PITCHFORKIANA: Any Other, PIL, Lou Barlow

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ANY OTHER – SILENTLY, QUIETLY, GOING AWAY

Gambellara è un paesello situato da qualche parte in quella terra di mezzo che si sviluppa tra la via Ravegnana (che collega Forlì a Ravenna) e il Dismano (che collega Ravenna a Cesena). Un triangolo di grandi spazi coltivati, totalmente pianeggianti  e solcati dagli argini dei torrenti che li attraversano. Fuori dalle direttrici principali i paesi sono quasi tutti minuscoli e c’è una sola cittadina chiamata San Pietro in Vincoli. Nei paesini la vita sociale era quella che si fa in campagna, la messa la domenica e il bar la sera per i padri di famiglia. Molti di questi bar sono circoli di partito, che ora sono deserti o presi in gestione da qualche matto che aveva un’idea in testa e l’ha messa in pratica nel modo meno costoso possibile, prendendo in gestione la struttura per un tot di tempo e approfittando del fatto che il bar di paese è un concetto in crisi. A Gambellara il circolo si chiama Pancotto; funziona molto come ristorante, carne e pesce, roba abbastanza inusuale e fatta con cura; il menu viene deciso sulla base di quel che c’è e viene scritto sulla lavagna. Per evitare di passare l’estate nel deserto, quelli del Pancotto han messo insieme un aperitivo il mercoledì pomeriggio. Invitano un gruppo a suonare, cucinano qualche piatto che si possa mangiare con le mani, vendono vino birra e qualche cocktail e rimediano un po’ di gente. Dietro il ristorante c’è un’aia, addobbata con tavoli e seggiole in quel modo un po’ rustico. Un mesetto fa Diego mi manda un messaggio e me lo propone, suonano i Clever Square, dice. I Clever Square sono un gruppo indierock di quelli che li han fatti con lo stampino. Giacomo sta in mezzo al palco con un’espressione sperduta e canta le canzoni con un briciolo d’imbarazzo. Il gruppo suona bello compatto tutto attorno. Le canzoni sono molto belle e un po’ tristi, in quel modo molto pop e un po’ spigoloso che a qualcuno piace e a qualcuno no. Quel giorno suonano con il pubblico svaccato nei canaponi, qualcuno in fila col piattino, qualcuno al bar ad aspettare una Poretti. Davanti ci sono due tre bambini dell’età di mia figlia che ballano e si rincorrono davanti al gruppo che canta e suona. Loro hanno poca amplificazione e molta botta, le canzoni sono perfette, le han suonate ormai parecchie volte, il posto funziona, il gruppo funziona. Qui e ora è tutto come dovrebbe essere, come mi sono sempre immaginato io la musica dal vivo. Nel momento in cui lo penso non so che questa è l’ultima data dei Clever Square che vedrò mai: si sciolgono un mesetto dopo con un messaggino su Facebook. Ecco: se siete di quelli che quel giorno erano tristi, forse dovreste andare a recuperare il disco degli Any Other. Gli Any Other sono un gruppo indierock di quelli che li han fatti con lo stampino. Adele la conosciamo dai tempi delle Lovecats e ora ha un gruppo di tre elemento come nei libri di testo del rock indipendente. Le canzoni sono molto belle e un po’ tristi, in quel modo molto pop e un po’ spigoloso che a qualcuno piace e a qualcuno no. Se questa roba ce l’avete dentro non importa quanta ne abbiate sentita: ogni volta che esce un disco così si torna a casa. 7.4

 

PIL – WHAT THE WORLD NEEDS NOW

L’ultima versione dei PIL è un gruppo post-wave-punk-art-qualcosa di quelli che hai sentito il triplo delle volte di quanto sarebbe bastato per lasciarti un bel ricordo del genere, ripensato in versione ultrapulita con dei turnisti che suonano in maniera ultraprofessionale e non sbavano manco mezza nota, lasciando il solo John Lydon a prendersi cura –con molto effetto- di cambi di tono e tonfi al cuore. La cosa più bella dei PIL nel 2015 è questa bruciante sensazione che John Lydon abbia ancora la spinta per mettere insieme un disco rilevante e ti faccia sentire dentro alla storia, a prescindere che tu abbia o meno titolo di starci dentro. La cosa più brutta dei PIL nel 2015 è che le interpretazioni di John Lydon suggeriscono che abbia così tanta spinta da farci immaginare che, se solo si prendesse la briga di farlo, potrebbe uscire sul mercato con un altro Album o anche un Flowers of Romance, in versione per pensionati magari, e invece si accontenta di fare il figo con ‘sta merda copiata da chi copiava i peggiori PIL a man bassa. 6.6

 

LOU BARLOW – BRACE THE WAVE

Il titolo del disco mi riporta a un piacevole episodio in cui Lou Barlow solista arrivò per una data all’Hana-Bi, si fece un bagno pomeridiano con gli occhiali addosso, li perse nell’Adriatico e andò incontro a un momento di depressione che unito ad altri fattori (la rottura di una chitarra non so che cazzo altro) rischiò di far saltare la sua data; alla fine del concerto, che poi si tenne e fu anche piuttosto carino (molto più dei Sebadoh al Bronson, quantomeno), ebbe anche la faccia di dare la colpa al mare. “Ho nuotato nel Pacifico con quegli occhiali e non li ho mai persi!” La musica del disco mi riporta a un antico dubbio ideologico in merito alla caratura di Lou Barlow come autore di canzoni: se sia un autore pop di talento assoluto con una visione traballante, o quantomeno il gusto perverso di tirare occasionalmente una latta di vernice contro le sue opere; o se piuttosto sia un mediocre a cui sono uscite per culo alcune canzoni molto belle, magari mascherate col trucchetto della bassa fedeltà. Ecco, diciamo che l’opinione può cambiare da disco a disco e nel caso concreto la lancetta, francamente, punta più dalla parte del mediocre. 5.1

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