100 canzoni italiane: SE TELEFONANDO / MATTO, CALDO, SOLDI, GIROTONDO / UN UOMO DA RISPETTARE

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Da qualche giorno è possibile trovare in libreria il volumone Superonda – Storia segreta della musica italiana. Si tratta di un libro scritto da Valerio Mattioli, che contiene “il racconto di quelle musiche che tra 1964 e 1976 riuscirono a sviluppare linguaggi originali e in grado per una volta di proiettare la musica italiana all’estero, esercitando una sotterranea influenza sul mondo dell’elettronica, del rock alternativo, e delle musiche sperimentali.” Un libro che mi piace immaginare fondamentale per definire quello che lo stesso autore, a un certo punto, ha osato definire spaghetti sound: tutto quel calderone di musiche off provenienti da questo paese che, in varia misura, hanno definito la musica mondiale. Per l’occasione Valerio ci ha mandato la storia di canzone italiana da mettere nella nostra rubrica, e questo è più o meno quanto. Correte in libreria. (FF)

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La mia canzonetta (intesa come “canzone melodica all’italiana”) preferita in assoluto è ovviamente Se telefonando. Dico “ovviamente” perché davvero non capisco quale altra possa essere – e non per me, per CHIUNQUE. È un tale capolavoro di ingegno (la famosa storia della ripetizione di “tre note soltanto”) e ha una costruzione talmente particolare (l’assenza di un vero e proprio ritornello ecc) che pure se non l’avesse cantata Mina sarebbe comunque un piccolo monumento, o almeno credo (la versione di Nek non depone a favore di questa mia tesi, ok).

Naturalmente, Mina a parte, il merito di tutto va all’uomo che il brano l’ha scritto e arrangiato: cioè Ennio Morricone. Siccome però immagino che per gli standard di Bastonate scegliere Se telefonando sarebbe interpretato come un gesto di svogliatezza e prevedibile banalità, di Morricone mi piace citare uno dei suoi brani incredibilmente considerati “minori” (anche se ultimamente vedo parecchie persone che lo citano e condividono in giro, quindi tanto “minore” non lo deve essere più). È del 1969 ed è preso da – prendo quello che ho scritto in Superonda – “un dramma antiborghese con venature erotiche e gialle chiamato Vergogna schifosi. Per il film Morricone concepisce un altro dei suoi studi «matematici», una filastrocca cantata dai Cantori Moderni ed Edda Dell’Orso basata sulla reiterazione insistita di cellule composte da poche note soltanto, minuziosamente conficcate su un tempo incalzante che potrebbe ricordare la vertiginosa bossa di Metti una sera a cena.

Morricone questa “ossessione matematica” ce l’ha sempre avuta, e un sacco di suoi brani sono piccoli studi in tal senso (la stessa Se telefonando ne è un esempio). Il tema di Vergogna schifosi però è davvero uno dei suoi esperimenti più audaci, specie considerando l’anno in cui è stato scritto. Perdonami se ritorno al copiaincolla da Superonda: “il ritmo è un motorik su cui mulinano saliscendi orchestrali, scampanellii orgiastici e un basso tachicardico che pure è l’unico appiglio che impedisce al brano di schizzare in aria, preso com’è da questo vortice a spirale dalle circonferenze variabili e, man mano che passano i minuti, sempre più fuori asse. Il brano si chiama Matto, caldo, soldi, morto girotondo e l’effetto è sul serio un capogiro dapprima divertito e poi irreale, non si sa bene quanto opprimente o dionisiaco. Su questo calco gruppi come gli Stereolab costruiranno, coscientemente o meno, carriere intere”.

Se lo ascolti bene è un brano pesantemente… ma sì, drogato. Appartiene al filone pop (o meglio ancora “lounge”) del Maestro, ma è giusto a un passo dalle sue cose più psichedeliche – non tanto quelle del periodo western, quanto quelle di inizi ’70 dalla collaborazione con Dario Argento in poi (che è anche il suo periodo che preferisco). Anzi a questo punto fammi esagerare e concedimi un’ultima citazione dal libro, così almeno posso menzionare in extremis quell’altro capolavoro assoluto che è il tema di Un uomo da rispettare: dico in Superonda che “sembra riprendere le trionfali atmosfere dello spaghetti western per schiantarle in un sudicio vicolo popolato da tossici che alzano gli occhi al lampione e per la prima volta realizzano tutta la gloria, il dramma, la bellezza necrofila della metropoli in rovina: è come se Miles Davis avesse deciso di rileggere Porgy and Bess nel 1974 di Dark Magus anziché nel 1959 del binomio con Gil Evans”. E guarda, giuro che è così. Alla fine sia Miles che Morricone sono trombettisti, anche se Ennio nei 70 non si metteva al collo il boa rosa schocking.

Ok, mi hai chiesto un brano e alla fine te no ho tirati fuori tre, se vuoi continuo e facciamo un album.

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