Speculazioni probabilmente insensate intorno ad una possibile playlist del 2015

3Credo sia inevitabile disaffezionarsi un po’ alle playlist di fine anno, dopo aver passato decenni a spulciarle e spaccare il capello. Rimane comunque uno sport affascinante a cui mi dedico con un briciolo di piacere, contribuendo dove/come posso e flammando saltuariamente. La prima cosa che salta agli occhi se leggete le playlist del 2015, tuttavia, è la loro uniformità. Ci sono venti-venticinque dischi a cui quasi tutte le playlist fanno in qualche modo riferimento, una dozzina di outsider a confondere un briciolo le carte e nessun vero colpo di testa. Fin troppo scontato l’esempio di Kendrick Lamar, forse il disco più amato del 2015: difficile non vederlo nelle primissime posizioni di ogni classifica, e sostanzialmente impossibile che non faccia mostra di sè tra i primi 50. La stessa cosa che succede, in misura leggermente inferiore, a molti altri dischi: Courtney Barnett, Sufjan Stevens, Vince Staples…

Sempre successo, sia chiaro. La cosa ha un po’ il sapore del paradosso se pensiamo a come si sono evoluti il consumo e la critica musicale nell’ultimo decennio. Difficile negare che in questi anni si siano compiuti enormi passi avanti nelle questioni legate al libero accesso alla musica (sia esso legale o illegale, è sempre più difficile avere a che fare con dischi “fisici” di cui non si trova traccia online); difficile negare anche che nella stampa musicale le fonti si siano moltiplicate e che la gente che mette il becco sulla musica nel 2015 sia più di quanta sia mai stata. Quindi, approssimando, tutti abbiamo accesso a qualsiasi disco metta il becco in occidente, e per ogni disco centinaia di migliaia di persone si sentono in dovere, o quantomeno in diritto, di dare un’opinione. Tutti i pareri sul disco di Kendrick Lamar iniziano descrivendolo come un disco molto politico, schierato ed estremamente complesso dal punto di vista musicale. Se questo fosse vero, a qualcuno  il  disco dovrebbe fare schifo. Possibile che un artista così radicale e personale riesca a mettere d’accordo Obama e Ondarock? Sembra di sì.

 

Altro esempio: Holly Herndon, ancora più radicale e schierata, un’artista che lavora su un linguaggio preciso ed esclusivo (nel senso letterale del termine, racconta se stessa attraverso la musica in una modalità molto personale e per larga parte incomprensibile. Avete letto recensioni che fanno a pezzi il suo disco, anche solo dal punto di vista ideologico? Io no. La stessa Herndon rilascia dichiarazioni a nastro sul fatto che -secondo il suo approccio- sia quasi impossibile raccontare ad esempio una storia d’amore contemporanea affidandosi a piano e chitarra. Che senso ha inserirla in una playlist 2015 tra Sufjan Stevens e Courtney Barnett? In altre parole: perchè nel 2015 non è più concepibile uno straccio di linea editoriale, non è più pensabile che una rivista possa/debba scegliere di promuovere o bocciare i dischi su base partigiana, partendo da un approccio alla materia che porta ad includere qualcosa ed escludere qualcos’altro?

Le risposte che vengono date a queste domande sono principalmente due. La prima è che le classifiche di solito sono fatte all’interno di redazioni composte da più individui, e i primi posti sono il risultato di una maggior convergenza. Il fatto che siano tutte uguali mostra una specie di convergenza aritmetica su un gruppo di dischi “medi” che riescano a mettere d’accordo tutti –e per definizione non offendano nessuno, cosa che in un anno come il 2015 in cui le playlist si compongono di moltissimr opere che puntano sul loro essere ostinatamente “radicali” non fa altro che aumentare il livello del paradosso. La seconda risposta è “chi se ne frega, è una classifica”. È una risposta radicata nei meandri del subconscio dell’internet legato alla musica, e fa riferimento a una dicotomia vecchia quindici anni per cui a nessuno di noi frega davvero di far uscire un listone di fine anno ma tutti ci sentiamo obbligati a farlo, magari con l’aggravante di quell’atteggiamento da giretto nei bassifondi, da intellettuale superiore a questi giochetti ma ehi, che ti costa. Anche io, eh: l’idea di mettermi (da ottobre in poi!) a fare una classifica dei miei dischi di fine anno mi fa soffocare, ma mi sono comunque prestato a farlo per quattro pubblicazioni tra riviste cartacee e siti internet. Il punto è che questa dicotomia senza senso si può risolvere solo in un sistema in cui, alla fine di tutto, tutti sono tranquilli e rilassati e gli argomenti vengono affrontati partendo dal presupposto che sì, magari ne parlo male ma in maniera molto easy, cosa tutto sommato vera. Scopate un po’ e affrontate i veri problemi.

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Personalmente preferisco altre tre interpretazioni. La prima è che i cosiddetti “generi musicali” sono tutt’altro che morti e anzi stanno evolvendosi e dividendosi, progressivamente, in mentalità strutturate che si riferiscono più ad un pubblico di riferimento che nessuno ha ancora ben canonizzato. Ad esempio è difficile dire che oggigiorno abbia ancora senso portare avanti una fantomatica battaglia tra “rock” e “musica elettronica” (che all’atto pratico, fuori dalle recensioni e dagli articoli, non sta avendo luogo); e al contempo stanno diventando sempre più visibili i confini di un nuovo genere musicale, che potremmo chiamare “musica per intellettuali della musica” e codifica decine di generi musicali (rap, rock, metal estremo, jazz, dance, elettronica da ascolto, avant, musiche tradizionali e via di questo passo) che vengono ascoltati contemporaneamente dallo stesso ascoltatore in quanto libero intellettuale. I dischi più presenti nelle classifiche di fine anno fanno riferimento a un pubblico formato -in larghissima maggioranza- da questo tipo di ascoltatori autoconvinti di essere “trasversali”, ma accomunati da una serie di procedure e automatismi che regolano in modo piuttosto rigido il flusso di musica in entrata. Se un disco o un artista riesce ad entrare in questo flusso e farsi notare, lo si trova nelle playlist del 2015.

La seconda risposta è quella della semplicità: ascoltiamo tutti gli stessi dischi, perchè sono “sicuri”, sono comunque tanti e non ci fanno perdere tempo. Far sì che la propria musica venga ascoltata, a partire da qualsiasi livello di popolarità, è molto più facile rispetto a qualche decennio fa, e quasi tutti i dischi in cima alla classifica sono “buoni” o “interessanti”.

La terza risposta è che il grado di bullismo su internet sta aumentando, e il plebiscito tende ad autoalimentarsi. Può essere piuttosto frustrante trovarsi a parlare male del disco di Grimes su un social network quando tutti ne parlano con toni estatici: tocca giustificarsi e subire il giudizio di chi non è d’accordo, imbarcandosi in discussioni che spaccano il capello e finiscono per trasformare un normalissimo parere negativo (sul disco di Grimes, hai mica detto Coltrane) in una complessa dichiarazione politica che non hai semplicemente l’energia di mantenere, e quindi la maggior parte delle volte si lascia perdere e si riserva ai dischi pietosi un pietoso silenzio, alterando marginalmente la percezione generale di un artista. Ecco, una cosa di cui non parla mai nessuno è l’energia che serve a stare qua dentro.

Ho 38 anni, un lavoro, una famiglia e degli interessi. Il lavoro mi porta via la maggior parte del tempo e la famiglia la maggior parte del tempo rimanente. Sono interessato all’arte in generale: musica, libri, film, fumetti, fotografia e tutto il resto. Dieci anni fa l’unico vero limite al mio consumo e alla mia produzione di cultura (diciamo così) era economico: avevo tot soldi da spendere e me li gestivo come potevo. Vedevo tre film al cinema a settimana, compravo centinaia di dischi all’anno, uscivo periodicamente a fare foto, scrivevo per tutta la sera, leggevo una cinquantina di libri l’anno, fumetti nei ritagli di tempo, centinaia di concerti eccetera. Potevo permettermi di isolarmi al mondo per due giorni e passare tutto il tempo a scrivere, disegnare o dipingere. Metter su famiglia mi ha messo di fronte a delle scelte: dal 2013 ad oggi i cinquanta libri all’anno sono diventati cinque, i film al cinema sono diventati tre o quattro in un anno solare. Cinque anni fa per me era del tutto inconcepibile andare al cinema e trovarmi davanti la locandina di un film interessante di cui non sapevo assolutamente nulla: oggi è la regola. Tenersi informati su qualcosa costa tempo e costa energia: l’impegno che butti in una cosa è la principale unità di misura delle cose che fai. Mentre scrivo questo pezzo penso a tutto quello che non sto scrivendo, guardando, ascoltando e disegnando in questo momento, a lungo andare diventa una specie di ossessione da tempo perduto.

Non è che mi sto lamentando: non c’è nulla di strano in questa cosa, è quello che succede a tutti. Continuiamo ad andare avanti tagliando progressivamente un pezzo, poi un altro e un altro ancora, e tendiamo quasi tutti ad un futuro sulla poltrona a guardare il Cesena o l’equivalente 2036/accelerazionista del Cesena.  Quello che è strano, invece, è che non riesco ancora a percepirmi come un personaggio anacronistico. Prendiamo la musica: apro una rivista e conosco quasi tutto quello di cui parla, magari in maniera superficiale o incompleta, ma so di cosa si sta parlando. Entro in un locale a vedere un concerto e non mi sento oggetto degli sfottò di persone con quindici anni in meno di me, anzi ormai i concerti a cui vado sono invasi di persone della mia stessa età che portano i miei stessi vestiti e le mie stesse barbe. In qualche modo le persone della mia generazione sono rimaste un target importantissimo per la musica d’autore. Molta della musica che viene prodotta oggi sembra fatta apposta per soddisfare bisogni da ultratrentenni: che sia estremamente catchy ma che al contempo se ne riesca a cogliere immediatamente la complessità tecnica e gli infiniti riferimenti passati –ancora Lamar, ancora Herndon, ancora Staples, Ronson, Courtney Barnett, Kamasi Washington, Arca, Jim O’Rourke, Tame Impala, Deafheaven, Julia Holter, Jerusalem in my Heart, Viet Cong, 0PN, Father John Misty e un sacco di altri. Non è che siano brutti dischi (ok, alcuni sono orribili, parere personale), ma sono la principale manifestazione di un periodo musicale per nulla eccitante in cui tutto è facilmente comprensibile da tutti, e allo stesso tempo colto e ricercato. Per nulla a caso è frequentissimo trovarsi di fronte a dischi di pop-R&B realizzati in cima alla catena alimentare, che si avvalgono di collaboratori di ultra-pregio e trovano anche molta stampa favorevole. In Italia l’esempio più mastodontico è il doppio album di Jovanotti, ma non è così diverso il caso dell’ultimo disco di Justin Bieber, a cui è bastato tirar su due collaboratori fighi per diventare un caso culturale del pop contemporaneo; per non parlare di roba tipo Carly Rae Jepsen che –senza nessuna ragione intuibile- passa da guilty pleasure a serissima manifestazione di cantautorato popolare contemporaneo e riesce a dare persino qualche spallata nelle playlist dei siti più in vista. Alla fine sono incarnazioni diverse dello stesso bisogno, qualcosa che stia in mezzo e giustifichi il bisogno di roba che possa essere ascoltata per pura evasione.

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Nel momento in cui mi sono ritrovato a compilare le classifiche di fine anno non ho trovato molte cose che mi andasse di inserire. Guardando indietro, è stato un anno in cui ho consumato musica in modo estremamente passivo, ascoltando quasi solo dischi che qualcuno mi ha chiesto di ascoltare o dischi che ascoltavano tutti. Con il risultato che non ho trovato quasi niente che sentissi particolarmente “mio” e della maggior parte dei dischi che ho apprezzato non ho sentito il minimo impulso a scriverne. Per il prossimo anno ho deciso che non andrà più così: costi quel che costi, voglio trovare l’energia che serve a cercare tre dischi che mi facciano girare la testa, a costo di dover ricominciare da zero e costruirmi un percorso di ricerca, sacrificando per strada un buon centinaio di dischi che è obbligatorio ascoltare.

Per cui, insomma, una classifica del 2015 vera e propria non c’è, o se c’è è fatta in larga maggioranza di dischi che hanno già ascoltato tutti e non ha senso rileggere qui dentro. Il mio disco dell’anno è Cervino di Caso, e credo che sia la prima volta che amo così tanto un disco di cantautorato italiano. è un disco molto piccolo, quasi insulso, e tutt’altro che perfetto, ma è anche l’album con cui mi sono trovato a scambiare il maggior grado di emotività. Se siete di quelli per cui nel 2015 conta il disco di D’Angelo anche se è uscito a dicembre scorso, vi ringrazio tanto perchè mi permettete di mettere dentro alla mia playlist American Intelligence di Theo Parrish, che è uscito lo stesso giorno e ha segnato la presenza più costante nei miei ascolti lungo il 2015. Stando alla rigidità dell’anno solare il disco che ho preferito è The Ark Work dei Liturgy, forse il primo album di un gruppo fuoriuscito dal black metal che punta a stupire per quello che contiene piuttosto che per quello che non contiene (e nel farlo si trova a mirare altissimo e diventare una delle pochissime cose “rock” di oggi che sembrano aprire uno scenario invece che risputare nuove versioni di linguaggi vecchi come il cucco). E probabilmente sono d’accordo con tutti su Mutant di Arca: è il disco più 2015 del 2015, quello che si racconta meglio e che tocca più sfumature. Degli altri dischi che mi sono piaciuti non sono sicuro, faccio un elenco parziale e ridondante: Micachu, Heroin in Tahiti, Clever Square, Lightning Bolt, Wolf Eyes, Mike Cooper, Uochi Toki, Marnero, Algiers, Permanent Fatal Error, Panoram, Jlin, Courtney Barnett, New Order, Sun Kil Moon, High On Fire, FKA twigs, M.E.S.H., Luca Sigurtà, Fennesz/King Midas Sound, TIOGS. Nessuno di questi mi ha davvero spazzato via, faccio con quello che ho. Dischi ultra-osannati che mi hanno fatto cacare: Tame Impala, Mark Ronson, Deerhunter,  Beach House, Drake, Grimes, Father John Misty, Kendrick Lamar, Deafheaven, Carly Rae Jepsen. Dischi che mi aspettavo fighi e in qualche misura mi hanno deluso: Black Breath, Zu, Bachi da Pietra, Sleater-Kinney, Dr.Dre, Prurient, Oneohtrix Point Never. Buon anno.

8 thoughts on “Speculazioni probabilmente insensate intorno ad una possibile playlist del 2015

  1. Io ho ascoltato un sacco gli Le voyageur imprudent degli shizune, gran disco secondo me: “quello che mi ha preso di più emotivamente”.

    Vorrei saperne di più sui bachi da pietra e sugli zu. Anche a me i loro due dischi mi hanno in un certo senso deluso. Il fatto è che non mi hanno preso ad un livello profondo come i precedenti, ma non riesco a capire bene il perché. Per i bachi forse è che non mi piace troppo il metal e per gli zu è il nuovo batterista, ma non sono troppo convinto. Volevo sapere insomma se riuscivi a spiegare la tua delusione.

  2. boh in entrambi i casi è che la svolta del suono, tra virgolette, non funziona un cazzo. gli zu hanno fatto un disco anche interessante e che era prevedibile prima o poi avrebbero fatto -una roba sulle vibrazioni e sul suono puro e bla bla bla- però all’atto pratico è la duecentesima derivazione di una roba che negli anni duemila ha partorito più titoli di quanto sarebbe sensato. i bachi da pietra han fatto una roba tipo omaggio al metal, un disco caricatissimo che credo possa piacere molto per certi aspetti teatrali -a qualcun altro. a me no. per così dire. (stando solo a questo, per me quintale era su un altro pianeta)

  3. Il disco di christopher owens, uno dei dischi migliori dell’anno almeno per i miei gusti, non l’ho trovato da nessuna parte, in nessuna playlist, manco recensito. Solo su venerato maestro oppure, eddy cilia ne parla come un discone.
    Per dire, cose che vanno fuori dai 15-20 nomi comuni ci sono.
    Altri esempi un po’ meno clamorosi: van hunt, Alex g, e alla fine pure vince staples (l’ho trovato solo su noisey).

  4. Bel pezzo. Mi fa quasi sentire in colpa di aver comprato l’album di kendrick lamar. O anche solo di aver sentito il disco di grimes per più di 3 volte su spotify.

  5. Vada per Staples, l’ho messo per ultimo perchè magari è una svista mia (l’ho visto solo su Noisey). Gli altri non se li è filati nessuno. E non so, per restare ad artisti tra loro avvicinabili, Father John Misty, Sufjan Stevens e Kurt Vile (delusionissima, per quanto prevedibile) non si avvicinano neanche al disco di Owens. E la stessa cosa vale per Van Hunt rispetto al D’Angelo di turno.
    Buon anno.

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