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Uno dei miei dischi preferiti

domest

C’era questo concerto pazzesco a Bologna, sembrava quasi un festival vero. I primi di giugno del 2003, Audioslave headliner (vabbè); subito dietro Queens of the Stone Age (uscito da poco Songs for the Deaf), White Stripes (uscito da poco Elephant), TURBONEGRO cazzo, e c’erano anche The Kills che avevano fatto questo disco che ascoltavo sempre e persino questi Hell is for Heroes, una cosa FM-rock inglese agli steroidi, quelle cose che andavano in quegli anni, ma che avevano fatto questo disco figo che ascoltavo sempre

(poi l’ho continuato ad ascoltare per i dieci anni successivi)

Insomma qualche settimana prima scrissi a Diego. Diego è un tizio di Foligno che mandava avanti insieme a Daniele una webza musicale che si chiamava Movimenta, per cui scrivevo roba di indierock e metal cazzuto. Gli chiesi di scrivere a quelli del festival e procurami un accredito. Mi rispose “no, cioè, pensavo di andarci io, ci sono i Cursive”. CHI CAZZO SONO I CURSIVE, gli chiedo. Scaricati Domestica, mi risponde.

Nota di folklore: nel 2003, a Calisese di Cesena, non c’era l’ADSL. Il concetto di “scaricare” con il 56k, guardato con gli occhi di tre anni dopo, ha qualcosa di eroico. Per prima cosa dovevi farti un abbonamento flat con le poche compagnie che te lo permettevano (io l’avevo Wind, 120 euro al mese, condizioni complicatissime). Seconda cosa, gestire i tempi della connessione: evitare le ore pasti e la mattina (nel 2003 avere un telefono con una linea libera era essenziale). Terzo, puntare il programma di file sharing del periodo (non ricordo se si era già passati da Audiogalaxy a quel periodo buio in cui imperversavano Emule Kazaa e WinMX, che poi finì con l’avvento di Soulseek) con le tracce. Quarto, pregare gli dèi di svegliarsi la mattina e trovare il disco scaricato. La lista degli incidenti che potevano capitare era lunghissima: disconnessioni spontanee del modem, surriscaldamento di qualche componente nel mio computer anteguerra, disconnessione degli utenti da cui stavo scaricando, venire bannati a caso dai sistemi (vi ricordate che inferno scaricare da mIRC? Ci avete mai provato? Siete mai stati NUKKATI?), rallentamenti dovuti al mancato utilizzo di internet explorer. Da un programma di file sharing, quando andavi a manetta con una connessione a 56k, scaricavi circa 20 mega in un’ora, che con i rip mp3 del periodo (ancora tra i 128 e i 192 kbs, nella stragrande maggioranza dei casi) ti permettevano di scaricare un CD di 12 tracce in quattro ore circa. Più ragionevolmente, si riusciva a pescare un disco a notte se non si incorreva in spiacevoli incidenti. Per aggiungere sfaccettature di sfiga alla mia figura dell’epoca, non era infrequente che puntassi la sveglia verso le tre di notte per vedere se andava tutto bene. Alla fine della settimana avevi cinque dischi nuovi nell’HD. La nota serve per far capire che quando ti dicevano “scaricati un disco” ti stavano chiedendo un sacrificio. Ricordo il primo disco che scaricai con l’ADSL quando la misero in ufficio: andai su Archive.org e beccai il primo disco disponibile, un dispensabilissimo disco di IDM intitolato The Internal Adventures of Fubsan, guardando la progressione nella barra dei download con una sensazione di onnipotenza che sconfinava nell’eccitazione sessuale. Era il 2005; dieci anni dopo sono arrivato al punto di non scaricare i dischi nuovi perché non ho voglia di digitare WILCO sulla barra di ricerca di Soulseek, per capirci.

I Cursive sono un gruppo indierock di Omaha, in Nebraska. Si formano nel ’95, guidati da un chitarrista di nome Tim Kasher. Si sciolgono in amicizia (spostamenti e cose simili) dopo aver registrato due dischi: Such Blinding Stars for Starving Eyes e The Storms of Early Summer. Roba indierock abbastanza media, per niente brutta ma non esattamente indimenticabile. Il primo dei due esce su Crank!, il secondo (postumo) su Saddle Creek, un’etichetta di Omaha che fa uscire quasi solo musica locale, non troppo legata a un genere preciso. Nei primi anni duemila Saddle Creek esplode e diventa un’istituzione del rock statunitense: nel giro di un annetto escono i tre dischi più importanti del suo catalogo, Fevers and Mirrors di Bright Eyes (eterno buddy di Tim Kasher), Danse Macabre dei Faint e Cursive’s Domestica dei Cursive. Da lì in poi, le cose prendono il volo.

Dopo aver sciolto i Cursive, Tim Kasher si sposa e si trasferisce a Portland. Passa un paio d’anni e si separa, una separazione che cronache e interviste danno per molto dolorosa. Poco dopo rimetterà insieme il gruppo con una formazione leggermente diversa e si metterà a scrivere il nuovo disco, di getto. Viene fuori un’opera molto nervosa, urlata, decisamente più potente delle opere precedenti dei Cursive. Diventerà all’istante un classico dell’indie/alternative statunitense ed una specie di informale canto del cigno prima della seconda rivoluzione in seno a questo genere.

(chiosa) L’indie americano funziona per fasi. Cresce lungo tutti gli anni ottanta per via dello sviluppo della rete indipendente, inizia a diventare un mercato appetibile per la discografia mainstream, esplode come una bomba dopo Nevermind, entra in una fase di animazione sospesa che dura per un lustro abbondante in cui i gruppi perdono i contratti major e ricominciano a lavorare in una sorta di nicchia di secondo grado (non proprio autocostruita come negli anni ottanta, diciamo “alternativa” al mercato più spinto). La seconda rivoluzione del rock alternativo americano inizia negli anni duemila, in parte dietro al boom degli Strokes e in parte per via dei primi episodi di cultural appropriation legata all’indie puro, tipo New Slang degli Shins nelle pubblicità di McDonald’s. Si tratta di una fase molto diversa dalla prima esplosione perchè, come in una sorta di teoria dello sviluppo sostenibile applicata al rock imperialista, gli artisti e le etichette indipendenti vengono lasciati liberi di agire in una zona franca di non-interferenza artistica. Da lì verranno raccolti i frutti più appetibili per il mercato tradizionale, sotto forma di publishing o accordi di distribuzione. È un meccanismo di crescita consapevole all’interno di un ingranaggio che funziona per tutte le parti in causa (ascoltatori, artisti, etichette, corporazioni) e che –declinato ai rinnovamenti strutturali del consumo della musica- funziona ancor oggi. Le uscite Saddle Creek di questo periodo funzionano bene a definire la spaccatura: mentre Domestica parla soprattutto la lingua delle college radio e del file sharing, Faint e Bright Eyes fanno dischi destinati a un mercato più trasversale e diventano a brevissimo piccoli casi oltre la cerchia dell’indie (colonne sonore, club eccetera).

Quando mi capita di dire “il disco più bello di sempre” non mento mai, però il disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono diverse ragioni per cui di alcuni dischi dico “uno dei miei dischi preferiti” e di altri “il disco più bello di sempre”. “Uno dei miei dischi preferiti” posso dirlo di centinaia di dischi, mentre il disco più bello di sempre è qualcosa intorno alla dozzina. The More Things Change è uno dei miei dischi preferiti,  Zen Arcade è il disco più bello di sempre. Domestica non è il disco più bello di sempre ma è uno dei miei dischi preferiti. Domestica è il tipico disco dei Cursive: discontinuo, ombelicale, lunatico. Nel minutaggio sono compresi episodi di bellezza assoluta ed inarrivabile, rasoiate di cattivo gusto e momenti di mestiere. La scrittura di Tim Kasher è molto pop e ama correre incontro alla melodia dolceamara, ma è tutt’altro che ortodossa e digeribile con i canoni classici. Domestica è il miglior disco dei Cursive perché è il più incazzato e diretto, quello in cui succedono le cose più matte, quello coi testi che ti ammazzano più in fretta.

Tutti gli anni passati dal primo ascolto di Cursive’s Domestica non mi aiutano a rimanere meno intimorito di fronte all’attacco. La prima canzone di Domestica si chiama The Casualty ed inizia fortissimo, con tutti gli strumenti al massimo per un secondo e poi una pausa e via così per tre battute e poi quella chitarra atona un po’ stile DNA inizia a menare una progressione d’accordi nervosissima e impossibile. Quando Kasher attacca a canticchiare pezzi di testo, venti secondi dopo l’inizio, sei già emotivamente spompato, e dopo un po’ inizia ad urlare. Il resto del disco è tutto a saliscendi: il punto più alto è The Martyr, una cosa che a un certo punto sembrano spuntar fuori gli Smiths e poi c’è una carneficina. Poi ci sono parti di elettronichina spicciola, tentativi fm-rock da buttare nel cestino, altre voragini emotive, e via così fino alla fine del disco. Kasher giura e rigiura che non è un disco autobiografico, o lo è in minima parte. I tempi e certi frammenti di testo sembrano inchiodarlo. Le urla sbracate alla fine di The Casualty sembrano inchiodarlo.

Al Flippaut arrivammo presto, ero con Matteo e non volevo perdere i Cursive. Quando iniziarono i volumi erano talmente bassi che dalla montagnola a destra dentro al Parco Nord non sembrava nemmeno che stesse suonando qualcuno. Poi arrivammo davanti assieme ad altre quindici persone che erano a vedere loro, e contando il disinteresse generale in un’arena immensa fu un concerto eroico. Tim Kasher era sbracato di sudore, tutto il gruppo allineato, un sacco di urli, c’era la tizia col violoncello, neanche mezz’ora di concerto. Poi insomma, c’erano i Turbonegro e tutti gli altri, non era la loro giornata.

L’anno successivo a Domestica  i Converge fecero uscire Jane Doe, che sta alla loro discografia come Domestica sta alla discografia dei Cursive. Jacob Bannon dichiarò in ogni intervista che la carica negativa delle canzoni nasceva, almeno a livello lirico, dalla fine tormentata di una storia d’amore. Ai tempi in cui lessi le dichiarazioni non le capii fino in fondo: avevo ventitré anni e pochi peli nella barba. Posi fine alla mia prima storia seria, un fidanzamento di sei anni circa, pochi mesi dopo avere ascoltato Domestica per la prima volta, nel settembre del 2003. Usai dosi massicce di Domestica per curarmi dalla rottura -no, non è esatto: usai dosi massicce di Domestica per riempire parte del vuoto provocatomi dalla sensazione di aver superato la fine di quella storia senza sprofondare nel dolore lancinante che dischi come Domestica mi avevano promesso. A volte siamo persone profonde e insicure e devastate nell’intimo dalla vita, a volte siamo degli sciattoni privi di nerbo che finiscono la benzina e aspettano di venir raccattati sul ciglio della strada da qualche buon’anima. Abbiamo dischi che ci servono per tutto quello che siamo, ed Alta Fedeltà ci ha già raccontato che ormai è impossibile fissare un rapporto di causa ed effetto tra tristezza emotiva e musica emotivamente devastata. È possibile che questa cosa funzioni anche per gli artisti, anzi io ne sono assolutamente certo –la tristezza e gli irrisolti producono musica molto migliore della musica prodotta nel benessere, e il fatto di produrre arte decente può creare una forma di dipendenza dal dolore e dalla miseria umana che può rivelarsi molto pericolosa ed avvicinarti al momento in cui sia la tua vita che la tua arte faranno schifo al cazzo. Allora, forse, ci può essere tempo per un ultimo colpo di reni, un ultimo istante di valore assoluto della tua opera, qualcosa che funzioni a mo’ di redenzione spicciola. Ma forse, potendo scegliere, preferirei dare una sistemata alla vita e sedermi ad osservare la mia arte colare a picco.

I Cursive dopo Domestica hanno fatto altri dischi, sempre meno interessanti, sempre più storditi, incapaci di ricreare quelle voragini emotive e men che meno di sostituirle con una scrittura più funzionale e che ricalcasse quella cosa che era diventato l’indie. Non ho idea di come se la sia passata Kasher negli ultimi quindici anni, ma ha continuato comunque a scrivere e a incidere e a rincorrere se stesso in un modo un po’ donchisciottesco, mentre la qualità media dei suoi dischi sprofondava. Happy Hollow fu davvero un brutto momento, e il disco successivo lo ascoltai controvoglia. La sensazione di essermi perso i Cursive buoni non mi ha mai abbandonato. Poi, alla fine di Mama I’m Swollen, i Cursive piazzarono What Have I Done. Che se non l’avete mai sentita sta qui di sotto, e prima di ascoltarla assicuratevi di avere modo di farlo con la calma che serve e il volume al massimo.

Domestica usciva nel giugno del 2000 e questo pezzo festeggia i 15 anni dall’uscita. Con i Cursive arrivo sempre un po’ in ritardo. 

2 Risposte a “Uno dei miei dischi preferiti”

  1. qui da noi sottovalutatissimi, siete i primi da cui ne sento parlare, e per fare quello che si distingue ti dirò che a me piace di più Happy Hollow. Grazie comunque.

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