Indie vs Mainstream vs spaccarsi di birra

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Nel giro-birra ci entri più o meno come entri nel giro-musica. È una cosa carbonara che parte dal basso, dal passaparola. Apre un locale della tua città che ha birre che non hai mai sentito nominare e segue tassonomie abbastanza puntuali di cui non sai nulla. Oppure è un tuo amico a portare a casa qualche bottiglia di pregio e a spacciarla a qualche amico. La prima volta che bevi una birra buona puoi anche non ricordare che birra è ma ricordi quella sensazione che tutto sia finito al posto giusto, lì dove deve stare. E da lì in poi sei spacciato: inizi a capire cosa ti interessa, quanto te ne serve eccetera. Perdi totalmente l’interesse per i posti che non vendono birra craft, dai appuntamento a tutti i tuoi amici nell’unico posto dove è possibile vederti dopo il tramonto, e tutte queste cose. Se ti prendi bene con la cosa, non ci vuole molto tempo a diventare una specie di caso umano: per prima cosa costa un mare di soldi, poi contiene in sé tutti gli spiacevoli effetti collaterali propri dell’alcolismo. Comunque la si voglia vedere, il fanatismo per la birra è la copia del fanatismo musicale, contiene tutte le psicosi e gli spiacevoli risultati finali (diventare un ciccione barbuto e vestito male), e possiede tutti i meccanismi di auto-giustificazione caratteristici delle peggiori droghe, quelle che la società non si prende manco il disturbo di stigmatizzare. Anche il posto in cui beviamo birra abitualmente è la copia esatta del nostro locale da concerti preferito: entrambi li frequentiamo da anni, incontrandoci sempre le stesse persone, perlopiù coetanei di cui abbiamo testimoniato a malincuore il fastidiosissimo invecchiamento precoce (fastidiosissimo perché riflette il nostro) e la resa incondizionata ad un cliché che ci ha imposto di diventare la caricatura di quelli che dieci o quindici anni fa chiamavo vecchi sfigati. Così diventa abbastanza tipico sgattaiolare al pub appena possibile e trangugiare tre o quattro pinte, a sei euro l’una, infilandoti in piccole recensioni orali di quel che stai bevendo, giudizi sul grado di acidità, sul residuo fisso, sul fatto che tale birrificio passa per imperial pils questa birra che –evidentemente- in realtà è una pale ale; o a presentarti tra i primi al concerto di qualche trascurabilissima psych-band olandese con una chiara idea di quale preferisci tra i due dischi che ha pubblicato per chissà che minuscola etichetta indipendente.

Una cosa è certa: quando inizi ad assaggiare birra fatta con criterio, così come quando scopri i gruppi indierock tosti, inizi a sviluppare un senso di fastidiosa repulsione nei confronti delle cose più generiche e dozzinali, quelle consumate da tutti. Per cui è difficile riuscire ad esistere in maniera confortevole, molto vicini ai quarant’anni, in un locale dove suona gente con quindici anni in meno di te e un banchetto che serve solo birra scadente. Sono tutt’altro che uno sperimentatore, e la mia cultura in questo campo rasenta lo zero: dopo anni e anni, mi sento come quegli stronzi che passano a macintosh e iniziano ad avere la puzza sotto il naso. Ma ora come ora non posso farci niente: detesto le birre corporate, quelle cose tipo la Moretti (di cui, prima dei trent’anni, ho bevuto migliaia di bottiglie). Non è un discorso ideologico, è che ormai al mio palato hanno tutte lo stesso sapore schifoso e triste, stanno alla birra come i Foo Fighters alla musica e piuttosto preferisco la sobrietà a giradischi spento. Alcune declinazioni contemporanee dell’ultra-capitalismo birraio mi balzano agli occhi come uno dei massimi scempi alla modernità: il massimo grado di fastidio lo provo quando incrocio le campagne social della Ceres. Una volta avevo anche scritto una cosa su questo, su un altro sito:

Detesto la Ceres. La ragione è che hanno qualcuno di detestabile che gli fa i social, non so dire chi cosa o come, dev’essere questo team di CREATIVI del cazzo che fanno LANCI e CAMPAGNE e altre cose di cui non so assolutamente nulla. Tutti voi avete un amico che di mestiere fa tipo il MEDIA GURU o l’INFLUENCER, no? Ecco, il vostro amico influencer e media guru RILANCIA i CONTENUTI delle pagine social di Ceres e le commenta scrivendo “bravi.” o anche “bravissimi.”, sempre col punto alla fine. Ecco, in quei momenti il vostro amico media guru influencer vuol dirvi “io so come si comunica, e sto facendovi un esempio di altre persone che sanno farlo”, ma quello che fa all’atto pratico è aprire uno squarcio sul futuro e mostrarvi un mondo in cui tutto è social, tutto è divertente, tutto è una versione arguta e ridanciana di quello che tre ore prima vi faceva girare le palle. Ecco, questo genere di impostazione geniale e simpatica ad ogni costo punta (credo) sull’idea di farti sapere cosa succede se si prende un normale addetto ai social media, lo si riempie di Ceres da colazione in poi e gli si dà libero accesso al computer. Capirai. Anche io sono più simpatico da ubriaco, ma questa gente sta vendendo comunque alcolici, cioè in realtà sta vendendo mal di testa, incidenti automobilistici, cirrosi epatiche, alito cattivo e brutte analisi del sangue. E cosa ci sta dando in cambio? Due risate e una birra dolciastra da sedicimila gradi. Li odio.

Voglio dire, se la stessa cosa la facessero Ferrero o Nestlé mi starebbe meno sulle palle, o comunque non me la farei girare così tanto in testa.

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C’è un botto di gente che si scaglia contro il sistema dell’indie, della musica rock indipendente. Lo fa perché la musica indipendente è piena di contraddizioni dal giorno uno, e quasi tutti quelli che salgono sul carrozzone hanno un obiettivo da conseguire e una lista di possibili vacche da mungere. Per me è sempre stato paradossale perché io, da ascoltatore che non ha mai suonato uno strumento, non mi sono mai dovuto prendere la briga di dover accettare un compromesso. Al di là di quel che sono le cronache dell’epoca, di cui comunque sospetto abbastanza, credo che l’indie rock sia nato su un certo tipo di premessa, che era quella di fare una musica che tornasse ad essere libera e matta e personale, in un mondo nel quale la musica era non-libera, estremamente sana di mente ed impersonale. È chiaro che i concetti hanno delle sfumature, ma credo fosse una buona ossatura. Comunque c’è un motivo per cui i dischi dei gruppi ex-indipendenti ora su major tendono a fare schifo, e spesso il motivo non ha a che fare con le cosiddette pressioni dell’etichetta. È più una questione di autocensura. Hai la possibilità di farti promuovere il disco e suonare di fronte a tremila persone: che fai, ti presenti ubriaco e vedi cosa succede? Stocazzo. Vai a letto presto, ingaggi un ingegnere del suono cazzuto, inizi a usare un mare di preset eccetera. Questa cosa coincide con il fornire un prodotto migliore al proprio pubblico? Dipende. Se il tuo pubblico è composto da tremila persone che non ti sono venute a trovare con la lanterna, è sicuramente un miglior prodotto. Se il tuo pubblico sono trenta sfigati con cui riesci sì e no a pagare la benza per arrivare nel posto dove devono suonare, probabilmente preferirebbero vedere una cosa diversa da quella che hanno visto la sera prima.

Ecco, per me chiunque non capisca questa cosa è un turista o uno che non ha mai messo piede nel mondo reale. Voglio dire, abbiamo tutti quanti un lavoro, no? Quelli fortunati hanno un lavoro, e sono costretti a fare cose che di loro sponte non farebbero mai, vendere prodotti di merda a poco prezzo, fornire disservizi a un cliente perché costa meno metterci una pezza in un secondo tempo, tenere lezioni di storia sulla base di un programma invece che sulla base di ciò che secondo te è giusto che i tuoi studenti debbano imparare, caricare extra-interessi sul conto bancario di qualcuno che non ha la capacità di leggere le scritte in piccolo. Magari qualcuno di voi non deve fare mai questo tipo di scelte morali, e sappiate che vi invidio. Ok, diciamo che quello del musicista è un lavoro: ognuno decide per sé, fa quello che ritiene più giusto, traccia la linea dove vuole. Io però questa roba la consumo nel mio tempo libero e a mie spese, e quindi diciamo che ne penso quel che voglio. Comprendo profondamente il desiderio e ciò che ti spinge a fare: voglio dire, anch’io se fossi il vagabondo mi scoperei Lilli. Ma punto di vista statistico, stando alla mia esperienza di vita, è ragionevole pensare che il tuo incasso aumenterà in maniera inversamente proporzionale alla qualità personale della tua musica. Ed è logico che ci siano un mare di eccezioni, ma la regola è questa. Così, quando un musicista taccia i talebani dell’indie di chiusura mentale, in genere fa loro un torto. Quasi nessuno di noi è davvero interessato a dove vadano a finire i nostri soldi, ma la qualità dei dischi ci interessa e come, e ci sono indicatori che ci dicono come andranno a finire le cose.

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Con la birra è più o meno lo stesso. Quando mi sono iniziato a interessare della cosa era già da tempo in moto quel processo di ascesa del microbrewing, che oggi (anche qui) ha raggiunto uno zoccolo duro di fanatici abbastanza vasto da tenere in piedi un sistema oliato fatto di piccole aziende, locali specializzati, festival a tema e spregiudicati eventi estemporanei. In certe aree colpite da fenomeni di gentrificazione tipo il Pigneto la birra craft è diventata tipo il carburante dell’ascesa sociale, in aree geografiche tipo il Pigneto a Roma. Ma è sempre più frequente, anche in locali generici, riuscire ad ordinare una birra chiedendo, che so, uno stile invece che un colore o una pezzatura.  Nelle fasi finali della catena, negli occhi di quelli si sparano le due/tre birre al pub, è soprattutto una questione di gusto: una buona birra a 6 euro è meglio di una birra di merda a 4. Appena sopra, è una questione di scoperta: chi gestisce e lavora nei posti è quasi sempre un tizio che si sta pagando il vizio. Frequentano fiere, cercano birre, importano fusti rari, sostengono i microbirrifici locali, si ospitano a vicenda. Nessuno dei personaggi coinvolti vuol sentir parlare di “birra artigianale”: se fa schifo, non importa quanto sei indie. Questa gente ha fatto per la birra la stessa cosa che l’indie ha fatto per la musica: ha preso una cosa che c’era già, si è ritagliata un proprio spazio fisico nel territorio e ha creato una rete di persone dentro cui è possibile sostenersi e fare affari.

Insomma, qualche giorno fa è uscita notizia che Birra del Borgo è stata comprata da AB InBev. Anheuser-Busch InBev  è la più grande multinazionale al mondo per quanto riguarda la birra –Corona, Beck’s, Budweiser, Hoegaarden, Leffe, Lowenbrau e un mare di altre. Birra del borgo è un birrificio italiano, situato in provincia di Rieti, piuttosto conosciuto. È il tipico buon birrificio italiano: le birre non sono mai il massimo della qualità planetaria ma stanno ben oltre la sufficienza e non ho mai provato la sensazione di aver buttato i soldi. Non è il primo genere di acquisizione di un microbirrificio di alta gamma da parte di una grossa company, ma a quanto ne so è la prima volta che succede in Italia. Ok, il proprietario ha venduto ma continua –secondo questo articolo– a gestire il birrificio. Dall’altra parte, l’obiettivo è di quadruplicare i volumi di produzione entro i prossimi cinque anni: significa entrare in canali dove non si era e mettersi a fare la guerra in un altro mercato. Manuele Colonna (Ma Che Siete Venuti a Fa, Roma) fa i complimenti a Leonardo Di Vincenzo per l’affare e –in maniera estremamente tranquilla e pacata- lancia il boicottaggio di Birra del Borgo da parte di un cartello di locali. Una questione di scegliere il campo da gioco: secondo le sue parole, lasciando entrare le grosse corporazioni si smette di investire sulla cultura. Devo averlo sentito da qualche altra parte, e sono parole che mi piace sempre ascoltare. Colpa mia magari.

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2 commenti su “Indie vs Mainstream vs spaccarsi di birra

  1. alexperalta il said:

    Quando ci si emancipa dal bisogno si apre tutto un nuovo mondo, poi è solo questione di scegliere le nuance che si preferiscono.

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