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Magari non il disco più bello di sempre ma

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Leggenda vuole che sia iniziato tutto da una rissa. Il gruppo nasce come una cosetta poco importante, una roba un po’ vintage messa insieme da certi ragazzi di Manchester. Il cantante invita il fratello ad un loro concerto. Il fratello è un chitarrista con una valanga di canzoni imboscate nel cassetto; propone al gruppo di unirsi e diventare l’unico autore. La nuova formazione inizia a fare concerti e tirar su un briciolo di seguito. L’occasione arriva in un locale scozzese: partono in furgoncino per suonarci, vengono rimbalzati alla porta e si mettono a far casino per convincere il locale a fargli suonare qualche canzone in apertura. Alan McGee è tra il pubblico e gli offre un contratto seduta stante. Un paio di singoli, l’esplosione con Live Forever e ce n’è abbastanza per far finire il disco d’esordio al primo posto della classifica inglese.

Quando dico “il disco più bello di sempre” intendo quello che dico, ma “il disco più bello di sempre” in realtà è più di uno. Le ragioni sono tre: la prima è che mi permette di distinguere tra “il disco più bello di sempre” (Double Nickels On The Dime) e “uno dei miei dischi preferiti” (Master of Puppets); la seconda è che mi permette di non dover scegliere tra Double Nickels e Reign in Blood; la terza è che le ragioni sono sempre tre.

Alan McGee: “Damon had come to a party [at the Mars Bar in Covent Garden] for Oasis being Number One [for ‘Some Might Say’, their first Number One single]. Liam went up to Damon saying ‘We’re Number One, you’re not, you’re not’ and Damon got on one about it and decided to take Oasis on. Oasis, being Oasis, decided to hate them. And Blur, being Blur, thought it was a game, but Oasis actually fucking hated them at the time! I used to go see Chelsea a lot in the ’90s, and I regularly met up for a pie and Bovril with Damon at half time. To be fair, I think he was quite unaware that Oasis were so serious about it.

Le leggende devono iniziare da qualche parte. La battle of the bands tra Oasis e Blur arrivò al suo apice nell’anno 1995. Il racconto esteso della vicenda sta in un articolo del NME. Versione breve: un po’ per scherzo e un po’ seriamente, Oasis e Blur ingaggiarono una informale battaglia, a metà del ’95, su chi fosse il più grande gruppo dei due. La resa dei conti arrivò nel mese di agosto, quando i due gruppi decisero di far uscire i loro nuovi singoli lo stesso giorno e guardare quale arrivasse più in alto. La battle of the bands diventò una priorità delle cronache inglesi, molto al di là di quella che era la stampa musicale: dichiarazioni vere o presunte, punzecchiamenti continui eccetera. Alla prova dei fatti, Country House dei Blur fece il culo a Roll With It. Gli Oasis lamentarono brogli e accannarono.

Questa era la battaglia. La guerra è un discorso più complicato, è fatta di sommovimenti continui. Forse ora è finita. Gli Oasis del secondo disco vendono un disastro di copie, il quarto disco più venduto di sempre in Gran Bretagna; The Great Escape fa peggio. Di lì a poco gli Oasis diventano una barzelletta: già con il successivo Be Here Now arriva chiara e decisa la sensazione (in questo pubblico e critica sono abbastanza compatti) che la musica del gruppo sia legata ad una stagione passata e non abbia alcuna possibilità di evolversi (l’evoluzione, nel ’97, è un concetto chiave). Mentre il cosiddetto britpop inizia ad evolversi in una sorta di pop rock evoluto, gli Oasis diventano un agnello sacrificale, la quintessenza di un genere musicale che “ha rotto il cazzo” ed è destinato ad essere superato a sinistra. I Blur, in questa fase, piazzano due dischi che li certificano come un’istituzione del pop contemporaneo; Radiohead e Verve diventano i nomi di riferimento del nuovo rock britannico; gli Oasis rimangono a ciarlarsi addosso.

Tra le varie cose rovinate dalla retorica del punk c’è stata quella di consegnare Never Mind the Bollocks ad una nicchia separata della narrazione pop, come se fosse arrivato alla fine degli anni settanta a distruggere chissà quali concessioni. Riascoltato in anni recenti, Never Mind the Bollocks colpisce soprattutto per quanto sono buone le canzoni, per la carica eccezionale dei suoni e per quanto in generale sia radio-friendly; volendo, per quanto richiami così da vicino le concezioni di Phil Spector e le riesca ad aggiornare ad un contesto più urbano. Quella degli Oasis venne spesso raccontata, nei primi tempi di euforia, come un’operazione chirurgica. Prendere la scrittura di un Lennon e buttarla in un contesto un sfascione alla Pistols. A posteriori era un matrimonio fin troppo ovvio, che avrebbe potuto essere celebrato vent’anni prima senza alcun problema. L’unico che è riuscito ad intuirne pienamente il potenziale, o comunque l’unico ad averlo pienamente sviluppato dal punto di vista artistico, è un chitarrista gretto e antipatico residente a Manchester che nei ritagli di tempo faceva da roadie agli Inspiral Carpets. Il pubblico l’ha capito non appena il gruppo in cui militava ha iniziato a pubblicare canzoni: il primo disco degli Oasis è considerato il loro massimo standard, ma è con il secondo disco che Noel Gallagher mette tutte le carte in tavola.

Con gli Oasis toccava scendere a compromessi, in qualche modo. La loro musica era inevitabile, usciva dalle radio e nei locali e i negozi suonavano i loro CD; le loro foto imbrattavano le copertine delle riviste. Questa cosa poteva squalificarli a priori agli occhi di molte persone come me. Dal punto di vista narrativo, in un’ottica giornalistica, erano un gruppo del cazzo: litigavano continuamente tra di loro, sparlavano di chiunque, avevano un atteggiamento arrogante, erano coscienti di essere la più grande rock band del pianeta –che lo fossero o meno. Sembravano un cartellone pubblicitario umano, si caricavano addosso il peso dei geni assoluti e gestivano la comunicazione come fossero i Beatles –che lo fossero o meno. Potevo fare a meno del primo disco, ma ricordo con piacere molti passaggi di Whatever (che uscì come singolo nel dicembre ’94). Semplicemente, era una gran canzone, la loro migliore fino a quel momento; potevano essere degli stronzi, ma quel pezzo alla radio sfavillava. Non rimase la loro miglior canzone per molto tempo.

Nell’ottobre del ’95 l’onore passa a Wonderwall. È una canzone suonata con le chitarre acustiche e la voce di Liam Gallagher bella alta, annoiata ma cristallina, ancora dentro ai limiti di guardia. E una linea vocale pazzesca, con un testo che mixa romanticismo disperato e understatement all’inglese, che un po’ per via dell’adolescenza un po’ per via di quanto sono scarso con l’inglese riuscirò a capire appieno solo qualche anno dopo. Mi ci vuole qualche tempo per trovare qualcuno che mi doppi il disco. Quando lo ascolto, Wonderwall scende al secondo posto.

Ho diversi rimpianti nella mia vita da ascoltatore. Tra i vari, non avere mai visto gli Oasis è tutto sommato secondario. Quando ascolto Don’t Look Back in Anger e quel testo senza senso mi sale il rimpianto, tuttavia.  Ascoltando i dischi ufficiali in ordine cronologico dall’inizio alla fine, e lasciando stare b-side e edizioni speciali, Don’t Look Back in Anger è la prima canzone degli Oasis cantata da Noel Gallagher. Il piano all’inizio del pezzo è un rip-off di Imagine, e il testo sembra una specie di accozzaglia di cose a caso; pare che sia stata scritta con la mente leggermente alterata. Su Wiki c’è scritto che Noel si sia presentato a Liam chiedendo di cantare Wonderwall e Don’t Look Back in Anger per essere sicuro di poter cantare la seconda. È anche la canzone in cui esce fuori più evidentemente l’ossessione spectoriana del chitarrista, e al contempo quello in cui caccia fuori la sua concezione del rock come appannaggio di centomila ultras ubriachi che vogliono cantare a squarciagola un rumorosissimo inno da stadio. Quanto sia affezionato alla canzone è evidente da uno qualsiasi dei video in cui la canta dal vivo che potete vedere sul tubo. In questo sembra mettersi a piangere.

La canzone che metto se penso ai Blur è Parklife, al limite Song 2. Sono uno che i gruppi pop li considera per le loro canzoni pop, anche se i Blur stessi guardano alla loro prima fase con notevole sospetto. La mia canzone preferita degli Oasis, con buona pace dei capolavori pop che hanno avuto cura di disseminare anche in giro per i loro album più deboli, è Don’t Look Back in Anger. Gli Oasis non avevano molto margine di manovra: hanno funzionato e litigato e incassato con la loro musica, a cui non poteva fregar meno di essere contemporanea: Noel scriveva, il gruppo suonava, Liam cantava. A prescindere da quanto s’ingrossa il conto in banca, dev’essere dura essere il frontman di un gruppo in cui tutti sanno che il genio è quell’altro; le tensioni e le lotte per la sopravvivenza forse hanno portato via almeno una parte della bontà dei loro dischi. Ma contrariamente a quel che dicono in giro, la loro musica è rimasta buona fino al giorno dello scioglimento del gruppo. Avvenuto all’improvviso, ovviamente: l’ennesima lite e via andare. Un annetto dopo Dig Out Your Soul, l’ennesimo disco buono accolto a pernacchie, probabilmente dagli stessi esegeti del britpop che passano il tempo a rimpiangere il fatto che i La’s abbiano registrato un solo disco.

Da lì in poi è andata semplicemente come doveva. Gli Oasis senza Noel cambiano nome in Beady Eye e cominciano a far uscire dischetti. Noel senza gli Oasis esce con il primo disco nel 2011 e spacca tutto. La guerra, non so. Forse l’hanno vinta i Blur, che oggi contendono ai Radiohead il ruolo di massima espressione contemporanea di un qualcosa che è nato dal britpop: una mezza dozzina di ultimi concerti di sempre sparsi lungo gli anni duemila, un bruttissimo disco salutato da moltissimi come un capolavoro. La fede nell’evoluzionismo ad ogni costo che andava di moda nel britpop alla fine degli anni novanta ci ha regalato una serie di ciofeche tra le più incredibili della storia del pop, ha dato informalmente la stura a moti di restaurazione tipo il ritorno del rock’n’roll nel 2001 e del postpunk qualche anno dopo, dello shoegaze verso fine duemila. I dischi degli Oasis, anche i primi, li si ascolta ancora premettendo che. E il fatto è che (What’s the Story) Morning Glory? mi stupisce per come ancora oggi non mi sia stancato di ascoltarlo, per quanto mi piaccia tirar su il volume da Roll With It in poi e per quanto nella sua arroganza riesca ancora a dirmi qualcosa sulla mia vita. Magari non è il disco più bello di sempre, ma se cerchiamo dischi pop negli anni novanta gli stanno davanti in pochi.

 

Oggi (What’s the Story) Morning Glory? compie vent’anni.

4 Risposte a “Magari non il disco più bello di sempre ma”

  1. Per quanto mi riguarda, il merito maggiore del botto planetario che gli Oasis fecero con “(What’s the story) Morning Glory?” è stato quello di sdoganare il brit pop alle masse. Anche all’estrema periferia dell’impero (ovvero in Italia) improvvisamente Oasis, Blur, Verve e Radiohead erano ovunque, anche sulle radio e tv più becere e commerciali. Mi svegliavo al mattino, accendevo la radio e su Studio Delta trovavo Oasis o Blur. In auto avevo la radio fissa su DeeJay e beccavo Verve piuttosto che Suede o Primal Scream.
    Pensate a cosa trasmette oggi una qualsiasi radio commerciale. La differenza è desolante.
    Fu un bel modo di finire gli anni novanta all’insegna delle chitarre, dopo che l’inizio era stato all’insegna del Grunge (e non meno soddisfacente).

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