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100 canzoni italiane #12: GIOCA JOUER

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Odio questa canzone. C’è sempre stata e l’ho sempre odiata. Ha attraversato la mia vita con quella melodia a ticchettare in sottofondo come una specie di acufene del cazzo. Posso solo immaginare cosa sia stata un’esistenza in un paese e in un’epoca storica in cui il Gioca Jouer non sia mai esistito, in cui le persone sono libere da quel fardello. Sto pensando da settimane a una canzone pop che odio più di Gioca Jouer, anche a livello internazionale, ma non sono riuscito a trovare nulla che possa davvero insidiarne il primato sui miei nervi.

La genesi del pezzo è raccontata, tra le altre cose, nell’autobiografia di Claudio Cecchetto uscita l’anno scorso. Si chiama In Diretta, sottotitolo Il Gioca Jouer della mia vita. L’ho visto impilato in un autogrill a novembre, non ho resistito e l’ho portato alla cassa. Ho sfogliato qualche pagina in macchina e ho finito per leggerne metà, in un’oretta e mezzo, prima di ripartire dall’area di servizio. In diretta è un libro strano. È scritto in maniera molto ombelicale e si basa su presupposti ideologici agghiaccianti che capisco solo in parte, forse perché non sono molto ferrato nelle autobiografie dei personaggi di successo: la storia di un magnate dello spettacolo e della cultura del divertimento, scritta in prima persona con le faccine e le parole “in diretta” scritte sempre in grassetto. I racconti sono brevi e poco complicati, scritti probabilmente da quello che firma il libro,ed intervallati da capoversi in corsivo che fissano alcuni punti chiave del discorso, conclusioni etiche, imperativi morali, riflessioni ex-post. È un’opera genuinamente appassionante: si divora in un boccone, va giù fino alla fine e lascia addosso una strana sensazione di incompiutezza.

Quando esce Gioca Jouer Claudio Cecchetto non è ancora Claudio Cecchetto. Nel senso, è già un personaggio in rapidissima ascesa a cui è stata affidata la conduzione del festival più importante della TV italiana, ma non è ancora diventato tutto il resto. Il pezzo mette insieme una serie impressionante di elementi a cui associo il male puro, nella musica e più in generale: i balli nei villaggi vacanze, le persone che s’incazzano se sbagli i passi dell’hully gully, l’inquietante figura dello speaker da discoteca e le canzoncine con il balletto al campeggio della parrocchia. La teoria di Cecchetto era di trasportare tutto in un contesto pop e dare i comandi a voce. Una cosa alla portata di tutti, pensata e realizzata per fare un video e riempire le piste di imitatori a buon mercato. L’idea di Cecchetto viene accolta con entusiasmo da Giancarlo Meo, il quale a sua volta gira la palla a Claudio Simonetti dei Goblin -che s’inventa al volo il ritmo e la melodia (“strutturata su un tempo terzinato, quello tipico della tarantella”). Elio Cipri di Fonit Cetra, il babbo di Syria, fiuta il successo e convince Cecchetto a bloccare il singolo per qualche mese allo scopo di farlo diventare la sigla del secondo Sanremo, di cui Cecchetto sarà presentatore. Una volta messa sul mercato, diventa un successo di pubblico istantaneo e senza precedenti. In uno dei festival più memorabili della storia moderna (quello con la vittoria matta di Alice e canzoni in gara del tenore di Maledetta primavera, Tu cosa fai stasera, Ancora Sarà perché ti amo), il bestseller assoluto della hit parade è quella che già in tempo reale può definirsi la canzone più stupida mai ascoltate nella storia di questo paese.

Le canzoni stupide godono di una discreta letteratura. C’era un bel pezzo sulla storia di The Lion Sleeps Tonight ad esempio, o un libro di Dave Marsh su Louie Louie e relativi articoli a commento. Credo di ricordare un racconto di Peter Buck che dice di aver cercato per anni di scrivere una vera e propria canzone stupida con i REM e di non essere arrivato mai oltre Stand. È senz’altro vero, del resto, che molte delle canzoni più importanti del pop siano pezzi così poco complessi da sembrare fatti apposta per entrare nella testa della gente, rimanerci per trent’anni e venire risputati fuori sotto forma di premesse culturali. Molta letteratura e molto cinema seguono gli stessi criteri. Una teoria adiacente, a cui  Gioca Jouer sembra potersi rifare, è quella per cui l’obiettivo dello scrivere musica popoolare è tirare fuori il massimo risultato da un numero quanto più limitato possibile di opzioni a disposizione. Ma forse andare a scomodare il minimalismo per Gioca Jouer è un po’ azzardato. Sia quel che sia, non è azzardato vedere in Gioca Jouer una sorta di Louie Louie italiana.

Personalmente, non sono mai riuscito a superare l’odio feroce. Da ragazzo scelsi ascolti relativamente snob, e mi sono riavvicinato con un briciolo di fatica, da persona adulta, alla musica popolare. Come ogni persona cresciuta negli anni novanta, e conseguentemente folgorata sulla via dell’eclettismo ad ogni costo, ho iniziato abbastanza presto ad apprezzare un briciolo di musica trash, ad apprezzarla in quanto tale; e mi trovo spesso nella posizione di adorare cose che chiunque trova dozzinali e ridicole. Ma con Gioca Jouer non ce l’ho mai fatta. Credo di riuscire a intuire il genio dietro la semplicità con cui parole e musica s’incontrano, ma non ho mai sorpassato lo scoglio ideologico: quando sento partire le note la mia mente pensa automaticamente a situazioni tipo Society di Yuzna, Essi Vivono, l’orgia di Eyes Wide Shut, il filmino di American Psycho o il massacro alla fine di The Addiction. Immagino questa situazione in cui notabili ricchissimi si riuniscono per festeggiare la propria supremazia, arrivano le ragazze, parte la musica di sottofondo, si spogliano e cominciano a scoparsi a vicenda mentre si guardano allo specchio e fanno OK con le dita. A un certo punto s’iniziano a intravedere le escrescenze alla base del collo e poi partono gli sbocchi di sangue. Credo non sia una cosa della canzone in sè, ok. Più probabilmente è dovuto alla sgradevolezza generale dei personaggi coinvolti, al concetto televisivo che sta dietro al tutto (pensate solo che senso avrebbe la canzone senza il videoclip), e a tutto quello che è successo dopo Gioca Jouer.

L’America la costruiamo qui, con Radio Deejay!”. Parole pronunciate da Cecchetto per convincere Gerry Scotti a non trasferirsi negli USA per provare la carriera da pubblicitario. Il personaggio raccontato nella biografia è un simpatico ragazzotto di provincia, baciato da una serie di eventi fortunati, da un entusiasmo incrollabile e da un’ambizione artistica senza pari, che si spacca in quattro per tutta la vita allo scopo di imporre la propria visione al paese. A un certo punto, mentre sta parlando della sua esperienza al Sanremo del 1980 (il primo condotto da lui), tira fuori la parola “rivoluzione”. La stessa parola verrà usata usata qualche tempo dopo da Albertino, intervistato da Damir Ivic in occasione del ventennale del Deejay Time: “Il panorama radiofonico era già bello statico vent’anni fa, quando siamo arrivati noi – e abbiamo fatto la rivoluzione.” Vale senz’altro la pena di concedere un briciolo d’indulgenza alle persone che provano orgoglio per ciò che hanno fatto in vita, e in quest’epoca storica non c’è niente di peggio che l’understatement. Ma fino a quanto è possibile rinegoziare il significato delle parole? Berlusconi parlò di rivoluzione liberale almeno in un paio di occasioni, per illustrare un programma politico basato sull’accodarsi ai vincitori cercando invano di superarli in astuzia o almeno beccarsi qualche briciola (aderirono tutti, entusiasti e sorridenti). Non è facile stabilire quale lemma, tra libertà e rivoluzione, ha preso più calci in faccia dagli anni novanta ad oggi.

Claudio Cecchetto era la testa di ponte di un movimento riformista. O quantomeno, di un movimento che si auto-percepiva come riformista. Era un movimento trasversale, una specie di elite di rivoluzionari, che operava all’interno del mercato radio-televisivo italiano. Era un’elite che s’era definitivamente cacata il cazzo delle sviolinate old skool e delle canzoncine leziose, del pensiero unico RAI. Era un’elite che sognava la libertà, cioè l’America, cioè il divertimento, la cassa a quattro quarti, e la figa. Nel suo takeover, tutt’altro che ostile, sarebbe stata disposta a caricare tutto quello che fosse rimasto impigliato alla rete e darcelo da mangiare. Una specie di ultimo mostro pasoliniano, ed è anche divertente notare che Pasolini viene ucciso nel ’75, lo stesso anno in cui Cecchetto fa il suo esordio in radio.

Dieci anni dopo, più o meno, Silvio Berlusconi riesce ad imporre il proprio impero mediatico, del cui lato giovanilista Cecchetto diventa il principale vessillifero. L’Italia under-20, una classe politica senza opinioni politiche concepita da Cecchetto alla fine degli anni settanta, è un luogo della mente in attesa di esplodere come luogo geografico, un’area in cui le infrastrutture votate allo svago stanno diventando satelliti di un unico pulsante centro del divertimento -un posto che stava da qualche parte tra la radio, lo schermo della TV e l’Aquafan di Riccione. Tutto quello che entra nell’orbita di Cecchetto in questo periodo diventa la cosa, per un lasso di tempo che variava indistintamente dai due giorni ai trent’anni. La serie infinita di successi dell’uomo, che copre quasi un ventennio di cambiamenti rocamboleschi in Italia, è la cronistoria di un takeover ostile mosso in seno alla cultura italiana.

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Dentro In diretta si parla raramente di arte, almeno non in senso classico -Cecchetto non è mai stato un Andy Warhol, e soprattutto non ha mai prodotto -nemmeno ci ha provato- dei Velvet Underground. I nomi che riempiono la sua autobiografia sono famosissimi e hanno mosso milioni di persone, ma nessuno di loro ha mai scritto un disco che sia considerato davvero bello o importante. Nel libro, invece, si parla continuamente di dati di vendita, share, audience. Non che sia una cosa campata per aria: il sistema in cui Cecchetto lavora è un sistema radio-televisivo, o comunque un sistema mediatico fondato su indici di gradimento. È un apparato molto semplice e molto complesso che si fonda sulla capacità dei singoli di drenare soldi e consenso da una parte o dall’altra, volontariamente o involontariamente, per un certo periodo di tempo. Pian piano è diventato l’unico modo di definire il successo e il fallimento dal punto di vista artistico: negli anni novanta sarebbe stato ancora possibile spernacchiare un musicista di merda che spaccava milioni di copie, oggi quella dei numeri (hit sul tubo, streaming sulle piattaforme eccetera) è l’unica realtà su cui ha senso basare le analisi critiche. Buon per Cecchetto e gli altri, per carità. La sua stessa visione è spaccata in due -il Claudio Cecchetto che snocciola dati di vendita stellari è lo stesso Claudio Cecchetto che racconta di aver dovuto sacrificare l’integrità artistica di Radio Deejay al momento di venderla.

Credo che a un certo punto la nostra nazione volesse essere diversa da quel che poi è diventata. Non ne ho la certezza, perché sono nato nel ’77 e mi sono svolto l’adolescenza cullato dalla risacca della fine dei movimenti, senza sentirmi addosso la minaccia tangibile di venire incarcerato o menato dai fascisti -o chi per loro, insomma. Le storie che sentivo raccontare, in quegli anni, erano storie di autodeterminazione, coraggio, serietà, morti per strada, stragi di stato. Le persone che le raccontano le hanno vissute sulla propria pelle, sono scampate faticosamente ad una fine cruenta e si sono riuscite a beccare un pulpito ben stipendiato da cui poterne parlare per il resto della vita, pontificando sulla debolezza delle generazioni più giovani. Una cosa che non sentiamo mai raccontare, tanto per dire, è quello di come sia stato possibile passare dalla strategia della tensione alla strategia della tensione evolutiva. Il 2 agosto del 1980 esplode la bomba alla stazione di Bologna; sei mesi dopo, quasi esatti, Gioca Jouer è la nuova sigla del Festival di Sanremo. Forse a un certo punto avremmo mollato le stronzate dell’appartenenza e saremmo riusciti a reinventarci come popolo, o forse no. Di fatto, non ne abbiamo mai avuto l’occasione. A un certo punto qualcuno ha intuito che tutto sommato davanti a noi c’era una via più semplice e appetibile, e la nostra società era talmente esausta che gli è andata dietro facendo il trenino come nei villaggi vacanze. Così l’abbiamo buttata in caciara, ci siam messi a saccheggiare gli americani e vaffanculo –se a loro era andata così bene, a noi sarebbe bastato aggiungere la salsa di pomodoro della nonna. Da un certo punto di vista, assolutamente marginale, si potrebbe dire che ci siamo picchiati e uccisi in piazza fin quando non siamo riusciti a passare da un pensiero unico a due pensieri uguali.

Gioca Jouer è continuata ad esistere e a venir suonata. Funziona sia alle feste di tendenza che nei rotocalchi vintage tipo Schegge, quelli che mostrano i filmati Rai dei bei tempi d’oro prima di cena. Funziona sempre perchè è il manifesto coatto e indesiderato di una generazione che è ancora in charge, e a cui è stata ricostruita chirurgicamente una nuova innocenza, più finta e sgarzolina, che ogni tanto sente il bisogno di ricantarsela. La più grande intuizione di Cecchetto è stata capire che l’Italia di Roma a mano armata  non vedeva l’ora di diventare l’Italia di Distretto di polizia, e che l’Italia di Distretto di polizia aveva la possiblità di instaurarsi come regime autorigenerantesi. Da questo punto di vista è fin troppo logico che la musica di Gioca Jouer l’abbia scritta quello di Profondo Rosso.

La lista dei danni perpetrati alla nostra cultura da Claudio Cecchetto è sterminata, e Gioca Jouer è solo la prima coltellata inflitta: Sandy Marton, Sabrina Salerno, Jovanotti, Fiorello, Gerry Scotti, Amadeus, dj Francesco, i Finley, Deejay Television, Fabio Volo, solo per citare i pezzi da novanta. Ho un debole per i primi 883, ma se andiamo sul secondo grado (Daniele Bossari, la Panicucci, Andrea Pezzi, Nikki, Dj Flash, Albertino, lo Zoo di 105, MTV Italia, Paola Maugeri e potrei andare avanti per quaranta pagine) va anche peggio. Decenni di popstar e animatori che non sporcavano in giro e non davano fastidio a nessuno; trentacinque anni dopo non ce li siamo ancora tolti dai coglioni, e francamente ormai sembra troppo tardi. Hanno invaso politica, sport, estetica, cultura, pensiero e quasi tutti vorrebbero essere come loro. Ovunque ti volti sono lì: accendi la radio o la TV o guardi un manifesto per strada o compri la mozzarella al supermercato e tutto risuona di quel tittitiritititti, come un acufene del cazzo, e poi i gerarchi con le escrescenze corporee da chirurgia plastica scopano le modelle minorenni rifatte e intanto fanno la mossa dello spray.

10 Risposte a “100 canzoni italiane #12: GIOCA JOUER”

  1. Non sono molto d’accordo. Checchetto non ha fatto di noi degli stupidi, ha solo preso atto lo fossimo. Questo può voler dire che era meno stupido degli altri e ha capito cosa fare per sfruttare questa idiozia intrinseca oppure era il capo degli stupidi e semplicemente quello che piaceva um sacco a lui rispecchiava quanto il resto della popolazione voleva.
    In un caso o nell’altro, io le potenzialità a diventare un Paese migliore non credo le si abbia mai avute.

    Questo pezzo ha i mogliori disegni ever ed è un gran bel post.

  2. io non sono così convinto della stupidità degli italiani come popolo, anzi no, assolutamente non sono d’accordo, siamo stupidi quanto gli altri esseri umani, non di più, non di meno. ecco.

  3. Ok, non so se è voluto che i commenti nidificati non ci siano più, quindi segnalo.
    In ogni caso mi sa che non ho espresso bene il punto. Io non parlo di italiani, parlo di maggioranza. La maggioranza delle persone, in qualunque contesto mondiale, è stupida e questa cosa viene usata a livello storico da persone che capiscono il meccanismo, hanno voglia di usarlo a proprio vantaggio e non hanno un’etica che li preservi dal farlo (raramente ci sono anche quelli che sono sopra la media e si sbattono per il bene della media, ma sono una minoranza nella minoranza e tendenzialmente fanno una fine di merda).
    Io ho fatto per anni un certo lavoro e ho frequentato gente di una certa estrazione sociale (mettici tutte le virgolette che vuoi, intendo un mix di cultura, apertura mentale e status economico), poi a casa andavo in internet e lo trovavo pieno di siti e pagine di gente sveglia, con delle cose da dire e riflessioni da fare e avevo questa percezione SBAGLIATA che io e il mio contorno fossimo la massa. Non è così. Quindi quando ti dico che per l’italia non ci sarebbe stato margine in ogni caso parlo del Paese che tu menzioni nel pezzo per seguirne il filo, ma non intendo affibbiarci una qualche esclusiva di sorta. Ho questa convinzione snob e oltranzista per cui alcune persone siano semplicemente fuori media e a volte fatichino a rendersene conto, del tutto in buona fede ovviamente. Questo porta ad avere speranze, ad andare a votare, ad incazzarsi con Salvini e via dicendo. Lo facciamo e ci diamo ragione a vicenda quando ne parliamo, alimentando la convinzione di essere tantissimi quando invece no. Se non avessimo avuto i Cecchetto e i Berlusconi avremmo avuto altri, sarebbe stato diverso, ma difficilmente meglio. La loro colpa è non avere scrupoli ad utilizzare la stupidità della gente, ma non certo renderla più stupida di quanto sia.

  4. Ma l’essere umano non nasce stupido..

    Essere sommersi da -trasmissioni, canzoni, giornali- spazzatura, di cattivo gusto non aiuta la massa ad prendere coscienza della propria triste condizione.
    Al contrario contribuisce a mantenere le menti intontite e in letargo.

  5. secondo me non è vero
    -quando non c’era la TV le persone non è che fossero molto più sveglie e meno malleabili

  6. Ma quando non c’era la tv vuol dire prima degli anni 40′.
    Non sono in grado di fare un paragone con la società in cui vivamo adesso.

    Se oggi la maggioranza è intrinsecamente supida (ma comunque non è che ci si nasce -buoni o cattivi-) sottoponendola continuamente e obbligatoriamente alla visione e all’ascolto di un cecchetto, un pieraccioni, un emilio fede ..etc etc..

    Ecco di sicuro questa massa rimarrà nel suo stato mentale intorpidito, annebbiato e deficitario, incapace di rendersi conto che qualcosa intorno ad essa non funziona.

  7. non lo so, secondo me questa è roba che hai letto da qualche parte, però non sono d’accordo. per prima cosa mi ripeto da un commento più sopra: non è vero che il nostro popolo è più stupido degli altri, è più o meno stupido uguale. seconda cosa, oggi possiamo tranquillamente esistere ed essere aggiornati senza una TV in casa, possiamo tranquillamente informarci tramite un milione di fonti -molte delle quali *libere*, *indipendenti* o come le vuoi chiamare- e abbiamo comunque tutti, grossomodo, la stessa testa che avevamo 25 anni fa. secondo me (cerco di scriverlo nel testo) c’è una dimensione di accettazione e di consenso entusiasta che per me è assolutamente evidente, e che tende a sfuggire a molti discorsi sulla politica (figurarsi a quelli sui dischi). sicuramente in ogni caso i discorsi non sono aiutati dal pensare che quelli che ascoltano ‘ste cose siano pecore.

  8. Ma non si è più o meno stupidi uguali.
    Le società e gli stati nel corso della storia si sviluppano e si evolvono diversamente .

    la tv per la massa rimane il media unico e predominante.
    sanremo è visto da quanti?10milioni di persone?
    La trasmissione più biecera e vomitevole di rete4 raggiunge in scioltezza un milioncino di utenti?

    E’ il caso televisivo italiano è particolare con le reti più importanti monopolizzate con il solo scopo di addormentare e addomesticare deboli cervelli.

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