Anteprima: POST CONTEMPORARY CORPORATION – HEIMAT

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E così veniamo avanti. Tra ieri e oggi un niente, la differenza nel grado di consapevolezza, di logoramento raggiunti (o non raggiunti). Cose peggiori sono successe a tutti noi: il circo non era poi così buono come ci si aspettasse, il film faceva schifo, etc. Sai com’è. Il macchinario, fino all’ultimo ingranaggio, la meccanica, tutto quanto resta invariato; a discrezione personale il livello di partecipazione, di coinvolgimento nella cosa. Non è la volontà di continuare a farne parte a venire messa in discussione: chi ancora respira, ha occhi per vedere, sinapsi da attivare per sentire resta dentro, è matematico. Esiste un solo modo per uscirne del tutto e nessuno davvero in grado di raccontare com’è. Chi è qui è qui, chi non è qui è un’altra cosa qua, è tanto semplice (grazie Giovanni). Da punto A a punto B, il tempo una costante del tutto priva di significato, della benché minima connotazione morale; resta la burocrazia. I poliziotti del detersivo continuano a indicare la strada anche dove la coscienza nemmeno più pretende di fingere un indefinito simulacro, anche quando non è rimasto più alcun fascio di nervi da lavare. Coazione a ripetere, il cul de sac virtualmente eterno; nessuna reale percezione della cosa, come i cani, o gli insetti. Annamo avanti (volemose bbene è facoltativo), intrappolati in un continuum di cui si presuppone la fine, non si conosce l’inizio: non durerà per sempre, comunque sarà sempre troppo poco. Al netto della qualità del vissuto la somma di rimpianti sarà comunque schiacciante, ad avere il tempo per fermarsi a soppesare. Dimmi, non è così?, mandava in loop Emidio. È così.

Eppure qualcosa continua a giustificare la mossa per chi sta qua, a dare un senso agli sforzi per quanto futili, a spingere ininterrottamente a continuare a tribolare, quasi sempre a faccia in giù, quasi sempre nel fango; le pause troppo brevi per saper essere davvero rigeneranti, gli attimi di respiro rari e lontani uno dall’altro. Non importa. La motivazione è riassumibile in una sola parola (in questo la semantica è d’aiuto): biologia. Rendersene conto può essere un sollievo oppure no, non cambia la sostanza. Heimat è la sonorizzazione di quell’istante, il momento della presa di coscienza suprema; ci si può svegliare di soprassalto e trovare intorno soltanto macerie o non svegliarsi affatto e continuare a sognare (magari un giorno, come diceva Jeff Walker). Comunque non ci si sottrae, il giro in qualche modo continua; perché non è soltanto un giro, è IL giro. Le condizioni sono queste, siamo questo. Ho avuto un brutto sogno, è durato (inserire anni mesi giorni dalla nascita).

Heimat è il primo atto della trilogia dell’assedio: tre singoli in vinile, ognuno abbinato a una t-shirt con slogan propagandistico (“Vivere è una vergogna” in questo caso), a precedere la pubblicazione in CD di Patriottismo psichedelico. Post Contemporary Corporation il nome della cosa, Musica di un Certo Livello l’etichetta. In anteprima qui lo streaming.

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