Una per i cinquant’anni di Pet Sounds

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Parafrasando una cosa che mi ha detto un tizio sabato scorso, la musica pop è un affare piuttosto svantaggioso per chi la fa. Gli artisti scrivono per ore e limano e si mettono assieme e fanno gli arrangiamenti poi iniziano a togliere, registrano una dozzina di volte, e il risultato spesso è una canzone di tre minuti e mezzo che se va molto bene durerà il tempo di far scivolare dal parabrezza un pezzo d’estate.

Non sono mica tanti i dischi che sono scampati a questa fine, e oggi compie cinquant’anni il più grande di questi. Si tratta di un album nominalmente intestato ad un gruppo chiamato The Beach Boys, in realtà scritto e realizzato in totale autonomia da uno solo di loro, armato di uno studio, una legione di musicisti professionisti ed una visione senza uguali. Il titolo del disco è Pet Sounds, e il tempo che il mondo ha passato ad ascoltarlo riporta clamorosamente in pari lo svantaggio del capoverso qui sopra.

La maggior parte dei dischi usciti negli anni sessanta denunciano la loro età, e per la maggior parte della gente non è un problema perchè i fan di musica anni sessanta in genere sono disposti ad immedesimarsi in un’epoca non loro -non so, immaginare cosa poteva essere uscire per le strade mentre tutte le radio passavano Good Vibrations, o quello che era. Pet Sounds forse è un discorso differente, una cosa un po’ più oscura della media dei Beach Boys, ma anche in qualche modo uno dei primi dischi rock che si ostinavano a sognare il mondo a venire anche se non era un mondo necessariamente più innocente o positivo del mondo del 1966. Non so se sia stato il risultato di uno sforzo cosciente o il caso o il fatto che Brian Wilson fosse un genio, ma ancor oggi tocca misurarsi con dischi nuovi che sono partoriti dalla stessa visione, e ancor oggi è una visione tendenzialmente piuttosto totale, abbacinante, come volete chiamarla? Dischi di cui ad ogni ascolto sei costretto a scoprire nuove sfumature. E per i quali non devi storicizzare niente, che sono uguali oggi a com’erano cinquant’anni fa, che parlano più o meno della stessa cosa e che lo fanno con la stessa efficacia. Suppongo sia la cosa più bella che può capitare al pop.

A un certo punto uscirono le sessions, verso metà/fine anni novanta. Io le ho ascoltate solo un paio d’anni fa e ho scoperto che meraviglia fossero le versioni solo-voce. Questa canzone l’ho già postata una volta qui sopra, ma se devo pensare alla mia canzone preferita e quella che personalmente userei per descrivere Pet Sounds in tre minuti, non riesco a pensare ad altro che alla versione solo-voce di Sloop John B.

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