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100 canzoni italiane: LA FABBRICA DI PLASTICA

“Prova ad esser tu quel che non sei.”

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Ci sono tante storie che si vengono a incrociare dentro La fabbrica di plastica e quasi tutte valgono la pena d’esser raccontate. Una è la storia del cantante-ragazzino di successo che cova inaspettate aspirazioni artistiche, una è quella del rockettaro ruspante intrappolato nella morsa del commercio che a un certo punto decide di buttare la carriera al cesso e fare di testa sua. Un’altra è quella della lotta tra mainstream ed alternative, delle sue varie implicazioni, dell’appropriazione culturale, del punto di rottura, delle soluzioni di compromesso. Un’altra è quella che segue le relazioni pericolose tra musica pop e desiderio di autodistruzione. Certo, sono storie all’italiana, quindi sono quasi sempre depotenziate e segnate da un giusto compromesso tra gloria eterna e noia mortale. Del resto il rock non è mai stato affar nostro, ci siamo arrangiati come potevamo, abbiam provato a darne una versione alla pizzaiola che valesse la pena d’esser raccontata da Bolzano in su, e il più delle volte abbiamo cannato alla grande.

La storia pubblica di Grignani inizia nella sezione Nuove Proposte del Sanremo 1995, l’edizione stravinta dai Neri Per Caso e Le ragazze. Grignani, un ragazzo di Milano che all’epoca non ha ancora compiuto 23 anni, arriva a metà classifica, ma la sua canzone inizia a funzionare in giro per le radio e diventa una specie di caso nazionale. Ha la vocina dolce da angioletto, un viso da mandar fuori le ragazze, i capelli lunghi e quel look un po’ clochard-chic che starebbe bene addosso a Layne Staley quanto a una comparsa di 90210. Il singolo successivo, La mia storia tra le dita (con cui si era già presentato a Sanremo Giovani l’anno precedente), funziona anche meglio del primo, e l’album d’esordio del cantante diventa un best-seller che esce anche in versione internazionale e arriva a sfiorare i due milioni di copie. Grignani è un personaggio strano, un tizio un po’ schivo con lo sguardo torvo che parla la lingua dei giovani, si scrive le canzoni e sembra sempre in procinto di fare una mattata. Sarebbe la cosa più vicina a una rockstar concepibile in Italia a metà anni novanta, ma la musica contenuta nel disco (oggettivamente, un cantautorato pop sanremese ultra-convenzionale), unita a quell’immagine grungy, lo fa sembrare un imbucato alla festa degli altri.

 

Ma nei mesi dell’esordio non sappiamo molto di lui. Come scopriremo in seguito, a dispetto del successo di Destinazione Paradiso, Grignani è il primo ad avere riserve sul proprio disco: poco controllo artistico, tante interferenze dei piani alti, il successo improvviso, l’etichetta che lo costringe a presenziare a programmi TV e contesti con cui si sente non entrarci niente. Finito il giro delle trasmissioni, se Nei mesi di blackout che precedono l’arrivo del secondo disco, iniziano a circolare persino voci sulla sua morte. Grignani, al contrario, è vivo e vegeto e sta lavorando a un disco che gli somigli davvero.

dieci canzoni ispirate e sofferte, nei testi e nelle trame strumentali, dove feedback, distorsioni, ritmi accesi e atmosfere anche inquietanti azzardano la difficile contaminazione con un pop italiano quasi solo nelle parole. Un lavoro coraggioso, quindi, che oltre a introdurre suoni senz’altro inconsueti e stimolanti nel putrido panorama della musica autoctona di largo consumo riesce persino, seppur non in tutti gli episodi, a rendersi credibile.

La fabbrica di plastica esce nel 1996. Quelle sopra sono parole di Federico Guglielmi, scritte all’epoca sul Mucchio e ripubblicate ora sul suo blog, assieme ad un’intervista in cui il cantautore si scaglia contro la sua etichetta per quello che lo ha costretto a fare per il disco precedente e dichiara manco troppo implicitamente l’intenzione di far tabula rasa con il passata. Non che sia così necessario far parlare Grignani fuori dalle sue canzoni: La fabbrica di plastica è brutalmente autobiografico, una buona metà dei pezzi parla dei suoi problemi con il successo, la traccia che dà il titolo al disco parla dell’incapacità di essere a proprio agio nel personaggio cucitogli addosso. Musicalmente siamo dalle parti del pop rock che funziona in quegli anni a livello internazionale, un po’ a metà tra britpop modernista/anabolizzato alla The Bends, grunge di terza generazione e quella roba vagamente industrial stile colonna sonora del Corvo. Musica che ha un suo pubblico fatto di folle sterminate ma perlopiù residenti dall’altra parte dell’Atlantico, che non ha alcun corrispondente in Italia.

In linea di principio sono storie che ci piacciono molto. Intendo, quelle che hanno a che fare con la catarsi, la liberazione, la riconquista del proprio spazio. All’atto pratico però sono storie che ci piacciono solo quando finiscono bene, quando il protagonista sposa una modella o pubblica dischi di successo. C’è quel monologo bellissimo del barbone (Tom Waits) nelLa leggenda del Re Pescatore, presente? “Uno va a lavorare otto ore al giorno sette giorni la settimana e si sente le palle così strizzate in una morsa che comincia a contestare l’essenza stessa della sua esistenza. Poi un giorno prima di staccare il capo lo chiama nel suo ufficio e gli dice, ‘ehi Bob, vieni un momento qua e dammi una leccatina al culo’. Lui pensa, chi se ne frega, sarà quel che sarà, ho proprio voglia di vedere che faccia fa quando gli pianto un paio di forbici nel braccio. Poi pensa a me e dice ‘un momento, ho tutte e due le braccia e le gambe, non devo mendicare per vivere’. E stai pur sicuro che Bob mette giù le forbici e tira fuori la linguetta. Vedi, io sono una specie di semaforo della morale.” Il sogno incredibile di un ragazzo-copertina che voleva smettere canzoncine romantiche per ragazze qualunque si schianta contro la realtà di un insuccesso scottante: La fabbrica di plastica, pur trainato dal nome e dalla faccia di Grignani, vende 150mila copie a malapena, nemmeno un decimo di quel che aveva venduto il disco d’esordio.  

 

All’atto pratico La fabbrica di plastica è una mezza misura, un personaggio in cerca d’autore, una cosa non-collocabile che non sembra piacere a quasi nessuno. Dietro i complotti sulla mafia che governa le programmazioni delle radio c’è anche un briciolo di senso comune: le chitarre non entrano, non hanno senso, non servono a nessuno; e in Italia i soldi veri li fai passando alla radio. Che è un’equazione abbastanza facile da risolvere, niente di complicato. Sopra l’arrangiamento de La fabbrica di plastica, canzone, ci si può cantare la melodia di Destinazione Paradiso senza problemi, il che rende la rivoluzione copernicana di Grignani una questione di alzare il volume e basta. Del resto la seconda metà degli anni novanta è invasa di queste mezze misure, perlopiù accolte da una stampa ultra-favorevole: il discorso secondo cui dietro l’esempio di Marlene ed Afterhours era possibile ripensare il rock indipendente italiano secondo un’ottica cantautorale, o ripensare il cantautorato tradizionale secondo un’estetica indie-rock. Da questo punto di vista, certamente, La fabbrica di plastica ha un valore storico incalcolabile. È il primo vero esempio di uno scricchiolamento del sistema di valori che reggeva il mainstream, il suo primo tentativo di giocare secondo le regole dell’alternative e mutuandone parte del linguaggio. Quello che è più pazzesco è il posto da cui è venuto fuori tutto questo, la mente di un ragazzo-copertina che ogni previsione dava per un bamboccio.

A riascoltarlo oggi, il disco fa quasi tenerezza. Il tempo è stato poco clemente con questo genere, persino i capolavori (che so, Mellon Collie, roba così) sono relativamente snobbati e rispettati più che altro in ossequio a questi anni. La totale autoreferenzialità delle liriche, unita all’unicità del personaggio-Grignani, lo rende un disco con cui identificarsi è quasi impossibile. E forse è questo, più che il volume e il boicottaggio delle radio, il principale motivo per cui La fabbrica di plastica non ha mai fatto breccia nei cuori del pubblico grosso. Forse è stato Grignani il primo a capirlo: il suo disco successivo, Campi di popcorn, è già una mezza inversione di rotta, testi spostati sulla metafora spinta, canzoni che si trastullano spesso con arrangiamenti acustici; tutt’altro che un brutto disco, sia ben chiaro: anzi, nella sua forma così compromissoria, dal punto di vista artistico è forse il suo miglior disco e sicuramente il modo più accurato di descriverlo. Ma nei suoi solchi è già chiara l’inversione di rotta, l’abiura, il ritorno all’ordine e tornare ad essere quel che non s’è. Al di là degli sporadici ripescaggi della critica che ne sa, del Grignani alt-rock non frega comunque nulla a nessuno: qualche anno dopo compare in quel videoclip circondato da decine di ragazze scosciate, e guarda la telecamera promettendo fermamente di rasarle l’aiuola, nessuno ha un cazzo da ridire. Le storie di alcool droghe e concerti mandati in merda erano già iniziate, e oggi non si contano più; forse era inevitabile che diventasse un meme, uno di quelli che tornano a far notizia per una mattata, un pasticciacciobbrutto o chissà che altro. A differenza dei Povia e delle Del Santo e tutti gli altri fenomeni da baraccone su cui ci piace accanirci, tuttavia, Grignani sembra ancora avere un altro proiettile in canna, una canzoncina più buona di quel che t’aspetti, una cover degna di nota, una scusa plausibile per la sua ultima cazzata. Un giorno forse ci accorgeremo che è stato davvero uno dei più grandi. Speriamo che per lui non sia troppo tardi.

2 Risposte a “100 canzoni italiane: LA FABBRICA DI PLASTICA”

  1. Consiglio tantissimo il suo libro “la mia storia tra le dita”, se si è fortunati lo si trova nei cestoni alla coop per 1.99€, si legge in un paio d’ore: è scritto con un interlinea e dimensioni di carattere che ricordano la mia tesi di laurea.

    Ci sono numerosi aneddoti risalenti a questo periodo che confermano la tua tesi. Esce di casa di notte per scrivere insulti sull’asfalto di fronte alla sua casa discografica. Fa una vacanza negli Stati Uniti per poi scappare in Messico e far perdere le sue tracce dopo aver incontrato una ragazza con cui passa svariati mesi a drogarsi del drogabile (periodo in cui si vociferava della sua morte).

    Al netto della critica e della sua musica Grigiani è un personaggio singolare dotato di un’umanità ENORME. Se non fosse stato per il suo talento lo avremo trovato 40 enne al bar mettendo soldi nel videopoker cercando di tirar su qualche soldo per una botta di bamba il sabato sera con i 4 improbabili amici rimasti. Sperando che la moglie (bellissima) se ne rimanga casa senza rompere troppo i coglioni e che il resto del mondo non faccia troppo caso alla sua esistenza.

    Il problema è questo. Lui è Italiano, appartiene ad una generazione ed ad una dimensione che conosciamo bene, è vicinissimo a noi. Non possiamo apprezzarlo, perché sotto pensiamo che quello che fa lui (il coglione) potremo farlo benissimo noi e perciò non ha nulla di speciale. Pensiamo la stessa cosa di qualsiasi persona che arriva alla fama partendo dallo stesso nostro punto di partenza. E’ stato in passato così per Neffa ed in dimensione diversa, ma proporzionale al fenomeno, è successo Vasco Brondi o Dente. Forse a Seattle e per una certa America bianca è successa la stessa cosa anche per Stanley o Weiland, ma noi siamo stati troppo lontani per accorgercene e qua è arrivata solo la mitologia e non il fastidio.

    Del libro sopra citato l’aneddoto che più tengo a cuore succede il giorno del suo matrimonio: verso la fine della festa Biagio Antonacci completamente sbronzo prende la sua macchina, ingrana la retromarcia, pianta il gas e sfonda il portone della villa che avevano affittato per l’occasione.

    Grignani è un catalizzatore di spleen naturale. Tutta la sua vita è così. Non può farci nulla.

  2. A Grignani un po’ di bene glielo si voleva da subito. Te lo ritrovavi ospite alle trasmissioni piu’ improbabili, e lui puntualmente dopo 20 secondi ignorava il playback e vagava a caso o si gettava a ricevere l’abbraccio della folla. E capivi al volo che non era questione di boicottare il playback come rivendicazione di integrita’ artistica o che ne so, ma puro disagio a fare il pupazzo e voglia di fare il cazzo che gli pareva. Mi e’ sempre un po’ dispiaciuto che non ci fosse un suo pezzo uno che, anche per sbaglio, mi piacesse anche vagamente.

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