100 canzoni italiane #8: CON TE PARTIRÒ

BOCELLI001

di Paolo Madeddu

INVITO

Non leggete questo pezzo, è lungo.

 

OVERTURA

Il numero chiamato is not available at the moment”. Una signorina (o signora) registrata mi invita a chiamare più tardi. Ma è una settimana che chiamo questo numero di un piccolo paese dell’Ontario, e nessuno risponde mai. E nemmeno la deejay ontariese che ho contattato, e mi aveva fatto intravvedere uno spiraglio, mi ha dato buone notizie. Va beh, il 20ennale è ormai passato. E dei 20 anni di Con te partirò, mi sembra che nessuno abbia parlato.
A differenza di tanti ventennali e quarantennali e trentaduennali e ventinovennali sui quali ogni giorno un migliaio di testate italiane si butta come un falco subbuteo, possibilmente al traino dei bwana badroni angloamericani che sono tanto migliori di noi a fare tutto.

Eppure, stiamo parlando della canzone italiana più famosa nel mondo nell’epoca della tv a colori, diciamo. Chissà perché questo imbarazzo.
Imbarazzo che comunque, non si estende alle battute sulla cecità di Bocelli.
Così mi sono chiesto, forzando la mia stessa mano, se questo pudore da parte delle nostre testate, quelle bestie perennemente affamate di like e di commemorazioni, sia dovuto non tanto alle scarse potenzialità di condivisione di una gallery bocelliana commemorativa – quanto al fatto che qualcuno sa qualcosa, e non parla.
Perché c’è qualcosa di molto, molto strano attorno a Con te partirò. Forse un po’ torbido. O forse no. Però sarebbe più divertente se ci fosse, dai.
Allora ho cercato di vederci chiaro.

(inserite battute di cattivo gusto sull’handicap di Bocelli QUI)

Ahimé, non c’è stato niente da fare. Il giallo rimane.
Comunque, teniamo il torbido mistero per la fine. Per qualche riga, facciamo un po’ di critica. Chi ha detto “Urrà, figata”?
(Nessuno?)

PARTE PRIMA DI TRE: UN PO’ DI CRITICA

Giorgia e Bocelli dominano la sezione Nuove Proposte del Sanremo 1994. L’anno della morte di Cobain, tanto per citare il totem di tutti i totem, il behemoth del rock sacrificale, il gruppo di cui ogni dieci giorni viene celebrato un anniversario. Bocelli vince la sezione con Il mare calmo della sera, ma Giorgia si rifarà l’anno dopo con Come saprei, quando entrambi passeranno tra i Big. Con te partirò, nel festival del 1995, giungerà quarta.
L’avvento simultaneo a metà del decennio della gorgheggiatrice massima della nostra canzone e del moderno romanziere (nel senso che canta romanze) è molto significativo. Nella prima metà degli anni 90, l’Italia si è fatta inopinatamente rock. Oh, certo, che Ligabue, Litfiba e MiticoVasco (e mettiamoci pure Pino Daniele, va’) siano al loro apogeo può far storcere il naso. Storcete pure. Fate una cosa: accendete Rtl 102.5 e provate ad ascoltare per 20 minuti. Poi ne riparliamo.
Ma non solo: anche il pop si è fatto un po’ sgarzolino. 883 e Jovanotti gli stanno dando una connotazione più diretta, specie nei testi, le cui astuzie superano (a destra? a sinistra?) i vecchi cantautori, fino a poco prima dominatori delle classifiche (Cambio di Lucio Dalla è il disco più venduto del 1990) (lo scrauso Benvenuti in Paradiso di Venditti è l’album più venduto del 1991. Precede Marco Masini. C’è persino Gino Paoli al n.5).
E che dire dell’italdance, capace di arrivare nelle charts mondiali impunemente, senza passare dall’occhiuta critica del tempo?
Insomma, il clima è insolitamente frizzantino. Ma il pendolo sta per essere buttato dall’altra parte.

Nel gennaio 1994 Silvio annuncia la discesa (di ogni cosa). A marzo vince le elezioni. Nel 1994 Bettino Craxi, un po’ immusonito, circola ancora sul suolo patrio. Una delle sue più fidate amiche è Caterina Caselli.
La signora Sugar, che ha a sua volta diversi fidati amici tra i giornalisti musicali (numero uno, Mario Luzzatto Fegiz), punta forte su Bocelli. E chiede a Francesco Sartori, ex tastierista de Le Orme subentrato allo storico Toni Pagliuca, e a Lucio Quarantotto, cantautore “incompreso” dal pubblico, un pezzo che abbia apertamente le caratteristiche di un’aria d’opera, ma costruito su un tessuto pop. La melodia di Con te partirò, fanno notare alcuni, ha armonie straordinariamente simili a quelle di With or without you degli U2.
Ma d’altro canto, Con te partirò somiglia di brutto a un’altra canzone. Ma di BRUTTO.
(pausa per accentuare la tensione)
(somiglia a…) (no, dopo)

 

PARTE SECONDA. PAESI CHE NON HO MAI VEDUTO E VISSUTO

Con te partirò non entrerà MAI nella Hit Parade italiana. Secondo l’encomiabile sito hitparadeitalia.it, che cito sempre più volentieri dei volumi classificistici di Dario Salvatori (che comunque consulto, a scanso), ha venduto meno di E così addio, di Anonimo Italiano (n.77). Che non mi ricordo neanche un po’. Era quello che imitava Baglioni, se ricordo bene.
Ha venduto meno di Bedtime story di Madonna, che faceva veramente schifo (n.82).
Ha venduto meno di Christmas with the yours del Complesso Misterioso (Elio & le Storie Tese più Graziano Romani) (n.93).
Insomma, qui da noi è arrivata di ritorno, da vero cervello in fuga. E portando con sé – indovinate un po’ – una fatidica polemica, sulla controversa unione di alto (la lirica) e basso (il pop) volgarmente contaminati (termine molto di moda negli anni 90, ma di solito in senso positivo). Bocelli, tacciato di bassa furbetteria, non sarà mai ambiguo: “Con te partirò è musica leggera”.

Leggera o pesa, lo portò nel Guinness dei primati come primo artista ad avere contemporaneamente tre album nella Top 10 americana. In Germania, Time to say goodbye, la versione cantata con Sarah Brightman (ex moglie di Andrew Lloyd Webber) rimase prima in classifica per 14 settimane (vendette più di tre milioni di copie); in Francia andò al n.1, ma nella versione del solo Bocelli. Persino nel Regno Unito, dove la nostra musica è schifata in pompa magna, il duetto con la Brightman raggiunse il n.2.
Con te partirò è stata pure interpretata da Donna Summer. Ha avuto una parte nei Sopranos, piazzata in modo molto subdolo dal rocksnob David Chase, autore della serie (con le mogli dei boss che sospirano romanticamente e commentano “Pensa, è cieco dalla nascita”). Andreone l’ha cantata al matrimonio di Kanye West e Kim Kardashian.
Una versione Live in Tuscany di Con te partirò su YouTube conta 40 milioni e passa di visualizzazioni. La versione ufficiale del canale Bocelli ne ha più di due milioni. Direi che a metterle insieme tutte si arrivi a 50.
Per un pezzo di vent’anni fa, e senza cretinelle che porcheggiano, non è poco.
(Satisfaction: 37 milioni di visual.) (Nel blu dipinto di blu, un milione e tre) (Sally di MiticoVasco, un milione) (L’essenziale di Mengoni, 28 milioni).
Se non vi basta, sentite questa: la pagina wikipedia inglese di Con te partirò è lunga il doppio di quella italiana.
Non è bizzarro?
Bocelli diventò – ed è tuttora – una star planetaria. Negli anni 90 cominciò a cantare al cospetto di capi di stato, di VIP e autorità col suo brano che dava la stura al sempiterno dubbio: “Cosa vogliono gli stranieri da noi?” E alla pronta risposta: “La tradizione, il bel canto, il romanticismo. NON la modernità”.
Ecco, questo è il punto centrale.

IL PUNTO CENTRALE

Il successo di Bocelli (e, va ribadito, di Giorgia, in quel momento molto più quotata di una ancora acerba e timidissima Laura Pausini) avviò una restaurazione musicale, che gradualmente ma inesorabilmente ci ha riportati dalle voci grossomodo comunicative (cantautori, italdisco, 883, Jovanotti) al gorgheggio, all’ipercanto, all’enfasi sul vibrato e la tenuta della nota, ad Amici e X Factor, alla preminenza della voce pettinata. Ci ha riportati, in qualche modo, all’epoca di Claudio Villa e Nilla Pizzi, con la loro indignazione verso “gli urlatori”.
Ma soprattutto, il successo di Bocelli ha messo in crisi per almeno due decenni la nostra mezza intenzione di evolverci del tutto naturalmente in qualche direzione. No, amici. È l’aratro che traccia il solco della tradizione, ed è il marketing che lo difende. Rispolverate le tovaglie a quadri bianchi e rossi, e guai ad alzare la cresta – chi credete di essere? E ogni volta che si presenta gente tipo Il Volo, spinti a più non posso da Tony Renis (un altro che guardacaso “il mio amico Bettino Craxi, il miglior politico italiano di sempre”), diciamo la verità, un po’ lo pensiamo tutti, in automatico: “Ma in fondo è quello che vogliono gli stranieri da noi”.
Posto che se poi gli stranieri cambiano idea, hanno sempre ragione. Quando i Vampire Weekend hanno fatto una cover di Con te partirò, Consequence of Sound ha commentato ghignando: “L’amore fa fare cose pazze alle band indie». E ricordo benissimo le analoghe ironie da parte dei miei colleghi – ma soprattutto, l’imbarazzo. “Oh, no. Siamo il Paese di Bocelli. Perché ce lo ricordano? Ma poi, in generale, perché i bwana badroni angloamericani si sporcano le mani con noi? Oh, loro sono così meravigliosi e noi non siamo gnente”.

PARTE TERZA. (il punto centrale non vale) OVVERO: IL MISTERO. NON RISOLTO

Rolf Soja è una figura che in Germania è assimilabile ai nostri Gorni Kramer o Pippo Caruso (o, in anni recenti, Demo Morselli). Aveva la sua orchestra, pubblicava dischi, andava in tv. Negli anni 70 fece una roba alla Nile Rodgers, lanciando il duo Baccara: le ballerine spagnole Mayte Mateos e Maria Mendiola. Il maggiore successo di queste due topolone sospirose fu Yes sir, I can boogie, del 1977. Vendette 15 milioni di copie in tutto il mondo, ma solo in due Paesi non entrò in classifica: in Usa e in Italia.
Beh, provate un po’ ad ascoltare.

La musica è di Rolf Soja.
L’ho cercato. Mica semplice, eh. Ma l’ho cercato.
E ho scoperto che ha lasciato la Germania da quasi vent’anni.
Per l’Ontario.
Dove l’ho cercato per chiedergli: “Herr Rolf, lo so che c’è una (una!) nota diversa, però insomma, lei non ha proprio mai pensato a una causa per plagio? E cosa pensa del fatto che la somiglianza sia stata in fin dei conti un po’ taciuta, in quest’epoca dove tutti sono detective antiplagio? Herr Rolf, mi dica la verità: non è che c’è stato un accordo tra voi e la casa discografica? Herr Rolf, ma come ci è finito a vivere la parte canuta della sua vita in un paesino del Canada in mezzo alla neve? Non era più comodo in Svizzera? O ad Hammamet?”

 

EPILOGO

Come sapete, non ho avuto occasione di chiederglielo. Oh, uno prova a fare il bravo giornalista, e niente.
In ogni caso, i due autori italiani di Con te partirò non hanno più ripetuto l’exploit. Non che ci abbiano realmente provato. Sartori ogni tanto dà concerti di musica similclassica. Ha composto la musica del film Vajont. Quarantotto si è suicidato tre anni fa, buttandosi da una finestra. La pagina ilmortodelmese.com gli ha reso omaggio con il commento:
“Eh sì, è successo un quarantotto (ah ah… ah)”
(la pagina è piena di commenti. Un tipo ha commentato: “Ho sessant’anni mai sentito parlare di questo matto. Suicida per me, vuole dire gente psicopatica matta.Non ci si suicida se non si È stronzi”) (bella pagina, bel commento, tutto molto bello)
Insomma. A questo punto, cosa vi posso dire. Cosa può fare un povero ragazzo, se non commemorare il quarantaduennale del n.1 in USA di The dark side of the moon, l’immortale capolavoro dei PINFLOI?

Precedente TRANQUILLO, NON IMPORTA Successivo appunti sul primo maggio

7 commenti su “100 canzoni italiane #8: CON TE PARTIRÒ

  1. Marco! il said:

    Ascoltando quelle due mi è subito venuto in mente un pezzo che ha una intro molto simile, questo:

  2. Marco! il said:

    Mi sa che non ha accettato il link, comunque è
    The Communards – Don’t Leave Me This Way .

  3. psicopompo il said:

    una volta un’ amica americana mi chiese “- come si chiama quel vostro cantante che si suona sempre ai funerali?- bhò, risposi io – massì dai quello cieco… –
    allora ho capito che con te partirò è la canzone perfetta per l’ ultimo addio ai morituri, o almeno che all’ estero è diventata popolare anche grazie a questo.
    ecco, per questo la associo a certe forme apotropaiche dette scongiuri

  4. aisai il said:

    E i Velvet dove li mettiamo? “Boy Band” è praticamente “Yes sir, i can boogie” (che è doveroso ricordare – visto dove scriviamo – è stata recentemente coverizzata da una De Andrè).

    Secondo me il filo conduttore Bocelli/Giorgia/Amici/X facto esiste per ragioni di comodo: è più semplice fare sfoggio di tecnica che inventarsi uno stile. E anche se ne fai sfoggio male il pubblico ti premia lo stesso, perché grazie alla narrazione De Filippiana empatizza e apprezza lo sforzo.
    Però non mi sembra che dopo il ’94 la situazione sia così peggiorata. Mi pare sempre la stessa storia: gli 883/Jovanotti/Ramazzotti di turno sono venuti fuori anche dopo, penso ai Luna Pop/Cremonini, alla scena rap, o a Tiziano Ferro (che come Ramazzotti sarebbe comunque riconducibile al filone del bel canto antico. Come saprei oltretutto è dell’Eros nazionale).
    Che poi, “Non me lo so spiegare” è in realtà un pezzo di De Andrè (Criber). Così, per chiudere il cerchio.

  5. Eventualmente Ramazzotti, con quella nasalità imperiosa, è ascrivibile più che al “bel canto” alla “melodia”. Anche se quando pubblicò Cose della vita, per un attimo pensai che fosse pronto alla svolta bluesy alla Jeff Healey.

  6. Per quanto coerente con un pezzo che ipotizza un plagio, vedi di togliere quella stupida firmetta FF da FFighetto e metti me come autore o vengo lì in romagnamia e ti stacco la barba a gomitate.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.