Mancarone Alan Vega #3: Life Ain’t Life

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Dujang Prang lo comprò Matteo una volta che eravamo assieme a far compere, forse a Bologna, forse la sera che suonavano i Mars Volta all’Estragon. Brr, i Mars Volta -sfortunatamente li sentimmo dal vivo prima dell’uscita del disco. Insomma, comprò il disco e poi mi iniziò a dire quanto era figo e brillante e tutto. Dujang Prang è una fase abbastanza chiave della carriera dell’Uomo: dopo Why Be Blue rimette i Suicide in naftalina e inizia a concentrarsi sulla propria mission, diventare una specie di dio del pop di classe Ozzy Osbourne/Michael Jackson. Nel senso soprattutto di inventarsi un formato su cui poter passare la vecchiaia senza dover faticare troppo a lavorare su testi e interpretazioni eccetera. Così Life Ain’t Life, più o meno a metà di Dujang Prang, diventa una sorta di manifesto del Vega tardivo, quello per capirci che farà capolino nell’essenziale disco con i Pan Sonic (il primo intendo, il secondo è figo ma non essenziale) e nelle comparsate con gente tipo Hell o il disco dei Suicide di inizio anni duemila. Il concetto musicale consiste nel  blaterare minchiate senza senso tipo “woooow, hey” dietro testi incomprensibili. Le tensioni minimal/rock/gruva che erano riuscite a definire la musica di Vega e dei Suicide fino al ’93, grazie probabilmente all’apporto fondamentale di Ric Ocasek (e se ne trovano ancora tracce generosissime in New Raceion) semplicemente spariscono, per venir sostituite da robe musicali inquietanti e indefinibili che sembrano realizzate in dieci minuti con qualunque cosa il produttore (cioè la moglie Liz Lamere) abbia sottomano. Techno di quarta categoria, rumore bianco, hip hop dozzinale: da qui in poi non ha più alcuna importanza, a patto di sentirlo blaterare lo stesso testo nichilista-attonito per l’eternità. è una fase della carriera in cui non se lo può permettere: più che la definitiva consacrazione sarà il suo affossamento in un cliché di terza categoria, la macchietta dell’ex-rockstar tossica che cerca disperatamente di pagare la bolletta del gas con dischi improvvisati, salvato appena appena dall’altissima spendibilità del suo genio nel giro dell’elettronica snob. Ma Dujang Prang è una forma musicale pura e geniale: riconducibile tanto ad un Burroughs quanto a certe pulsioni gibsoniane o a Incredibly Strange Music, è comunque una delle cose più allucinate uscite negli anni novanta e forse il trionfo della (non) concezione su cui Vega stava lavorando fin dal secondo disco dei Suicide. Di cui tutto sommato DP è persino una versione migliorativa. Grazie Matteo.

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