gli impianti HI-FI, per via del suo suono cristallino, della sua registrazione coi controcoglioni. Feticcio della setta scissionista degli AUDIOFILI, gente così devota alla purezza che non si piglia nemmeno la briga di imparare a suonare.

2) 1978, in pieno punk e con la new wave in procinto di nascere, i Dire Straits se ne escono fuori con il disco omonimo. Sultans of Swing è un epifania di BENDING, TRIADI, ARPEGGI, tutti eseguiti in FINGERPICKING. Se avesse un dollaro per ogni volta che un insegnante di chitarra ha detto ad un suo allievo “macché Nirvana, tiè, questa è VERA MUSICA”, sarebbe ancora più ricco di adesso.

3) 1983, gli Yes si sono liberati del grande Rick Wakeman e incidono Owner of a Lonely Heart, che è una pietra angolare. Finisce nella tracklist di qualsiasi cassetta/lezione, il suo DRUMMING è seguito in cuffia da generazioni e generazioni di batteristi.

4) 1987, esce …Nothing like the Sun, di Sting. Basta dare un’occhiata alla BACKING BAND, uno stuolo di SESSIONMEN che fuga ogni dubbio: il grande Manu Katché alla batteria, il grandissimo Hiram Bullock alla chitarra, partecipazione di Andy Summers e Mark Knopfler. l’orchestra del grande Gil Evans in una versione iper tecnica, piena di virtuosismo, lunghissima, di Little Wing (ricordiamolo: Jimi Hendrix va nobilitato, di per sè era semplicemente un negro che suonava benino la chitarra). A chiudere, Brandford Marsalis che suona il sax e di fatto introduce un elemento FONDAMENTALE per riconoscere molti ACT e dischi da Riccardoni: l’A SOLO di sax contralto (in Italia abbiamo Stefano di Battista, grande seguace di questa scuola).

5) 1992, i Dream Theater danno alle stampe Images and Words, conferendo redenzione agli anni 90, piagati già da paccate di dischi senza A SOLI. I membri del gruppo sono noti per avere in curriculum più video didattici che dischi; i DT non inventano il progressive-metal, ma di fatto è come se fossero i carriers di un virus che mieteva già vittime. L’epidemia diviene pandemia e quando al minuto 5.29 di Pull me Under parte l’A SOLO del grande tastierista Kevin Moore, tutto un PITCH pieno di trick e scale, il gioco è fatto.

la lista non è esaustiva e non tiene affatto conto di tutte le possibili diramazioni, sottogeneri e variabili, ma è sicuramente utile ad inviduare alcuni tratti salienti di ciò che possiamo chiamare un Riccardone. Egli ha affrontato almeno uno dei 5 passaggi o nella sua strada ha incontrato qualcuno che l’ha fatto.

FF Ok, ma prima di arrivare a una selezione musicale vorrei, se ci è possibile, definire il fenomeno socio-antropologico del riccardone. le abitudini, l’ideologia, l’abbigliamento: elementi ricorrenti. voglio dire, la prima cosa è la compresenza di camicie piuttosto larghe sul corpo e capelli lunghi legati a coda, mi sembra che questo sia un dato incontrovertibile. no?

ML Si, forse è meglio non correre troppo, ma volevo dare almeno qualche coordinata per chiarire le idee. Ad ogni modo, si, quello che descrivi è un tratto piuttosto incontrovertibile, tra le decine a disposizione per riconoscere un Riccardone a prima vista, anche se è davvero difficile stabilire dei tratti davvero esemplari, data la varietà di specie e varianti. A livello sociale, direi che potremmo definire Riccardone colui che e si butta giù senza esitazione qualsiasi cosa abbia il BEL SUONO o sia BEN SUONATA; non c’è un genere particolare a cui è legato, ma ovviamente detesta qualsiasi cosa non contempli la presenza di un A SOLO o gruppi che non fanno alcuna attenzione alla loro BACKLINE (oppure, peggio, quelli che vi pongono anche attenzione ma che nonostante ciò suonino comunque male alle sue orecchie…se fai sentire gli Shellac ad un Riccardone, il risultato non può che essere uno “ma che è sta merda?”). L’habitat naturale varia, a seconda delle occasioni; li puoi trovare in sala prove a fare IL PRACTICE, oppure a guardare altri simili (scuotendo spesso la testa o sorridendo maliziosamente in caso si cali di mezzo tono), oppure ad un qualsiasi live. Che sul palco ci siano l’Orchestra Bagutti, Prince o chi per loro, l’atteggiamento sarà sempre e solo quello: defilato, in zona mixer (perché si sente meglio), mano sotto il mento e attenzione all’esecuzione: non è importante chi suoni, ma COME suoni. Un esempio pratico lo si può avere frequentando un qualsiasi concerto di Elio e le storie tese: in zona palco avremo i generalisti, quelli che son lì solo per le parolacce, i “fan”, gli studenti di ingegneria. Mano a mano che ci si allontana dal palco avremo un pubblico sempre più composto e attento, fino ad arrivare a delle sfingi, vicino al mixer (così si può pure fare qualche domanda al fonico, per poi sconfessarne le scelte): ecco, quella è la zona in cui è matematico incontrare un Riccardone. EELST inglobano musicalmente tutto ciò che egli ama: A SOLO infiniti, musicisti coi controcoglioni, un basso a sei corde o FRETLESS e un ENDORSER Ibanez alla chitarra e tanti A SOLO di sax contralto. Per quanto riguarda l’abbigliamento, un altro tratto che ho notato ricorrente è l’uso del beige come colore neutro al quale associarne altri totalmente a caso.

DR No, è controvertibile. La sociologia del Riccardone tiene conto anche di quasi inafferrabili varianti locali. Per quanto la coda di cavallo sia molto portata, Il Riccardone romano, ad esempio, conserva spesso segni evidenti della sua discendenza metallara. Un tratto caratteristico mi sembra comunque essere la mancanza di vergogna e/o capacità di stare al mondo (parlo del mondo del vestiario). I Riccardoni sono capaci ad esempio di indossare PANTALONI CORTI del genere PINOCCHIETTI A QUADRETTI con SCARPETTE DA GINNASTICA TECNICHE molto sottili e appuntite.

FF Ho riflettuto molto su queste categorie, e credo che sia essenziale -da qui in poi- dividere la nostra analisi. Credo sia essenziale lavorare a compartimenti stagni per evitare di confondersi: in fondo dire RICCARDONE è un po’ come dire PUNK, insomma, analizzando in blocco il riccardonesimo troviamo contraddizioni che ci impediscono di decodificarne gli atteggiamenti. credo sia possibile identificare tre modelli di riccardonismo, tre filoni ideologici di riferimento.

Il primo è il riccardonesimo audiofilo. L’ossessione che spinge certi individui ad investire quindici stipendi in un impianto stereo custom con la posizione degli speaker studiata da ingegneri del suono, amplificatori acquistati dopo tre anni di lettura intensiva di riviste specializzate, cablature che costano più della mia macchina e via di questo passo, e una collezione di titoli intorno al centinaio.

Il secondo è il riccardonesimo pop-rock, quello del rock pulito come massima espressione culturale del secondo novecento. Sistemi produttivi ed esecuzione, turnisti prezzolati al seguito di musicisti pop generici ed ogni altra espressione culturale a questo sistema riferita (la fusion, l’elettronica suonata, il grande Pat Metheny). Per certi versi è un’espressione terminale di certi concetti easy-listening, diciamo così: il bisogno di ascoltare buona musica suonata da professionisti che sfocia nell’ossessione.

Il terzo è il riccardonesimo estremista, quello astratto. L’evoluzione della figura del guitar hero negli anfratti del metal che diventa devastazione emotiva e bisogno di esecuzioni perfette, ed è quella che ci dà i grandi Yngwie Malmsteen e John Petrucci del caso, la musica suonata pura, l’idea della disumanizzazione del musicista per combattere lo strapotere delle macchine.

mi sbaglio? ci sono altre categorie?

ML ottima intuizione, grazie alla quale sarà un po’ più facile ovviare alla da te giustamente citata frammentazione dei riferimenti. Ci sarebbe, a dire il vero, anche la categoria del Riccardone Reduce, ovvero quello fissato con il blues e il Buon Vecchio Rock. La peculiarità che lo rende speciale è l’essere in fissa con i 70’s “sbagliati”, ad esempio quelli degli Eagles (un esempio chiaro: One of These Nights, il suono perfetto per la categoria) e dei Dire Straits…

DR …non ho obiezioni, ma una richiesta: come si coniuga il riccardonismo al jazz? Per esempio, ho appena scoperto su Amazon questa bellissima recensione (una stella su cinque) a “For Alto” di Anthony Braxton:

“Esistono musicisti che sfruttano l’ignoranza di chi non sa ascoltare musica per pubblicare pure cacofonie senza significato.

Non tutto ciò che è atonale o dissonante è arte.

Se volete grande musica free ascoltate Coleman, Coltrane, Dolphy… oppure gli europei di Darmstadt per l’avanguardia”

Come ci si comporta di fronte a un commento come questo? Io ci vedo dell’ineffabile, ci scorgo profondità disumane, mistiche, direi sufi, e sarei incline ad essere d’accordo sul fatto che non tutto ciò che è atonale o dissonante sia arte…

FF io penso che il riccardonismo non possa essere davvero legato al jazz o slegato dallo stesso. Lo può essere incidentalmente, ma d’altra parte il jazz può anche essere brutalmente osteggiato dal riccardone, pensa a chi si è visto spezzare la schiena perchè voleva fare il jazz ed era dentro ad accademie classiche, anche quella merda tipo Zorn è sia riccardona (i grandi Naked City sono in fondo il più patetico tentativo di revisionismo thrash metal in ottica riccardona) sia anti-riccardona, quel guazzabuglio tutto-niente postideologico vintage-HD. Poi ci sono tutti i/gli weather report del caso che ammazzano il discorso diventando punti di riferimento, eccezioni che confermano la natura dell’eccezione.

Proviamo ad andare con ordine?.

RICCARDONE AUDIOFILO. prima questione: vinile o CD? nel mio immaginario il riccardone audiofilo è legato al CD. alla definizione digitale del suono, al concetto di accadì. è anche interessante in questo contesto ripercorrere la storia dei formati, che è una storia della sconfitta e della sconfitta riccardonesca in particolare. ricordate il SUPER AUDIO CD? ricordate la copia watermarked? ricordate la frenesia del MINI DISC? Chissà come hanno preso, i riccardoni audiofili, il ritorno in massa del vinile. quali giudizi per ogni singolo contesto. se possono considerare l’acquisto di 600 grammi di vinile con musica di gente tipo Isis.

ML sull’argomento jazz preferirei tornarci su in modo più organico; avendo gestito per anni un negozio di dischi che trattava esclusivamente questo genere, ho una visione piuttosto completa a riguardo. Per ora mi limito a dire che un VERO Riccardone, Braxton manco lo piglia in considerazione; il jazz per lui ha senso solo nel momento in cui vi siano dei suoni della madonna e gente che fa A SOLO a rotta di collo, ma ben definiti. PERÒ il Jazz, nelle sue infinite declinazioni, è terreno ove il Riccardone pascola con gioia, specie in quella zona oscura che prende il nome di “fusion”.

andando per ordine e tornando a bomba sul Riccardone Audiofilo, io posso garantire (distribuendo dischi, di mestiere) che il ritorno del vinile è vissuto in modo piuttosto controverso dalla comunità. A riguardo assistiamo allo stesso atteggiamento che potremmo trovare negli appassionati di motori: c’è chi adora tutto ciò che è tecnologico e chi ama i modelli d’epoca; il tratto dominante è che considerano la “macchina” un insieme di pezzi dei quali è NECESSARIO conoscere tutto, altrimenti non vali un cazzo e sei solo uno che guida (probabilmente male). Allo stesso modo io ho conosciuto gente che si comprava qualsiasi cosa uscisse in SACD o che gira per le bancarelle in cerca di Laser Disc (esclusivamente MINT, non ci sarebbe nemmeno da dirlo), come quelli che hanno vissuto il periodo del passaggio al CD come una sconfitta interiore e che adesso si comprano i vinili dissimulando potenti erezioni, o girando con il bilancino, per accertarsi che la grammatura denunciata in copertina corrisponda a realtà. Poi c’è una ulteriore evoluzione della specie, temibilissima, che ha abbandonato ogni supporto fisico e venduto la propria collezione di dischi in blocco, dopo averla riversara in terabyte di file audio LOSSLESS, spendendo anni della propria vita a fare i corretti TAG. Un breve aneddoto: anni fa in negozio avevo una paccata di dischi di Maynard Ferguson (quello del tema di Rocky, per intenderci), dei quali non riuscii a disfarmi per lunghissimo tempo…l’unico pezzo lo rifilai ad un tizio secondo il quale le casse Celestion in nostra dotazione, pur non di eccelsa fattura, lo facevano suonare in modo incredibile “figuramose co l’impianto mio”. Prima di ascoltarlo, m’aveva già detto che non gli piaceva…potere dell’HIFI.

Detto ciò, sto ragionando sul fatto che in realtà qui stiamo parlando di una stretta minoranza…ovvero di quei soggetti che, comprando dischi in formati costosi o acquistando super impianti audio, sottraggono danaro all’acquisto di quel pick-up fatto in osso di cucciolo di foca o alle corde per basso prodotte dai monaci tibetani, che si dice fossero usate dal grande Jaco Pastorius (il Riccardone Straight Edge gli preferisce comunque John Patitucci). Gli audiofili sono i guardoni,i feticisti…, il Riccardone è il serial killer, agisce sul campo.

FF Ancora un attimo su questo: mi interessano altri due aspetti poi andiamo alle bombe vere. Primo aspetto: la DECADENZA del formato. ho assistito a discussioni sul corretto imbustamento di vinili, comprese persone che non concepiscono l’idea di poter utilizzare altro che buste chiuse al fine di evitare la polvere, e il fatto che la polvere si depositi è di per sè sufficiente a darci una dimensione dell’audiofilo come di personalità ossessivo-compulsiva e maniaca dell’igiene ad ogni costo: la meticolosa pulizia mensile degli LP, e questo genere di cose. E il CD? ho conosciuto almeno una persona (veneto, forse conta qualcosa) che mi ha mostrato la sua collezione di CD, orgogliosamente: mi ha descritto le specifiche tecniche del deumidificatore-condizionatore in cui tiene i dischi per evitare il degrado e la comparsa dei FLAW. E poi siamo passati ai titoli, una settantina in tutto, equamente divisi tra edizioni diverse degli stessi sei-sette dischi dei grandissimi Pink Floyd (curiosa l’assenza di Piper, tra l’altro) e altri titoli, quasi tutti in edizioni limitate e cofanetti, completamente a caso, classica contemporanea e pop-rock cafone, ovviamente i grandissimi Queen, ovviamente tutti dentro buste di plastica sigillate.

Tra l’altro leggendo il blog amargine abbiamo abbastanza chiara la situazione in cui versa la discografia italiana: nella classifica FIMI i Pink Floyd sono presenti tutte le settimane, probabilmente trainati dal fatto che le stesse cinque-seicento persone sparse per lo stivale comprano tutti i loro dischi in tutti i loro formati ad ogni nuovo remastering, e queste persone pesano al punto che in settimane del cazzo senza riedizioni nuove di zecca, Dark Side of the Moon è ventesimo nella classifica dei dischi più venduti nel paese. Ok, i dischi nel paese non si vendono più, ma al contempo è necessario interrogarsi sulla possibilità che gli audiofili siano in aumento. Che la recente ossessione per il vinile stia facendo abboccare all’amo gente onesta il cui occasionale guilty pleasure era un salutare greatest hits di Pink senza Floyd e che ora vuole PIU’ GRAMMAGGIO e più fedeltà. Giusto, ho anche sbirciato qualche forum in cui venivano elencate tecniche di ripping da vinile a lossless audio, tecnologie custom fuori della grazia del Signore, affastellate l’una sull’altra.

veniamo dunque al dunque.

RICCARDONE PROPRIAMENTE DETTO.

Abbiamo riferimenti audio, già citati da Michele:

Abbiamo una geolocalizzazione: a concerti, defilato, in zona mixer.

Abbiamo un’estetica ed un abbigliamento di base.

Direi che è il momento di dare una definizione, giusto? RICCARDONE si dice di individuo che ascolta e pratica la musica rock concentrandosi sull’esecuzione, sul SUONO, sullo sfoggio di perizia. Prima cosa: da Michele abbiamo imparato il nomignolo, ma qual è l’origine del nomignolo?

DR Ascolta e pratica? Io non sono sicuro. Io credo che il riccardone pratichi, l’ascolto come parte del PRACTICE.

ML il Riccardone non “ascolta”, bensì SENTE. Sente e fa PRACTICE; il suo contesto naturale è il palco, dove può esprimere tutto se stesso attraverso un GEAR come si deve.

l’orgine del nomignolo si perde nei meandri delle sale prove e dei palchi di paese, nell’Alta Valle del Tevere. Ho appreso tale definizione da amici saggi ed avvertiti; va detto però che all’inizio la sua accezione era decisamente diversa. Il Riccardone, nello suo significato primigenio, non era altro che il membro di un gruppo di paese; la caratteristica fondamentale era il suonare classici del rock, col piglio dell’orchestrale. Negli anni 80, il termine, veniva usato sostanzialmente in questo senso; è solo con il tempo che è diventato definizione dei soggetti di cui stiamo parlando, sviluppando indissolubili legami con il bel suono e il BEN ESEGUITO. Forse perché, essendo proprio gli anni 80 un decennio fertilissimo per tale tipo di musica, quelli che venivano chiamati Riccardoni avevano comunque dei gusti ben definiti in tal senso. Da lì in poi, la naturale corrispondenza, fermo restando che la prima generazione non aveva ancora i tratti del tutto definiti.

perché “Riccardone”? non si sa; l’ho chiesto anche ai veri titolari del termine, ma nessuno è stato in grado di darmi indizi a riguardo. Fatto sta che la prima volta che ho sentito usare il termine, ne ho avuto immediatamente chiaro senso e potere fondativo.

FF quindi il riccardonesimo trova necessariamente sfogo nel practice? Desiderio di emulazione? Non esistono riccardoni che non hanno mai approcciato lo strumento?

ML si, esistono, ma sono una setta scissionista, gli audiofili di cui parlavamo poco sopra. Per loro l’amore per il suono va così oltre che trovano probabilmente volgare l’imbracciare uno strumento. Come già sottolineato, tra loro e il VERO Riccardone, corre la stessa differenza che esiste tra un voyeur feticista e un serial killer di matrice edonistica.

(fine della prima parte, con ogni probabilità non ne uscirà mai una seconda)

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13 commenti su “SULTANI DELLO SWING – appunti sul rock riccardone

  1. La questione del jazz secondo me è molto malposta. Il primo motivo è che vengono selezionate, in via del tutto arbitraria, esperienze al limite del medesimo e nell’insieme molto marginali, come Braxton o i Naked City. Per il resto, val la pena di riportare integralmente il discorso di Nonciclopedia:

    “Anche riguardo al jazz il Riccardone è decisamente combattuto: in quanto razzista a livello più o meno inconscio, disprezza la musica nera in toto Toto, motivo per cui rigetta Blues classico, Soul, R&B, Rap e molto altro. Per il Jazz è però un altro paio di maniche, essendo spesso visto come esempio di musica ben suonata dal bel suono, ragion per cui, dall’alto dei due dischi di numero di Miles Davis e John Coltrane che possiede, insisterà all’inverosimile sull’importanza e la bellezza del jazz, pur non avendoci capito una mazza e mezza. Un discorso molto simile è applicabile alla musica classica, considerata dal Grande Riccardo la Musica per eccellenza, ma che in realtà non ascolta e non capisce.” (cit: http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Riccardone)

  2. aisai il said:

    Ecco il mio contributo alla fenomenologia del Riccardone.
    Spero possa aiutare a dare una definizione più esaustiva della fattispecie.

    – Il Riccardone Audiofilo più clamoroso che ho conosciuto era un coreano che studiava allo IED di Milano. In realtà dello IED non gliene fregava nulla, era solo una giustificazione per stare in Italia, essendo lui patito dell’Italia e in particolare del rock progressivo italiano anni ’70 (a quanto pare in Corea è andato e va ancora tantissimo): Balletto di Bronzo, Pierrot Lunaire, Rovescio della Medaglia.
    Lui possedeva un impianto stereo notevolissimo, costosissimo e assolutamente analogico (impianto valvolare, casse in legno fatte a mano e piazzate secondo sofisticati calcoli di dispersione gaussiana rispetto alla posizione della poltrona d’ascolto – scelta con cura maniacale, la posizione e la poltrona). Il supporto era prevalentemente il CD. La scelta dei CD da comprare si basava su altri criteri: comprava quelli che contenevano la maggiore quantità di musica (quindi il più delle volte raccolte chilometriche di qualità infima). Credo che considerasse un CD “non pieno” come una manifestazione di inefficienza.

    – Molti fan dei Pink Floyd sono Riccardoni, molti altri non lo sono affatto. Di solito si differenziano per la presenza o meno di Piper (ma anche di A Saucerful) nella loro collezione.

    – Il Riccardone è un patito dei virtuosismi. Ma conosco molti Riccardoni che adorano The Edge, per l’accuratezza del suono. L’accuratezza del suono credo sia la vera componente essenziale del Riccardone (ne fa un’attenta disamina B.E. Ellis in American Psycho). L’accuratezza del suono è la ragione con cui i fan dei Genesis era Gabriel giustificano l’amore per Invisible Touch.

    – E poi Gabriel. Non potete non citare Peter Gabriel tra i punti cardinali. Peter Gabriel dal vivo è il modello di riferimento degli Eros e dei Baglioni. E’ l’ayatollah della BACKLINE.

  3. Alla fine il Riccardone (termine che non credo abbia un equivalente dalle mie parti) è sostanzialmente un nerd della musica, applicando a “nerd” tutto il carico dispregiativo proprio della parola senza alcun revisionismo post the big bang theory o, se volete, Rivers Cuomo.
    Per questo io tendo a non concordare con la parte in cui lo si taccia di essere “maniaco della pulizia”. Il resto invece direi che mi quadra abbastanza. Non credo che il Riccardone abbia un formato prediletto tra vinile e CD e sono abbastanza sicuro si possano trovare riccardoni di entrambe le religioni capaci di animate ed interminabili discussioni sul tema.

  4. Sauron is My Copilot il said:

    Non credo che il jazz possa essere un genere musicale da Riccardone a parte eventuali contaminazioni rock/fusion.

    Per dire, Kind of Blue “was recorded on three-track tape in two sessions” quindi non vedo come il SUONO possa essere stato sufficientemente curato.
    Altri grandi dischi come Giant Steps sono per forza di cose “viziati” dall’esistenza dei fallimentari “alternate takes” di uno stesso pezzo, versioni rivedute che di fatto non possono che negare l’esistenza di una versione unica, unitaria e definitiva di un pezzo. Pubblicare due “take” di uno stesso pezzo significa ammettere che nessuno dei due era stato suonato o registrato (i.e. SUONato) sufficientemente bene, il che basta a meritarsi la scomunica del Riccardone.

    Per il Riccardone, il jazz è, a conti fatti, un underachievement di un musicista altamente dotato ma allo stesso tempo inconcludente nel suo continuo voler improvvisare e cambiare, oltre ad essere basato su una strumentazione che non richiede alti livelli di tecnologia per essere registrata e riprodotta degnamente.

  5. BullHead il said:

    Grande articolo, ahahah! Comunque riguardo il Jazz dipende. Molti riccardoni per esempio amano roba sterile come Metheny ma se gli metti su roba come il Miles Davis elettrico/funk/sporchissimo di abum come “Live-Evil” o “On The Corner” oppure “Space Is The Place” e “Atlantis” di quello scoppiato di Sun Ra a quegli je viene n’infarto. Esperienza personale.

  6. King Chicken il said:

    Sì, il fatto che il collezionista di CD fosse veneto è MOLTO importante, dato che il triveneto tutto pullula di queste buffe creature (o perlomeno, Friuli e Veneto sì e lo so per esperienza diretta, sul Trentino sono meno informato). Non è un caso che gran parte del rock-blues inglese mi faccia venire l’orticaria, visto che tra un concerto di paese/parrocchia e l’altro me l’hanno rifilato in tutte le salse (im)possibili e (in)immaginabili.
    Devo però farvi un’osservazione: secondo me avete tralasciato l’importante tipologia del criptoriccardone. Si tratta spesso di un parente stretto di avantini* e scaruffiani: gente patita di Frank Zappa, Captain Beefheart, Canterbury, post-rock, Morphine, Pop Group, This Heat, Velvet Underground masoloiprimiduedischipoisisonovendutiLouReedmerda, ogni scoreggia di Robert Fripp, ma anche technical death metal tipo Atheist. Perché se magari non sono alla ricerca del BEL SUONO, l’idea di fondo è “er rocche è popo na cacata bidorzmerda e braianuilsonfrogio, buttamoce drento jazz/avanguardia/cazzy&mazzy”, che non è poi così diversa da certo riccardo-pensiero. Giuro che ho sentito gente con ascolti simili a quelli da me sopra riportati affermare senza vergogna alcuna di ascoltare con piacere i Rush (!) e i Dream Theater (!!), e che Mike Ratledge fosse un musicista superiore a Robert Wyatt perché “era uno che AVEVA STUDIATO, non come quel cazzone paraplegico” (!!!).

    *chiedo una volta per tutte perché immagino lo sappiate: l’avantino è l’ascoltatore inveterato e talebano di avanguardia e simili, giusto?

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  8. Giovanni Natoli il said:

    Come al solito le cose sono estremamente complesse; e ben venga un carteggio come questo. A mio parere personale auspicherei anche una disussione tra psichiatri su un fenomeno tale. Di non enorme portata, certo non è analfabetismo di ritorno; ma per chi ama esprimersi con la musica di non poco danno. I Riccardoni hanno dalla loro parte la semplicità delle loro motivazioni contro la complessità del perché una musica è bella. Io trovo che il problema più grave sia il rifiuto della complessità dell’universo musicale (e dell’universo in toto). Una particolare deficienza mentale solo in parte spiegabile con l’astinenza sessuale (che anche i non Riccardoni che suonano spesso hanno). Fondamentalmente i Riccardoni rifiutano di fare esperienza della vita, tutto qua. Comunque sono persone molto fastidiose, quasi come i fan veneti del reggae. Per il jazz, se posso dire la mia, il Riccardonesimo è sempre esistito al suo interno; per esempio i dischi dei festival su etichetta Denon o CTI. Ma anche una frangia del cool jazz (recensione di un album di Lennie Niheaus, grande musicista eh:”il suo linguaggio parkeriano ma senza gli errori di Parker”. Grazie a Dio ci sono Creature Nude come Monk a sistemare la faccenda per il jazz, ma ruppero le palle a tanti grandi, tipo Ornette Coleman)

  9. Giovanni Natoli il said:

    P.S.: sarebbe bello fare una discussione sugli “antiriccardoni” integralisti. Quelli che rifiutano a priori il suono perfetto dei Riccardoni come partito preso

  10. john complotto il said:

    Tutte cazzate scusate. Tutto questa modalitá di parlare “è da Riccardone”. Suonare la musica col cuore, ascoltarla dandosi tempo e avere il coraggio di viverla e lasciarla vibrare per come la sentiamo, ci rende liberi di Essere. Frustrazioni, desideri reconditi, solitudine, lati luminosi e bui.
    Perciò Sia libero Malmsteen di dire ciò che vuole, Allevi di sentirsi il nuovo Mozart. Non smetterò mai di stupirmi e scoprire e suonare, passando per tutto ciò che mi incuriosisce a 360º. Musica è accettare togliendo il giudizio. Ascoltare, essere curiosi e recettivi. Vendere musica è altro discorso e giudicare un prodotto ha molto più senso di giudicare un modo di vivere.

  11. ferroviere siderale il said:

    D’accordo con Giovanni Natoli, manca una disamina psico(pato)logica. Temo che il Riccardone soffra dello stesso fenomeno di rimozione di chi si infogna a discutere, chessò, di curve di coppia e potenza di auto sportive al solo scopo di poter continuare a girare come un falco intorno all’oggetto del suo desiderio emotivo, perché il Riccardone prova emozione pura a sentire una esecuzione perfetta (e i generi dipendono dal suo background, quindi ci sarà il Riccardone jazzistico adoratore dei grandi Chris Potter e Dave Holland (più che di Davis, Coltrane, men che meno Ornette), quello per il perfect pop adoratore del grande Solieri e quello metallaro adoratore del grande Petrucci, ecco, io li dividerei, sono personaggi accomunati da tratti simili da assolutamente incomunicanti e vicendevolmente aborrenti nelle distinzioni fra generi). Certo, anche intorno al fatto di provare una grande emozione di fronte ad una esecuzione perfetta dovremmo poi scandagliare: superomismo? Desiderio di iperperfezione? In praticamente tutte le discipline umane esiste questa cesura che spacca il mondo sociale in due: meglio l’aggressività focosa ed atletica di Nadal o la perfetta esecuzione di Federer? Meglio la fantasia di Valentino Rossi o la compostezza di Max Biaggi?

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