Mirko Spino

mis

Mirko Spino è un personaggio abbastanza mitico del sottobosco italiano. Viaggia sui quaranta e ne ha passati più di quindici a far uscire dischi, con un’etichetta che si chiama Wallace Records. Wallace è un’etichetta indie di quelle che c’erano una volta, con quell’atteggiamento specifico: pubblica dischi di ultranicchia sulla base del puro gradimento. Ci si può trovare indifferentemente cantautorato (più o meno) tradizionale, impro-jazz, noise, metal estremo, rock’n’roll marcio e qualsiasi altra cosa gli passi in testa. La grassa metà dei dischi usciti su Wallace sarebbero potuti uscire quasi solo su Wallace, per capirci. Il testo che segue è il frutto di una chiacchierata che inizia via email e prosegue a pranzo, sfilacciandosi e diventando incongruente. I grassetti sono le domande, il resto è suo.

Come “operatore” ho iniziato nel 96/97 a seguire da vicino i gruppi che mi piacevano, scrivendo qua e la delle recensioni, organizzando qualche concerto e qualche data per Jinx e Six Minute War Madness. Avevo anche messo in piedi una sorta di webzine ante litteram, si chiamava Rumori (che originale, eh?). Mi trovavo bene nel mondo tra virgolette alternativo, avevo la mia dimensione che coniugava il rock meno commerciale e certe posizioni politiche sinistreggianti. Avevo già più di vent’anni e non sedici come di solito accade, ma cazzo, venivo dalla provincia. Con i gruppi sopracitati, ed altri con cui avevo stretto un rapporto, è nata la compilation Tracce, nel 99, che voleva appositamente essere un manifesto di quella scena in quegli anni. Da li poi siamo arrivati al numero 184 di catalogo, in giro in questi giorni.

I dischi più venduti? I fiaschi più grossi?

L’attenzione maggiore per l’etichetta l’ho avuta con i primi dischi: RUNI, A Short Apnea, Madrigali Magri rientrano nelle prime 10 uscite. Dischi come Between 13 & 16 dei Bron y Aur avevano ottime recensioni, interviste, buone vendite, pur essendo musica che oggi verrebbe catalogata come “la solita cosa sperimentale della Wallace Records”

Poi è arrivato il best seller, Sentimento Westernato di Bugo, di cui io ho stampato 2000 copie prima di ritirarmi dall’affare-Bugo. So che altre 1000 almeno sono state stampate in seguito. In quel momento c’è stato l’apice di esposizione dell’etichetta e di un suo artista: parlo di Mtv, Tutto Musica e Spettacolo e perfino Famiglia Cristiana. Un trittico che mi ha portato a riflettere su cosa volevo fare da grande. Avevo ricevuto qualche offerta.

Tipo?

Mi è stato proposto, diciamo, di fare dischi con soldi altrui, occuparmi della gestione artistica e di nient’altro per qualcuno di più grosso. Ma la storia recente di etichette come il Consorzio Produttori Indipendenti era lì che mi consigliava di lasciar perdere, mi era chiaro che non mi interessava fare il produttore, bensì continuare a vivere le situazioni più stimolanti e stare accanto alle persone che le tengono in piedi. Questo, ne sono certo, è possibile solo se vivi l’humus underground.

Dimenticavo i fiaschi più sonori. Posso parlarne solo dal punto di vista commerciale e di esposizione: mi sarei aspettato maggior attenzione per i dischi di Permanent Fatal Error, Hell Demonio o Almandino Quite Deluxe, che sono tutti ottimi dischi e ottime live band. Se devo fare un’analisi spicciola, direi che lo scarso successo dei dischi è dovuto anche alla poca attività dal vivo di questi gruppi, che è il miglior strumento promozionale per le band rock. Comunque leggevo poco tempo fa un’ intervista a un dirigente della EMI, che aveva spinto per la pubblicazione di Entertainment! dei Gang of Four, e che si dispiaceva dello scarso successo avuto dal disco in termini di vendite e recensioni. Però oggi sappiamo bene di che musica stiamo parlando. Quindi… fanculo i fiaschi.

Ho letto qualche anno fa una tua intervista su blow up in cui parlavi di un disco che stava nel tuo sito a tipo 10 euro, e al contempo veniva venduto usato su ebay a qualcosa tipo 40 euro. Ecco, mi chiedo, ti è più successo qualcosa del genere? 

Non mi è più successo in maniera così palese, ma vedo che alcuni dischi Wallace vengono venduti a prezzi molto più alti in giro. Lo trovo coerente se si tratta del negozio che ti dà dei servizi, il più prezioso dei quali è darti la goduria di sfogliare dischi invece che riempire un carrello immaginario sul web.

Mi fa strano quando riempi un carrello di ebay pagando 18 volte tanto (il disco alla fine è stato venduto a 182 euro, con 10 offerte sopra i 150 euro) invece che riempire il carrello del sito di Audioglobe, di un altro distributore/negozio o della Wallace. Comunque no: una così enorme idiozia l’ho vista solo una volta, si trattava del disco di Mats Gustaffson/Paolo Angeli della serie Phonometak. Magari il pubblico dell’improjazz ha imparato ad usare internet.

Mi sembra che rispetto a quando è cominciata la cosa dell’e-commerce, il concetto sia cambiato molto. Non sono un grosso acquirente di dischi online, ma credo sia diventato più o meno come comprare in un negozio di dischi. Vado su un sito tipo Amazon e compro quello che c’è, a prescindere dal fatto che sia la mia priorità o meno, diciamo così. Mi dici qualche numero? tipo, quante copie ha venduto il tuo disco più di successo dello scorso anno? quante ne ha vendute nei negozi/online/ai banchetti?

Se l’anno scorso è terminato il 31 dicembre devo dire che il disco di Giovanni Succi, Lampi per Macachi (uscito a metà dicembre), ha fatto il botto. Nei primi giorni di uscita me ne hanno ordinate una ventina per mailorder. Sembra una bazzecola ma se ci metti quelle che sono andate nei negozi o nei concerti …si può reputare un successo.

Stessa cosa e negli stessi giorni Your Sister dei Gerda è andato bene, con numeri simili, ma quasi esclusivamente in Nord Europa. Anche Uno Bianca di Bologna Violenta è ampiamente sopra la media, ma non so darti numeri precisi perché spesso i dischi vengono venduti direttamente dalla band dal vivo.

Per il resto i dischi che vendo per mailorder o nei negozi si contano in unità. Ogni tanto qualcuno fa ordini corposi con un po’ di materiale del catalogo, anche non recente, sfruttando i buoni prezzi, gli sconti ed il fatto che nel pacco ci metto sempre qualche omaggio (altri dischi che ho in distribuzione, etc). Con i banchetti ho un rapporto strano: mi piace frequentarli ma quando li faccio io (raramente) riempio un’auto – presa in prestito – di scatoloni e li sistemo sul banchetto, studiando e pensando a cosa mettere in facing, eccetera. Poi vado a bere e torno a prenderlo ubriaco a fine serata. Per fortuna c’è qualche amico/a compassionevole che ci dà un occhio.

Se parliamo di numeri così direi che non si parla quasi nemmeno più di fare la patta. no? quante copie hai stampato del vinile di Succi?

300. Tieni conto che i numeri che ti ho dato sono quelli di cui ho il controllo diretto per via del mailorder. Ieri ha scritto Giovanni che sono terminate le 50 delle prime quattro date del tour, quindi nel complesso è un disco che gira bene. Poi c’è la distribuzione. Non credo che questo disco sarà in circolazione ancora per molto. Ribadisco che comunque questo è un disco di successo, con gli altri i numeri sono decisamente più bassi.

Mi incuriosisce la matematica del tutto, nel senso… immagino che il contratto per il disco di Succi sia un contratto pagato in copie del disco, e provando a fare una specie di calcolo su cifre molto vecchie che riguardavano lo stampare in vinile, secondo me ti rimane in cassa un paio di cento euro a dire molto. Questo per un disco di successo, e tu pubblichi roba di gente tipo Il lungo addio che immagino venderanno cinquanta copie del CD. per cui suppongo che alla fine dell’anno si vada in perdita. suppongo male?

Supponi bene, anche se poi raramente oggi mi occupo della produzione totale di un disco, spesso si tratta di coproduzioni, oppure accordi con i gruppi che acquistano copie per i live. Dico “accordi” e non “contratto” perché di contratti non ne ho mai fatti, e questo non mi ha mai comportato problemi di nessun tipo.

Per far tornare la matematica ho sempre attuato uno schema rigido, che prevede che tutto quello che proviene da un disco fortunato (ossia porta a casa il paio di cento euro) finisce nella stampa di un altro, prendendo il rischio che non sia un disco altrettanto fortunato. Visto che hai citato Il Lungo Addio, ci sono alcuni episodi stravaganti che riguardano questo disco: gente magari fuori dal solito giro che però si fa centinaia di km per andare a vedere il live, e poi si compra 5 copie del CD. Anche questo disco, sicuramente insolito per il mio catalogo, ha il suo spazio e mi piace che sia disperso in questo modo. Certo, le copie stampate non sono proprio state bruciate in una settimana.

Davvero non hai mai firmato nessun contratto?

No. Per dire, Bugo a un certo punto è passato su major e ha fatto Dal Lofai al Cisei. Un giorno mi chiama e mi inizia a parlare di cose strane che non capisco bene, “cioè perché io praticamente cioè il disco prima insomma non lo so cioè”, queste cose. Insomma, dopo un quarto d’ora di telefonata sono riuscito a capire non so come che mi chiamava per avere da me una liberatoria per i diritti di Sentimento Westernato. Stavo per scoppiare a ridere, poi ho pensato chissenefrega e gli ho mandato la manleva. L’unico divertimento che mi sono riservato è stato di scriverla con questo tono ampolloso-apocalittico come se gli stessi concedendo una libertà fondamentale per puro buon cuore, ma lui di fatto con quel disco poteva farci quello che preferiva…

Hai preferenze sui formati che stampi?

Come ascoltatore? Assolutamente vinile.

Sta creandosi questo piccolo consenso contrario, secondo cui insomma, il ritorno del vinile non è che sia tutta questa cosa. Io sono abbastanza d’accordo, forse perché sono pigro e mi piace il CD in qualche modo, lo metti in autoradio e non devi curartene.

Io no. Cioè io la musica la ascolto nelle casse del computer o sullo stereo di casa. Se la ascolto nello stereo di casa mi piace ascoltare il vinile: il suono è migliore, non so se è una suggestione o altro ma me ne frego, se mi suona meglio tanto meglio. E poi comunque è un ascolto di maggior valore, non so spiegartelo bene. Se devo metter su un disco, preferisco metterlo in vinile. Un’altra cosa molto bella è quando ospito qualcuno a cena a casa, e e metto un LP sul piatto: i miei amici s’interessano al disco, sfoglia la confezione, lo gira eccetera. Se entrano e sul piatto c’è un CD, di solito non frega niente a nessuno. Non è una cosa scientifica, è una mia preferenza. Però il mercato del vinile è uno strano mercato. Sei mai stato in una fabbrica di dischi in vinile?

Una volta, ma era molto tempo fa.

Io ne ho viste diverse e sono tutte simili. Tutti posti assolutamente non-professionali: c’è un impianto stampa tenuto insieme alla meno peggio, dentro un capannone agricolo o simili, con un tizio che ci lavora dentro e fa più o meno tutto quel che c’è da fare. Insomma, sono pochissimi e ogni tanto qualcuno chiude. Così ti trovi in queste situazioni in cui hai ordinato i dischi e speri ti arrivino il tal giorno, e poi ti ritrovi tutt’a un tratto a dover ricominciare daccapo. Altri minacciano di chiudere, così nella chiacchiera, eh ma qua non ci si tira su una lira… L’avevo proposto a qualche amico del giro, di rilevare qualcuna di queste attività e mettersi a stampare vinili, ma effettivamente se pensi a tirature e prospettive eccetera, è difficile dire che sia un business in cui investire un pugno di euro.

L’altra cosa che sta “salvando la musica” è il download. E lo streaming, ovviamente. Che pagano sui grossi numeri, con royalty questionabili. Tu te ne servi?

Un’etichetta come la mia ha dei numeri sul digitale tipo che inizi a prendere i fogli excel, a fare le operazioni e a dividere i diritti, canzone per canzone e disco per disco, ti sbatti per delle ore, alla fine fai la sommatoria in fondo ed esce esce un totale lordo che è tipo due euro e cinquanta. Quindi diciamo che se esci su Wallace (lo dico espressamente agli artisti) facciamo i conti e i resoconti su tutto ma sul digitale non ti manderò un cazzo. E di fatto non è che abbia molto senso mettermi lì a fare accordi passo per passo, quindi questa roba la delego tutti a Audioglobe, che è il mio distributore dall’inizio e con i quali ho un buonissimo rapporto. Poi magari a un certo punto i numeri del digitale si evolveranno fino al punto che magari lo streaming di una canzone farà il boom e mi permetterà di pagare una pizza al tizio che l’ha incisa. L’accordo informale con gli artisti è che se succede li invito davvero e pago io.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*