LA PESANTATA DEL VENERDI’: Quanto senso ha affidarsi ai dati di vendita?

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Qualche tempo fa sono usciti i dati FIMI e SIAE sui dischi più venduti e sui concerti più frequentati nel primo semestre, con relativi articoli in merito. Virginia Ricci su Noisey ha scritto un pezzo intitolato “perché la musica in Italia è messa così male”, a commento della cosa. L’ho linkato su Facebook ed è venuta fuori una specie di dibattito sull’articolo, sullo stato della musica in Italia, sullo stato della cultura in Italia, e cose simili.

Assieme ad altre cose, provo a imbarcarmi in una serie di PESANTATE (che probabilmente non usciranno solo il venerdì) su questo argomento. I pezzi che vado a pubblicare non parleranno necessariamente dell’articolo (di cui condivido alcune idee e non ne condivido altre) da cui sono partiti i flame, ma sicuramente ne prendono le mosse. Metto una cronologia che potrebbe essere utile recuperare, per dare una visione della faccenda, poi aggiungo alcune considerazioni. Il primo articolo parlerà dei dati SIAE e FIMI, sulla loro attinenza e chissà che altro.

I dati FIMI sui dischi più venduti del primo semestre 2015

I dati SIAE sui concerti più visti del primo semestre 2015

L’articolo di Virginia

La discussione sul mio profilo

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Quanto senso ha continuare ad affidarsi ai dati di vendita?

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Secondo i dati FIMI, il mercato musicale nel primo semestre del 2015 è in super-crescita. Non ci credete? Qui il comunicato. 22% di aumento del fatturato della musica. Che cazzo avete da lamentarvi? Oltretutto il mercato CD, del cui crollo verticale si stanno lamentando tutti, aumenta del 21% in un anno (molto meno, in effetti, del 37% di aumento dello streaming e del 72% di aumento del fatturato dei vinili). L’allegato mette la situazione nero su bianco.

Che dati sono questi? Nel rapporto annuale del 2014, uscito il 30 gennaio di quest’anno, sta scritto che si tratta di vendite al sell-in. Se non sbaglio si tratta quindi del numero di dischi che vengono venduti ai negozi, moltiplicato per il prezzo di vendita consigliato. (se sto sbagliando qualcuno mi scriva un’email o un commento e mi corregga, grazie). Tipo, se una catena leader in grande distribuzione esce con una promo di sconto 30% su tutti i CD, magari per pulire il reparto, ho incassato un botto di soldi in meno e i dati FIMI non lo riportano (considerano invece i resi). Come dire, i dati FIMI sono proiezioni probabilmente attendibili di quanto venga effettivamente venduto nella rete di negozi censiti da FIMI, ma non dati reali di fatturato. Giusto? Non so. Che cosa raccolgono i dati FIMI? Federico Pucci, nei commenti sul mio FB, parla di “6mila punti vendita, compreso retail musicale, negozi multimediali e di elettronica, pari all’85% della distribuzione.” L’85% mica è poco, giusto?

Tornando alla tabella dei dati di vendita, scopriamo che in questi negozi si fatturano 2.392.000 euro di vinile. Due milioni di euro, ok? Diviso per un prezzo consigliato di 20 euro che costa un vinile nuovo in un negozio (sì, ciao) fa CENTODICIANNOVEMILA vinili venduti in un semestre in Italia. Se li calcoli a 25 euro di media scendi a novantacinquemila dischi. Divisi tra quanti titoli usciti? Tipo i Gerda sono conteggiati? Sembra di sì, nel senso, vengono raccolti anche i dati di vendita dei negozi. Dividiamo quel fatturato lì per il totale dei dischi in vinile usciti in Italia (qualche centinaio? migliaia, forse) e abbiamo un primo dato piuttosto eloquente, tra le 50 e le 100 copie vendute ad artista nel mercato tradizionale. Giusto? OK.

Smetto un secondo di parlare dell’aggregato. Avete mai fatto un conto di quanti dischi avete comprato dove ogni anno? Io mai, ma posso provare a fare ipotesi. Il posto dove preferisco comprarli è il negozio di dischi, ma ultimamente sta diventando difficile: sono sempre meno, trattano sempre più vinile (preferisco i CD) (sono meglio) (giuro) e fanno sempre meno parte dei miei giri. Posso ipotizzare che nel 2015 io abbia comprato due terzi dei dischi che ho comprato in totale tra concerti dei gruppi e  banchetti delle distro, accordi privati con padroni di etichetta eccetera. Uso rarissimamente servizi di streaming e ancora più raramente siti di download a pagamento. Probabilmente il mio comportamento non è così allineato con la media delle persone che comprano musica in questo paese, ma credo si possa dire senza tema di smentite che sto nel 3% di italiani che spendono più parte del proprio reddito in dischi e concerti.

Un’altra cosa che falsa i conteggi su di me sono gli streaming. È giusto considerarli, naturalmente, ma è giusto considerarli in una classifica che conta le copie vendute? Questo è un problema che supera molto i confini nazionali. Il conteggio delle copie vendute si fonda su una premessa ideologica di base su cui nessuno ha il coraggio di dire niente: compri la tua copia, esci dal negozio e vai a finire nel conto. Poco importa se quel disco rimane dentro lo stereo di casa per vent’anni o se fa tre giri e poi sparisce dalla tua vita: ne hai comunque comprato una copia. Lo streaming è uno strumento di misura molto preciso e affidabile, ma di cosa? Alcuni dei miei dischi preferiti non li ho ascoltati poi molte volte. Il primo disco dei Suicide ad esempio, o che so, Reek of Putrefaction dei Carcass. Ok? Ok. Recentemente ho ripescato il secondo disco dei Black Heart Procession, e quando dico “ripescato” intendo dire che l’ho rimesso su due volte, perché la musica dei Black Heart Procession è molto bella e fascinosa e avvolgente ma dopo due passaggi ne hai comunque abbastanza. E sono assolutamente convinto che il terzo Black Heart Procession sia molto più bello e importante per la mia vita di cose tipo The College Dropout (e non a caso possiedo tipo 4 dischi originali dei BHP e nessuno di Kanye West), ma se misurassimo il numero di ascolti Kanye West vincerebbe. Lo streaming è una cosa molto bella e importante per il mercato che ha rosicchiato quote alla pirateria, creato un database universale di gemme infinite e messo le persone in condizione di ascoltare tutto in qualunque momento, ma affidandosi alle statistiche dello streaming sembra necessario si arriva a conclusioni molto precise e assolutamente false, tipo che le persone come me tutto sommato preferiscono ascoltare musica allegra e sgarzolina e detestano i folkettari americani coi tatuaggi brutti e il morbo della morte addosso.

Tornando a dati aggregati, è difficile conteggiare quanto le vendite di un gruppo siano accuratamente conteggiate dai dati FIMI. Suppongo ad esempio che Laura Pausini o che so, Gue Pequeno siano conteggiati a dovere: poco banchetto, dischi venduti nei negozi, streaming/download e tutto il resto. Molto meno sembrano esserlo i gruppi indie. Quanti dischi vendono i Cani rispetto ai negozi?  Lo chiedo a qualcuno, magari. Capra mi dice che, approssimativamente, i Gazebo Penguins vendono al banchetto il 65% dei dischi che vendono in totale. Emiliano di 42 Records (i Cani, Colapesce, BSBE, Mamavegas etc) lo scorso anno mi disse che per certi artisti i dischi al banchetto arrivavano al 70% del totale; quest’anno, con l’esplosione dello streaming, la vendita di dischi fisici ai banchetti sta tra l’80% e l’85% del totale. Le copie ai banchetti non sono conteggiate da FIMI. È una stortura che va a sommarsi a quelle della classifica in sé, ed è davvero piuttosto grossa se vogliamo considerare lo stato della musica nel paese in generale e non per quanto riguarda un genere musicale preciso.

Per quanto riguarda la situazione concerti, SIAE sembra grossomodo un buon modo di misurare, nel senso che vengono contati i biglietti. D’altra parte sono dati estremamente parziali, relativi a un solo trimestre e senza concerti estivi (le date di ACDC, Vasco Rossi, Jovanotti e Tiziano Ferro basteranno da sole a far finire Fedez in bassa classifica). E come vengono conteggiati, ad esempio, i concerti/festival gratuiti, magari sponsorizzati da un grosso brand? Non è dato saperlo. Quanto incidono i prezzi dei biglietti? Quanto incide la scelta di fare un tour nei teatri piuttosto che un concerto in situazioni più popolari? È più figo fare tre date da diecimila paganti o quindici date da duemila?

Passo il tempo a leggere articoli di musica, è uno dei miei passatempi. Se avete la mia stessa passione, avrete notato l’incremento vertiginoso di pezzi legati all’analisi critica dei successi e dei fallimenti dei singoli artisti: il successo di alcune date, il numero di visualizzazioni sul tubo, il record di streaming in una settimana eccetera. Vengono snocciolati dei dati e vengono elencate le ragioni del successo di un artista rispetto all’altro. Questa situazione, in un mercato che cambia pelle così di frequente, richiede un continuo aggiornamento degli strumenti di misura, che combinati alla generale riluttanza di chi scrive di musica a passare i pomeriggi spulciando le fonti (riluttanza sacrosanta, sia chiaro: scriviamo tutti gratis o per compensi ridicoli) tende a creare una marea di case study inutili a descrivere il quadro generale. Per certi versi c’è da impazzire: siamo a contatto con TUTTA la musica del mondo, in ogni momento, possiamo ascoltare trecento dischi nuovi al giorno, uscire di testa con qualunque minchiata proveniente dal Congo o da Singapore, e scegliamo di ascoltare quello che ascoltano tutti, di parlare delle stesse cose, analizzare ex-post successi che non avremmo potuto prevedere ex-ante. Anche io, sia chiaro. Ci sono ragioni, io ho le mie, qualcun altro ha le sue. Suppongo che ci sarà un altro articolo su queste cose.

Di per sè non è un male. Il punto è che molte analisi di questa situazione parono da una tesi che si sviluppa a partire da dei dati che abbastanza evidentemente non fotografano una realtà o ne fotografano una tra le tante.  Suona un po’ come sostenere che in Italia il pane ha sempre lo stesso sapore senza mai prendersi il disturbo di cambiare fornaio. Forse avrebbe più senso ricostruire daccapo i criteri di valutazione su un sistema dinamico che tenga conto di un milione di fattori che in questo momento non vengono considerati, depotenziando l’importanza dei dati di vendita. Ma probabilmente i dati di crescita (così incoraggianti) del mercato musicale italiano non giustificano la sbatta, quindi tanto vale incrociare le braccia e ricominciare a parlare dei dischi per quello che c’è dentro, a prescindere da quanto cazzo vendono.

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