Il festival ha il nome di una birra ma non è come credi

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Francesca Sara Cauli

I Moon Duo stanno ancora suonando ma io sono qui dalle sette e sono stanco e ho bevuto un po’ troppo nelle prime ore, così mi avvio verso l’auto che è parcheggiata appena fuori sul lungomare. Mi fanno male i piedi dentro le superga e dovrò buttare pantaloni e camicia nei panni da lavare, sento addosso un terribile puzzo di essere umano e l’odore rappreso del sudore che s’è asciugato tre o quattro volte sul corpo e sui vestiti. Appena uscito dal parcheggio due autostoppisti hipster al massimo ventenni alzano il pollice. Hanno un vinile in mano ed è abbastanza evidente che stavano nello stesso posto in cui ero io. Carico quasi sempre con gli autostoppisti se posso farlo, nel felice ricordo di un me diciassettenne che a conti fatti non è mai esistito -voglio dire, avrò fatto l’autostop cinque volte in vita mia. E ovviamente la prima cosa che mi viene in mente è The Hitcher (originale e remake). Ci mettiamo a chiacchierare: sono due youtuber polacchi di diciannove anni. Vivono a Cracovia e hanno deciso di farsi un regalo per la maturità appena conseguita: il Beaches Brew. In autostop. Da Cracovia.

C’è una complicata storia di costi e benefici dentro, dicono che i canali youtube nel loro paese sono pochi e non ce n’è quasi nessuno che faccia indie music e così loro fanno i video e vengono embeddati da un botto di gente. Quando carichi un autostoppista ti becchi la versione lunga del racconto solo nei casi più sfortunati. Mi chiedono chi sono andato a vedere di preciso, una domanda a cui non so dare risposta (forse le Babes in Toyland, di cui comprai un disco in sconto verso il 2000? Non so); racconto che per me è facile e che di base vado in questi posti per mangiare bere e beccare amici. La domanda ovvia per loro sarebbe che cazzo ci vado a fare, così in fotta, quando c’è un festival e perché non dovrei preferire serate più dimesse, o che so, il bagno al mare accanto all’Hana-Bi. D’altra parte questi hanno fatto 1200 chilometri in autostop per intervistare i Twerps, non devo convincerli di nulla. Li lascio vicino alla stazione, mi ringraziano e vanno via.

Ma in fondo è una bella domanda. L’automatismo su cui sono settato mi impone di uscire di casa solo in presenza di qualcosa di molto importante, di culturalmente imperdibile, tipo il concerto di Johnny Mox. Per quanto riguarda il Beaches Brew di quest’anno, non posso dire di essere fan dei gruppi che ci hanno suonato. Alcuni dei gruppi che mi piacciono, tipo HEBV, non erano adatti alla situazione come altri che non ascolterei mai. Altri artisti che mi piacciono, tipo Godblesscomputers o Stromboli, non ho avuto modo di vederli. Ho fatto due giorni di festival e quello che ricordo sono soprattutto cene e bicchieri di birra.

Francesca Sara Cauli
Francesca Sara Cauli

Ai festival di musica non succede quasi mai. Ti prendi il programma e ti fai strozzare dai tempi serrati e dal panino al volo e la birra di merda e quando butta male provi a rischiare un cocktail e poi boh laggiù in fondo c’è il banchetto del merch e due cessi chimici. Dicono che a vedere i Metallica la zona fosse delimitata da una fila di container e ci fossero dentro più persone di quelle che avrebbero dovuto e le file per panini e birre fossero interminabili. Poi c’è il sole cocente e quando va bene uno spruzzino che butta acqua a getto di vapore e gli umani da festival a torso nudo che ti rompono il cazzo se hai la polo stirata e l’ambulanza che soccorre quelli col colpo di calore. Al Beaches Brew non succede.

Il Beaches Brew prende il nome da una birra e viceversa. Molti festival si chiamano come una birra, tipo l’Heineken Jammin’ Festival o l’Estrella Damm Primavera Sound o qualunque altra marca sponsorizzi il Primavera. La differenza qui è che la birra viene prodotta apposta per il festival e non proprio da una corporazione. Beaches Brew è un’etichetta prodotta da Cajun, un birrificio artigianale che sta dalle parti di Marradi. È una sorta di pale ale molto tranquilla, di quelle che ne bevi dieci e il giorno dopo stai quasi bene; non la miglior birra dell’universo, ma dieci tacche sopra qualsiasi altra birra io abbia bevuto a un festival di musica. La fanno a 5 euro come la Becks ai concerti grossi. Quest’anno è finita verso la mattina dell’ultimo giorno di festival. Ai festival la gente beve.

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Francesca Sara Cauli

Le persone che vengono a questo festival hanno più anni sulle spalle di quanti ce ne si aspetterebbe. 30/35enni, gente in camicia, persone a cui i tatuaggi stanno cadendo, certi inquietanti vicini di casa con cui litigo a volte per come parcheggiano l’auto, eccetera.  Hanno fatto festival stranieri di grido e seguito gruppi improbabili in tour europei, ma è stato tanti anni fa. Ora li incontri e ti perdi in chiacchiere su quanto sia bello stare qui e magari perdi l’inizio dei Twerps perché state mangiando un panino. Amici che vengono da lontano e vedi una volta l’anno, che magari hanno preso una tenda e si fanno le giornate in spiaggia; abitudinari del posto storditi dall’afflusso di persone, qualche piacevole sorpresa dal tuo passato e più di un pensiero a chi non c’è ma dovrebbe esserci, magari per pisciare Strand of Oaks e farsi una chiacchierata in riva al mare alle dieci di sera che c’è la luna arancione ed è gigantesca. Togli le scarpette e arrotoli i pantaloni, c’è pure un palco grosso in mezzo alla spiaggia. Sotto il palco s’accalcano a migliaia. La musica che si suona al Beaches Brew è genericamente “indie”: a volte pop, un sacco di kraut-wave-punk dritto, psichedelia come se piovesse, qualche chitarra acustica, un briciolo di gruva. I gruppi, perlopiù, piombano qui tra un Primavera e l’altro, attratti dalla fama del posto e dalla prospettiva di un paio di giorni in spiaggia, più che dal cachet. Ne parlava il tizio degli A Hawk And A Hacksaw, diceva che era il miglior posto al mondo dove suonare. L’anno scorso curò la migliore edizione del Transmissions (il festival avant del Bronson, si tiene a Ravenna verso marzo) e venne in spiaggia con i Neutral Milk Hotel, una cosa leggendaria. A un certo punto quest’anno spunta fuori che il dj sarà Elijah Wood; tempo di farlo arrivare a Marina e la bacheca Facebook si riempie di foto di miei amici assieme a lui. La musica è spesso molto buona e quasi mai sgradevole. In questi contesti è una scusa, in fondo. Spero il prossimo anno ce ne sia ancora di più, ancora più varia, ancora più sparsa in giro per la spiaggia. E più che altro spero di esserci io, spero ci sia qualcuno con cui perder tempo, mani da stringere, birre da vuotare, scarpette da togliere, buone chiacchiere, l’acqua sui piedi a una cert’ora. Possono pure mandare in loop un disco degli Eagles e rimane il più bel festival a cui sia stato.

(le foto sono di Francesca Sara Cauli)

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Un commento su “Il festival ha il nome di una birra ma non è come credi

  1. non vorrei fare il moralista. come potrei farlo? con tutte le porcate che subito il mio fisico. ma la frase: “bevuto un po’ troppo nelle prime ore, così mi avvio verso l’auto”. no, per favore. puoi far male a qualcuno innocente. ma mezzi pubblici non ne esistono li?

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