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Domani non vado al negozio di dischi

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Era partita come una bella idea. L’idea era di dedicare una giornata ad una realtà in crisi nera, cercare di darle un po’ di respiro, cercare di capire se avesse senso salvarla. Così ci abbiamo fatto i primi quattro o cinque anni. Poi, sfortunatamente, il Record Store Day è diventato un evento di successo.

Avete presente quando un gruppo che vi cagavate in duecento pezzenti firma un contratto importante e inizia ad avere successo? Nella maggior parte dei casi inizia anche a fare schifo. Cioè, non giriamoci intorno, succede. Negli ultimi 10/15 anni danno tutti la colpa ai duecento pezzenti, ma nella maggior parte dei casi è colpa del successo, delle cose che fai per avere successo, tutta questa roba qui. Sia chiaro: se fossi un musicista preferirei fare schifo e guadagnare soldi, piuttosto che essere bravo e povero; ma io ascolto i dischi e preferisco quelli più belli, quelli che mi esaltano. Presente? Ok.

Il Record Store Day nasceva come una cosa carina che si appellava al cuore della gente. Per un giorno ogni 365 smettevamo di sparare stronzate sul fatto che Amazon avesse portato benefici e ritornavamo nei negozi a vedere se nel frattempo avevano cambiato gestione. Per un giorno tiravamo su due soldi così, Amazon tornava ad essere il cattivo, il gestore del negozio tornava ad essere uno dei buoni, si respirava una bella aria e tutto. Poi sono arrivate le sponsorship, i grossi nomi che facevano da ambasciatori e tutto. Poi i negozi hanno iniziato a mettere su dei concertini e degli spettacolini e il rinfresco eccetera. Poi qualcuno ha avuto un’idea geniale: facciamo che mettiamo su le edizioni esclusive per il Record Store Day, così la gente deve andare per forza a comprarsele nei negozi. Presente? OK.

Se andate nella homepage del RSD, oggi, trovate il pdf con la lista delle uscite esclusive per il RSD. Non le ho contate ma credo siano circa 300. Piccola chicca da niente: guardate l’URL del pdf. La lista è gentilmente ospitata su un indirizzo di Amazon Web Services. Ok, quisquilie. Dicevo, 350 uscite specifiche per il record store day, di cui –se non erro- solo 4 in CD. QUATTRO. Tutte le altre sono dischi in vinile, che cavalcano l’onda della strabiliante rimonta del formato, il quale da solo sta praticamente salvando il mercato della musica fisica. Giusto?

No.

Secondo i dati FIMI/Deloitte dello scorso anno, il mercato del vinile (nuovo, sell-in, al netto resi) in Italia è di circa 6 milioni di euro, contro i 3,8 milioni dell’anno precedente. Prima reazione: CAZZO DICI, HA QUASI RADDOPPIATO. Seconda reazione: 6 milioni di euro, al sell-in. Avete una più pallida idea di quanto poco siano 6 milioni di euro? 6 milioni di euro al sell-in significa (circa) 425mila dischi a 14 euro l’uno. Poniamo di venderli a un prezzo medio che stia intorno ai 27 euro. Ci sta, giusto? Più o meno. Forse anche meno. Dai, facciamo 27, che senza IVA vuol dire 22, cioè 8 euro di guadagno a copia. Fanno 3,4 milioni di euro di primo margine, all’anno. Quanto deve vendere un negozio per stare aperto? Facciamo che lo tenga aperto una persona senza troppe aspirazioni: diciamo che gli deve fruttare 1200 euro pulite al mese pulite, cioè circa 2400 prima delle tasse. Che in realtà sono circa 3400, perché ci sono l’affitto dei muri e tutte le varie spese (bollette, costi di ammortamento, rinfresco per il RSD etc). Moltiplicato per 12 mesi, uguale 40800 euro di guadagno. Vuol dire che a queste condizioni possono esistere, sul territorio italiano, circa 83 negozi che trattano vinile e vengono gestiti da una sola persona, un automa senza aspirazioni capace di intercettare tutte le esigenze del suo territorio. Pensavate peggio? Bravi. In Italia siamo 60 milioni. Vuol dire che se vogliamo dare da mangiare a una persona che vende vinile, deve essere il punto di riferimento di circa 723mila persone. In Emilia-Romagna hanno la possibilità di esistere circa 6 negozi che trattano vinile nuovo (che so, un solo negozio che copra tutta la provincia di Rimini e Ravenna).

(Ah, beh, c’è l’usato. Ah, beh.)

Una volta parlare di Record Store Day implicava di parlare di formati. Nei primi anni della manifestazione non c’era alcuna correlazione tra “record store day” e “vinile”. Poi il RSD ha avuto successo, e il vinile è tornato in auge, e sembrava un matrimonio scritto. Ora sono inscindibili. Naturalmente il vinile non si è imposto per via del RSD, ma certamente il RSD ha contribuito in maniera determinante a costruire l’ossatura di uno dei più assurdi e nefasti fenomeni del mercato musicale degli anni dieci: la bolla del vinile. Ok, “bolla” è una mia licenza poetica. Un settore che vale 6 milioni di euro all’anno non può essere definito “bolla” (ad essere sinceri non può essere definito, proprio in generale, voglio dire, il mercato dei cazzi di gomma naturale varrà almeno il triplo). Lo chiamo così perché è evidente che tutti stanno aspettando di vederla scoppiare: gli investimenti in impianti di stampa sono praticamente nulli, i ritardi nelle consegne si accumulano, i gruppi partono in tour senza i vinili appresso. Alla fine è come la tenia intestinale, giusto? C’è questo parassita nel mercato della musica e i produttori continuano a ristampare sempre più titoli in questo formato (spesso con la scusa che si sente meglio, come se tutti registrassero ancora in analogico) drenando su di esso tutta l’energia deputata al resto, mandando a morire il mercato mentre il parassita continua ad ingrossarsi e i “collezionisti” sorridono in estasi ad ogni oscura gemma di nicchia che rivede la luce in LP pesante.

Ecco, il RSD del 2016 è soprattutto il trionfo di questa visione distopica del mercato. In un’epoca storica nella quale anni di propaganda sul valore dell’oggetto-disco (a cui, sia chiaro, anche noi abbiamo partecipato attivamente e con entusiasmo) sono riusciti a far sì che il vinile sconfiggesse la selezione naturale che l’aveva condannato a morte e tornasse in auge per distruggere i pochi brandelli di mercato musicale rimasti. E un giorno all’anno si celebra il massimo grado di opulenza che questa situazione ci può dare: centinaia di edizioni limitate ed inutili, giustificate dalla scusa di venderle in negozi che non si possono permettere di comprare manco un decimo dei titoli, con l’obiettivo reale di smerciarle online nel corso dell’anno per tirare su i due spicci che servono a far girare la ruota per un altro mesetto.

Qualcuno dice che il mercato dei CD è destinato a morire non appena tutti quanti avranno sostituito la loro autoradio con un modello dotato di ingresso USB: tra cinque-dieci anni ci siamo. Per allora anche la bolla del vinile sarà scoppiata, e qualcuno si sarà dovuto inventare una modalità ragionevole per commerciare, o non commerciare, la musica. E spero che almeno la manifestazione oggi nota come Record Store Day si sia estinta o si sia trasformata nel Physical Record Day, con incredibili sconti su Amazon e altri posti simili. Per sicurezza domani me ne sto a casa, e mi dispiace davvero che siano i negozianti a smenarci.

2 Risposte a “Domani non vado al negozio di dischi”

  1. Neanch’io sono andato in negozi di dischi. E per le stesse ragioni per le quali non l’hai fatto tu.
    In Italia è tutto semplicemente ridicolo. All’estero è meno ridicolo, ma le poche “chicche” del RSD, quelle che meritano, col cazzo che riesci a comprarle nei negozi… ammesso che ci arrivino, vengono imboscate e poco dopo rivendute su eBay o Discogs a cifre folli.
    L’umanità, in qualsiasi ambito, è fantastica: ha milioni di splendide idee e, in un modo o nell’altro, riesce a trasformarle tutte in merda.

  2. Anche io non sono andato, per ragioni non articolate come le tue ma di fondo identiche: non ha senso mantenere in vita una manifestazione del genere, ormai in odore di alternativismo modaiolo (come il ritorno del vinile, d’altronde). Meglio (“meglio” per me; “più onesto”, quantomeno,e forse anche “più soddisfacente”) essere una presenza costante, nei limiti delle disponibilità economiche individuali, nel corso dell’anno.
    Per la cronaca, una volta il meccanismo ha funzionato anche con me: due anni fa ho prenotato in un negozio la ristampa per il RSD del 45 giri di “City Slang” della Sonic’s Rendezvous Band; pagato una cifra ragionevole (mi pare sedici Euro) a fronte degli importi esosi per una stampa originale. In casi del genere, dove c’è un’enorme discrepanza di prezzo tra originale e “RSD edition” (che è poi l’unica disponibile) mi pare sensato. Fatto sta che, dopo quella volta, a me non è mai più parso sensato.
    Ciao e complimenti per l’articolo.

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