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100 canzoni italiane #13: IL MARE IMPETUOSO AL TRAMONTO

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La prima volta che ne sento parlare è un nome sulla bocca del babbo, che trattiene a malapena l’esaltazione e l’orgoglio. Versione corta di una polemica stratificata, droppata a pranzo con la mamma un pelo scandalizzata:  “la scret una canzoun contra la cisa chisè incazè tot”. Scrivere il dialetto romagnolo è un esercizio insensato; in italiano, ha scritto una canzone contro la chiesa che si sono incazzati tutti. La versione lunga della vicenda è quella che vede una canzone contenuta in Blue’s, il disco più recente di un cantautore emiliano che tutti chiamano Zucchero. La canzone è intitolata Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica, ed è oggetto di scandalo pubblico per via di un verso contenuto all’interno della traccia, che recita “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”. La mamma si lamenta con il babbo e gli dice che la chiesa fa del bene e gesù è morto per i nostri peccati. È una cosa che nella mia famiglia si ripropone ciclicamente. Il babbo odia i comunisti e la chiesa, la mamma odia i comunisti e basta. Qualche sera dopo persino il babbo sta a casa a guardare Fantastico, o quale che sia lo show del sabato sera, condotto quasi sicuramente da Celentano con Zucchero ospite-scandalo che getta acqua sul fuoco delle polemiche. Qui le preferenze si invertono: il babbo scopre che la canzone non è contro la chiesa e ne rimane un po’ deluso, la mamma scopre che la canzone non è contro la chiesa e che ha un ritmo piacevole che rimane in testa.

Adelmo Fornaciari ha iniziato a fare musica molto tempo prima. Studente di veterinaria folgorato dalla musica, abbandona l’università e prova a sfondare come autore. Nei settanta suona con gruppi sconosciuti, nel 1981 vince a Castrocaro, negli anni seguenti partecipa a Sanremo piazzandosi quasi sempre malissimo. nell’85 Donne arriva penultima al festival ma stravince la guerra dell’airplay, dà un briciolo di successo al disco che la contiene e spiana la strada al suo primo bestseller, Blue’s, anno 1987, all killers no fillers.

Due anni dopo la scena è quella di una cena qualunque: brutta giornata di lavoro, la mamma e il babbo litigano su qualcosa, Davide mangia a velocità supersonica e si chiude in bagno con la musica alta. Ha comprato la cassetta di Oro Incenso e Birra ma non l’ascolta mai, gliela chiedo in prestito e passo un semestre con le cuffie nelle orecchie e quel nastro nel walkman tarocco. Non so niente di musica, ma i miei compagni di classe parlano continuamente di Zucchero e canticchiano pezzi di una canzone che parla di “un ballo da strappamutande”. A dodici o tredici anni, nei paesini di campagna come il mio, somigliamo tutti a Heidi. Si dice che qualcuno nell’altra classe ha imparato a fumare, qualcun altro ha bevuto la birra, si dice che uno della sezione A “ha già chiavato”. Tommaso è in classe con me ma ha un anno in più (è stato bocciato in seconda media) e mi vessa con la benevolenza di chi vuole farmi diventare uomo, essendo io il più piccolo gracile e pestabile della classe. Mi canta la canzone blasfema di Zucchero in faccia e mi chiede chi mi piace delle femmine in classe con noi. Anche agli scout ne parlano: Matteo fa un’imitazione abbastanza ragionevole della voce eccitata di Zucchero che esce dall’altoparlante e sembra tutto proibito ed oscuro. Davide è l’unico che conosco con una collezione di cassette, e il fatto che abbia il nastro originale basta e avanza a convincermi che Zucchero sia un musicista da approfondire. Il disco è bello, ha questa musica strana coi cori che non ho mai sentito alla radio e parla di cose che gli adulti di solito non dicono ma che sospetto esistano per certi indizi che qualcuno lascia in giro. Lo tengo in cuffia altissimo dopo cena a casa, il babbo esce incazzato dal soggiorno prende l’auto e si fionda al bar, Davide esce dal cesso dopo un’ora e mezzo (mai scoperto cosa ci facesse in bagno tutto quel tempo) e mi guarda con un briciolo di compassione altezzosa. La mamma gli chiede cosa ascolto, lui le dice che ascolto Zucchero e commenta “usè insburgnì”. In italiano, sta dicendo che ho deciso di sottopormi volontariamente ad una dose massiccia di Oro Incenso e Birra. Al momento in cui questi fatti succedono, nessuno di loro ha ben chiaro che insborniarmi coi dischi sarà il principale passatempo della mia adolescenza e della mia età adulta.

Oro Incenso e Birra è listato tra le massime performance commerciali nella storia della discografia italiana. Quando il disco esce Zucchero ha 34 anni e un vago appeal da uomo vissuto, springsteeniano e leggermente sovrappeso. La sua influenza nel pop contemporaneo è prossima allo zero, e i musicofili non se lo cagano manco di striscio. Per la critica musicale è già una specie di turista, abbastanza scarso, impelagato in una cosa non sua che dovrebbe studiare altri 30 anni per riuscire vagamente a capirne i fondamenti. In barba alla critica, i dischi di Zucchero si vendono come il pane ed il cantante ha già ospitato gente tipo Miles Davis sul suo palco. Ma ai tempi di Oro Incenso e Birra, i credit del suo disco sono una parata di notabili della musica internazionale da togliersi il cappello.

Qualche mese dopo ho trovato qualcos’altro di cui insborniarmi; qualcuno mi passa i primi dischi rock, il primo metal, le prime cose un po’ esoteriche. La fase Zucchero è stata intensa ma breve e non lascerà conseguenze di lungo corso. Mio fratello ha nove anni più di me e di Zucchero se ne sbatte bellamente il cazzo, continua a passare un’ora e mezzo in bagno prima di uscire, dorme dalla sua morosa, esce sempre più tardi. La mamma e il babbo parlano sempre meno e col muso sempre più lungo. Lei ora apprezza Zucchero, niente di serio ma lo apprezza, perché qualcuno di cui si fida gliene ha parlato bene. Il babbo ha incrociato Diamante alla radio e se n’è totalmente innamorato, al punto da metterla in heavy rotation nella serie di cassette ADAMO che continua a registrarsi con gli stessi pezzi in ordine sempre diverso. Quando sento che l’ha registrata gli dico, con un briciolo d’orgoglio, che ho la cassetta originale e posso prestargliela.

Per gli artisti come Zucchero il consenso ed il dissenso si alimentano a vicenda con un’efficienza che ha dell’incredibile, finendo per affastellarsi e creando un gioco di specchi in cui la percezione del vero affoga il reale in un formato artistico per famiglie che è sacro o profano a seconda di come lo guardi. Oro Incenso e Birra è il trionfo di una visione pop magniloquente che addosso a chiunque altro sembrerebbe (ancora più) ridicola. La sua specializzazione diventa quella dell’artista italiano con un briciolo di credibilità internazionale: credo sia difficile, anche a fine anni ottanta, trovare una vera e propria fanbase di Zucchero, un gruppo di persone che si muovono per lui a prescindere, tipo i fan di Vasco Rossi; il suo seguito è composto di curiosi, padri di famiglia ed appassionati di “musica leggera”. Al contempo, nei suoi dischi ci suona un guazzabuglio di gente che per chiunque altro sarebbe inavvicinabile. Uscito dal successo di Oro Incenso e Birra, diventa un cartone animato umano. Miserere con Pavarotti, Per colpa di chicchicchirichì che tira la volata a Spirito DiVino, concerti-evento sempre più grossi, la caricatura del bluesman vissuto con davanti una fiamminga di culatello.

Se escludiamo l’airplay è possibile passare gli anni novanta al riparo da Zucchero. Non è più un oggetto di controversia, non cerca di riconvertirsi come attivista politico della domenica, non gira film eccetera. A metà anni novanta gli ho fatto ciao ciao con la manina, mi interesso di politica, leggo libri strani che leggono tutti e ascolto roba rumorosa che fa bestemmiare la mamma da dietro la porta chiusa della cameretta. Piuttosto che rimettere Oro Incenso e Birra nel mangianastri sono disposto a farmi fare un’appendicectomia con un cucchiaino. Sono anni complicati. Di Zucchero mi capita di parlarne di tanto in tanto con i miei genitori. Il babbo non ricorda più la canzone contro la chiesa e dice che Zucchero “unera nisun prema ad fè Diamante”, non era nessuno prima di fare Diamante. La mamma mi racconta di averlo incrociato in TV, il cronista diceva che era l’artista italiano più rispettato all’estero, forse Zucchero aveva detto qualcosa contro Madonna, che era tutto fumo e niente arrosto, o almeno così aveva capito la mamma, che ha sempre odiato Madonna e non ho mai capito bene perché proprio lei, forse sono i richiami sessuali. Davide è in altre faccende affaccendato, la comunicazione tra un diciassettenne e un ventiseienne è complicata per una questione di linguaggio. Lavoriamo d’estate al negozio di alimentari, lui ogni tanto si avvicina e mi canticchia “Lo sai fratello? siamo nella merda. A proposito, come ti va?” Dovessi trovare un altro artista che è riuscito a mettere d’accordo me, mio fratello ed entrambi i miei genitori, se pure in periodi differenti, probabilmente impazzirei.

Non ascoltavo Il mare impetuoso al tramonto da una ventina d’anni. Decido di riprovarci una domenica d’autunno, un po’ per ridere un po’ per farmi il viaggio dell’infanzia. Non è quel che si dice un pezzo da storia della musica, ma non è poi così male. è una cosa che si balla, tanto per iniziare, ha una certa cattiveria nel modo in cui Zucchero butta le parti vocali che si sposa bene alla fantasia da segaiolo del testo (che sì, è un pelo scandaloso, o comunque non è semplicissimo ascoltare in alta classifica un cantante che ordina a una ragazza o a una suora o a sua sorella di farsi guardare mentre si masturba in prima fila di fronte all’altare durante una messa) (ok, sto tirando un po’ il testo per la giacca). E in prospettiva, la scelta delle parole nel ritornello rasenta il genio:

 

Il mare
impetuoso al tramonto
salì sulla luna
e dietro una tendina di stelle
Se la chiavò.

Lo scopro solo nel 2015 che il genio non è di Zucchero. Il ritornello è copiato pari pari da una poesia di Piero Ciampi, classico caso di omaggio non accreditato e riconosciuto in seguito.

La nazione preferisce concentrarsi sugli scandali. Quello de Il mare impetuoso al tramonto è molto più debole di quello del disco prima, e più avanti toccherà a qualcun altro di portare la fiaccola del testo controverso -qualche decina di cantanti bolliti a Sanremo, qualche decina di wannabe-blockbuster dell’estate italiana, un paio di rappettari, a un certo punto ci hanno provato pure Morandi e Biagio Antonacci. Ogni volta è più triste e disgiunta dal vero della volta precedente.

Fuori dalla sua epoca Oro Incenso e Birra è un album piuttosto weird, e spero che prima o poi Demented Burrocacao ne parli in Italian Folgorati. Non è che non sia un disco brutto, ma ha un modo strano di far convivere sciacallaggi gospel/R&B e futuri standard del pop-in-italiano senza che uno rubi la scena all’altro, con il senso del ridicolo ancora sotto il livello di guardia e senza nessun vero e proprio sbrocco del gusto per camminare nelle parti alte della classifica. La voce della nonna che urla Delmo vin a cà alla fine di Diamante gela il sangue dalla commozione, e riesce a trovare un senso anche in mezzo a quei riffoni sintetici da world music de noantri, anzi in qualche modo ne trae una strana forza vitale. Ma il disco in generale ha questa forza, soprattutto ascoltato oggi in prospettiva: il monumento ad un’altra epoca storica, forse ad un’altra Italia, magari la metà oscura e mal-pensante dell’Italia del Gioca Jouer: un paese che balla affamato di figa e innamorato di un’America conosciuta nella pubblicità del Jack Daniels, non proprio cosciente di ciò che succede intorno a sé ma non sempre a proprio agio con questa incoscienza. Non posso dire che sia stato Zucchero a costringerci a guardarci allo specchio, e senza dubbio poteva andare a finire in un altro modo, ma se inizi a porti domande finisci a cercare qualcuno che ti dia risposte. In questo i dischi successivi di Zucchero non sono adattissimi: per lui gli dèi hanno decretato una fine ingloriosa, una carriera da macchietta e parassita di un terzomondismo musicale alla radice quadrata, più patetico e insopportabile ad ogni nuovo episodio a cui costringe il pubblico. Un destino non così diverso da quello di chi si è sentito costretto a passare il resto della vita a cercare dischi che raccontassero il mondo, che sia Brodo di cagne strategico o il nuovo di Max Gazzè.

Il babbo ha ancora qualche cassetta con su Diamante. Il nastro originale di Oro Incenso e Birra non è sopravvissuto al rogo della mia collezione di nastri, compiuto dalla mamma verso il ’99 quando la cameretta iniziava ad essere ragionevolmente invasa di CD. Lei ascolta ancora la radio, ha un piccolo lettore CD ma qualche anno fa mi ha chiesto se c’è modo di mastilizzare il disco che Zucchero ha registrato a Cuba. Davide non ascolta musica da un po’.

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