Morrissey (stasera, a Cesena)

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Quando gli Smiths si sciolsero, nel 1987, avevo dieci anni. A posteriori posso ricordare alcuni flash di quello che poteva essere viverseli sul momento: mio fratello chiuso in bagno per un’ora e mezzo con il mangianastri che pompava musica che non sentivo da nessun’altra parte; una decina d’anni dopo ascoltare How Soon Is Now? e ricordare che era una delle canzoni che metteva più spesso. A quei tempi, in ogni caso, gli Smiths mi scivolarono relativamente addosso. Mi piacevano alcuni singoli, uscii pazzo quando sentii Please Please Please musicare la pubblicità di una birra in TV, mi ritrovai a canticchiare spesso There Is a Light That Never Goes Out in anni nei quali ascoltavo praticamente solo metal (rispondeva ai principali requisiti: estrema, mortifera, ironica), Bigmouth Strikes AgainPanic che incitava a impiccare i dj e boh, un’altra decina di altre. E riuscivo a vedere l’impatto eccezionale delle copertine dei loro dischi, ma tutte quelle cose non riuscivo a metterle una insieme all’altra. Ascoltare un disco degli Smiths, dopo tre o quattro canzoni, è sempre stata una sofferenza. Le compilation, stessa cosa. Le produzioni così anni ottanta, quei riverberi, la voce così enfatica di Morrissey, la chitarrina appuntita di Marr: non era roba mia.

Per qualcuno, molte persone in realtà, gli Smiths sono uno dei gruppi della vita. Le ho guardate per lungo tempo con un briciolo di sospetto, un po’ perché ho gusti diversi e un po’ perché in larga parte era lo stesso Morrissey a prenderle per il culo (rileggetevi il testo di Heaven Knows I’m Miserable Now). La proiezione di questi ragazzi magri e pettinati con gli occhialoni, che piangono e piangono per qualsiasi sciagura capiti alle loro vite, tipo il compito di latino o il supermercato che non tiene più i tegolini. Poi ho scoperto che anche alcune delle mie persone preferite hanno gli Smiths tra i dieci gruppi della vita. Uno è il mio collega Matteo, che conobbi su un forum metal all’altezza del 2000, in una discussione sui Neurosis, lui parlava con cognizione di causa e aveva la copertina di Meat is Murder come avatar. Un altro è Phil Anselmo, di cui potete trovare un video sul tubo in cui parla estasiato per 5 minuti di quanto eccezionale fosse Johnny Marr e di quanto Morrissey fosse il cantante più particolare e riconoscibile della storia dopo King Diamond –e così en passant rivela che sì, c’è un motivo per cui anche i Pantera hanno una canzone che si chiama Cemetery Gates. Un altro ancora è un giornalista musicale di nome Maurizio Blatto: nel 2014 ha pubblicato un libro su Baldini&Castoldi intitolato My Tunes, uno dei più bei libri mai scritti sulla musica. è una specie di raccolta di episodi autobiografici raccontati attraverso 77 canzoni, non necessariamente le sue preferite. L’episodio più commovente del libro è quello che parla di Asleep, una canzone per piano e voce che il gruppo non mise su The Queen Is Dead e usò come b-side del singolo The Boy With The Thorn In His Side. La strana storia di una canzone invisibile, che il gruppo ha suonato una sola volta dal vivo, e che diventa la colonna sonora della vita di un negoziante torinese che alla musica si è dato anima e corpo.

Credo che sia il più bel periodo di sempre per scrivere e leggere di musica. Dopo essere rimasta impantanata per anni in un cliché alla Rolling Stone volto a santificare gli artisti, i loro eccessi e la loro (quasi sempre inesistente) carica rivoluzionaria, la scrittura musicale ha incontrato i blog ed è diventata la sega mentale delle persone che ascoltano la musica. Spariti i blog, è rimasto l’approccio dal basso: la musica che prende un senso quando incontra le persone che la ascoltano, quando la musica dice qualcosa sulla nostra vita (ancora Panic), e allora forse ha più senso parlare della mia vita che della loro musica. Forse è una forma di vampirismo, scrivere della propria vita e leggere delle vite degli altri, ma in fondo sempre meglio che ascoltare l’ennesima storia su Manchester e sulla working class britannica degli anni ottanta. Io, di mio, a Morrissey sono grato soprattutto di questo: checché ne possiamo pensare delle sue canzoni, sembrano destinate a tirare fuori il meglio delle persone che le hanno adottate. Come quella volta che lui, da solista, suonò ad un Heineken Jammin’, sbattuto terzo in scaletta dopo Depeche Mode e Negramaro: sale sul palco in camicia rossa, prende il microfono, il gruppo attacca Panic e ci troviamo tutti in lacrime a chiedere la testa del dj.

Dopo allora non l’ho più visto, più che altro per colpa sua (concerti paccati all’ultimo, pochi pezzi degli Smiths in scaletta, eccetera). Poi è spuntata fuori un po’ all’improvviso, dopo ventiquattr’ore di sì-no-forse-non so, la notizia di un concerto di Morrissey al Carisport di Cesena, che si terrà stasera. Il concerto è organizzato dai ragazzi di Acieloaperto, l’ultima di tante cose eccezionali successe quest’anno per merito loro. Suppongo sia obbligatorio celebrare.

 

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(il pezzo è mio ed è apparso su Romagna&Dintorni Cult di questo mese, ma per una sfiga c’è stato qualche problema con l’editing. Luca mi ha permesso di pubblicare sul sito la versione corretta.)

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