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Una per chi torna, per chi resta, per chi non è mai andato via (la reunion dei Royal Trux solo un pretesto)

 

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[…]as for a reunion, it will never happen. It is just too depressing.
(Neil Hagerty 2012)

We’ve been offered a few times, but it just doesn’t make sense to me. Royal Trux was something that existed in time– a relationship, a partnership, a chemistry– and that doesn’t exist right now.
(Jennifer Herrema, 2012)

I gruppi tornano insieme. L’acqua è bagnata, il cielo è blu, e i gruppi tornano insieme. Inattività, senescenza, perfino la morte: nessun ostacolo, nessun problema, fino a quando esiste un pubblico pagante i gruppi tornano insieme. Per una sgroppata o più di una, a dipendere da ostinazione, potere d’acquisto, altre variabili (tutte intimamente connesse al flusso di denaro che si auspica generi la mossa). Nessun modo di invertire la tendenza, due soli i canali: starci, o non partecipare. In ogni caso qualsiasi reazione al riguardo non sposta di un micrometro l’asse discorso, perché non c’è nessun discorso. Come boicottare la Cocacola o sdegnarsi per ogni nuovo civile massacrato arbitrariamente a sfregio: tutto resta comunque uguale, è così che va e stop. Uno standard che già da mo’ ha perso ogni connotazione morale, annichilita dalla coazione a ripetere che ha reso l’eccezione routine. Una convenzione, come le giornate di 24 ore o il giorno di Natale il 25 dicembre. Ieri i Toyal Trux, domani chissà chi, so what (precisamente come dicevano i Flipper nel finale di Ever).

Ho sentito nominare per la prima volta i Royal Trux tra le righe di una recensione di Claudio Sorge, non ricordo il disco; ne parlava come fossero l’ultimo gruppo prima dell’apocalisse, stesso trattamento riservato a chiunque altro suonasse una chitarra collegata a un amplificatore. Un modo condivisibile di impostare la questione tutto sommano, almeno fino a quando resti sintonizzato su quell’onda; solo una volta sceso dal treno realizzi quanto ciarpame, certamente in buona fede, sia stato venduto come i nuovi fratelli Asheton; finché ci sei dentro continui a sorridere e annuisci contento, al sicuro dall’orrore del mondo, cullato da certezze più solide del granito. Persuasione: non necessariamente comporta una logica stringente alla base. Basta qualcosa che faccia partire la macchina morbida dell’empatia, qualcosa che abbia a che fare con bisogno e fede aprioristica verso qualcosa o qualcuno, che li alimenti. Una volta innescato il meccanismo, in questo caso, solo buone vibrazioni. Non esiste altro io abbia letto con uguale piacere, altro dove abbia ritrovato lo stesso candore; forse giusto Beppe Riva, se ora fossi bisnonno. Ma così non è, quindi non è così. E comunque, qui, che benedizione è stata.

 

Che storia i Royal Trux. Un’idea, un concetto, di quelli in grado di scardinare un intero sistema di valori, di ridiscuterne l’essenza stessa. Rock and roll più di tutti i Nuggets messi assieme e oltre; come Alan Vega, come Peter Laughner senza l’epilogo, come Wesley Willis. Un paradigma, uno stato mentale, il suo manifestarsi, vero prodigio. Come passare attraverso tanta droga da uccidere buona parte della popolazione dell’universo conosciuto e riuscire a padroneggiare gli strumenti per saperne riferire in maniera comprensibile anche a un bambino di sei anni. Più veri del vero. Pura magia fuoriusciva da solchi che avresti detto fatati; ogni istante, ogni riff deragliato, ogni scheletro ritmico squartato, ogni teoria rigorosamente finita a schifio nell’arco di dieci secondi, roba da rendere qualsiasi cameretta all’istante una cattedrale di degrado. Premere play, l’equivalente di cominciare a scaldare il cucchiaino; senza dover prima avere a che fare con pusher ributtanti, senza danni cerebrali permanenti, tutto dentro la testa. Splendido.
Jennifer Herrema era la mia Marilyn Monroe, la mia Laura. Come potesse esistere tanta bellezza concentrata in una sola persona, mai riuscito a capacitarmi. Ma esisteva, da qualche parte, lontano da qui; nella mia testa, Huysmans al quadrato. Piedistallo. Detonatore e generatore di gran trip: drogarsi insieme, fissare il vuoto da una veranda di qualche sconosciuto in Arkansas, respirare la stessa aria. Non avrei avuto bisogno di altro.

A Twin Infinitives sono arrivato poi. I negozi non lo tenevano. Nessun negozio, pareva. Non ho avuto un pc fino a poco prima dell’attacco alle torri, Internet soltanto una vaga idea di cosa fosse (nella pratica: qualcosa che mi era precluso). Digitare “twin infinitives” mi ha portato al sito di Scaruffi; ne parlava come del più grande capolavoro di tutti i tempi o poco meno. Non ho un’opinione su Scaruffi: come chiunque altro abbia letto, ha scritto cose che condivido e altre che non condivido (mai preoccupato di stabilire una supremazia delle une sulle altre), finché è durata mi sono divertito e questo è quanto. Quel che so: ho ascoltato Twin Infinitives un sacco di volte per un sacco di tempo, poi ho smesso e da allora non ne sento più il bisogno. I dischi strani mi prendevano meglio dei dischi meno strani; Twin Infinitives è molto strano. Poi mi è passata. I Royal Trux per me hanno cessato di esistere di lì a poco.

Ho ascoltato qualche disco di Neil Hagerty dopo lo scioglimento: tempo buttato al vento, non la prima volta né la più grave. I dischi di Jennifer Herrema più gregari a caso, bypassati senza il minimo ripensamento. Ora tornano come entità a popolare questo circo ed è un altro so what flipperiano grosso quanto il Grand Canyon.

Una risposta a “Una per chi torna, per chi resta, per chi non è mai andato via (la reunion dei Royal Trux solo un pretesto)”

  1. Ho finto di amare Twin Infinitives per anni, anche se iniziai ad ascoltare i Royal Trux probabilmente per via della stessa recensione di cui parli tu (il disco credo fosse Accelerator). Li vidi anche, piccolissimo e stupidissimo, in un concerto a Roma mille anni fa, fecero solo caciara ma per anni me ne sono vantato come di un concerto immane (del resto non ha senso vedere una band così di culto e non apprezzarla, tipo conosco gente che ha visto i Dead Kennedys con Jello Biafra e dice che hanno fatto schifo e io vorrei dir loro, ma andate affanculo).

    Twin Infinitives non mi è mai piaciuto, il che cuce sul mio petto la A scarlatta di A Stronzo, però oggettivamente devo dire che “non mi è mai piaciuto” è la frase simbolo, tipo Metal Machine Music di Lou Reed, come può piacere una cosa che non si riesce proprio ad ascoltare? A me piace invece roba tarda e orecchiabile tipo Veterans of Disorder e il suo libretto patinato.

    Se verranno in tour non ci andrò, non in nome di ricordi che non ho o di un’etica che non condivido, ma perché MI PESA IL CULO E ODIO USCIRE LA SERA E FAR TARDI PER ANDARE A CONCERTI DI MERDA IN LOCALI ORRENDI.

    E poi li ho visti, a Roma, mille anni fa, e fu il più grande concerto di sempre

    AAE, l’uomo i cui commenti sono molto meglio dei post

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