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100 canzoni italiane: SAPORE DI SALE

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Poi improvvisamente l’estate svaniva, da ponente arrivavano grandi nuvole grigie cariche di pioggia e gli odori acri della pineta si tramutavano in folate di vento freddo.

(Sapore di mare, 1982)

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Moltissimi di quelli che hanno provato a vivere un’estate senza fine ci hanno lasciato le penne in un modo o nell’altro, e questo comprende sia i tizi di Point Break che certi parenti lontani che si son comprati un monolocale a Tenerife coi soldi della pensione. La scomoda verità è che nessun organismo può permettersi di assumere quelle dosi di caipiroska al maracuja per più di due settimane, così la società si è inventata il rientro dalle ferie. Succede più o meno a metà agosto, ed è quasi sempre un pacco. La narrativa classica intorno al concetto di ferie è una fregatura: il subconscio umano la rifiuta in maniera sistematica. La favola dell’andare lì e riposarsi per due settimane al sole e vivere pazze avventure per svuotare il cervello e tornare rilassati in ufficio non ha mai funzionato fino in fondo, e incaponircisi fa solo male alla salute. Ci sono molti altri aspetti della contemporaneità che si basano sulla stessa narrativa: sesso promiscuo, droghe, alcolici, cibi grassi, concerti dal vivo e svariati altri, ma almeno in questi casi la narrazione ha iniziato a comprendere la lista di effetti collaterali collegati all’uso e all’abuso -hangover, malattie incurabili, colesterolo, depressione postcoito. Le ferie invece le affrontiamo tutti gli anni con la pia illusione di staccare, riposare o spaccarsi a merda. Qualcuno ci riuscirà, qualcuno no. Il morale di tutti verrà falciato dal tornare alle proprie faccende.

E dire che per arrivare ai primi di agosto stavo correndo da sei mesi.

Non è per niente un caso se le opere d’arte che parlano di estate lo fanno in modo malinconico, se hanno tutte a che fare con un’idea di fine quasi inevitabile e implicano la delusione del dopo. Un bacio dato appena prima dei titoli di coda vale sempre quanto un matrimonio, ma un bacio dato in estate ha una data di scadenza che è quasi implicita anche nei film, e tocca girare la minestra prima di nominare Fellini. Dicevo, l’estate. Ci sono posti deputati a viverla, in branchi di migliaia di persone assatanate che si spaccano ammerda e se va male postano pure le foto su instagram. Ho la fortuna o la sfortuna di vivere in uno di questi posti, la riviera romagnola: da qui le cose sono un po’ diverse perchè non è solo l’autobiografia, vedi arrivare qualcuno, senti le loro storie, una parte dell’ingranaggio è scoperta e sotto gli occhi dei passanti. Così qui giugno e luglio son mesi di preparazione in cui si tasta il terreno e ci si prepara a un’esplosione di gioia collettiva che, colpo di scena, prima o poi arriva anche se non come negli anni ottanta, e poi d’improvviso è passata e tocca di tornare a casa e ricominciare a lavorare, quasi sempre in lacrime. Le città si svuotano del traffico di chi alloggia e due terzi dei posti chiudono le serrande per nove mesi. C’è una canzone che parla più o meno di questa cosa.

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La prima volta che l’Italia sente parlare di Gino Paoli, un giovane cantautore di Genova, è per un brano intitolato La gatta. È una storia un po’ strana: Nanni Ricordi, direttore artistico e fondatore di Dischi Ricordi, s’innamora dei cantautori genovesi e ne porta quanti più possibile a casa sua. Gino Paoli ha venticinque anni a malapena e inizia ad incidere roba di scarsissimo successo; lo stesso La gatta viene accolto da sbadigli e indifferenza, ma dopo qualche tempo la canzone inizia a funzionare col passaparola degli ascoltatori e s’arrampica timidamente su per la classifica dei 45 giri. Nel ‘61 Paoli firma Il cielo in una stanza, che arriva a Mina via Mogol, e diventa un pezzo grosso. Nei due anni successivi è scatenato: scrive per gente grossa, scrive per sé, infila successi, inizia la relazione con la Vanoni, suona costantemente in giro per l’Italia, comincia a bere, mette incinta la moglie, conosce Stefania Sandrelli ancora sedicenne, se ne innamora. Nel 1963 si prende una piccola pausa: Paoli e il suo gruppo suonano in un locale a Capo d’Orlando. I proprietari del posto li invitano a fermarcisi per due settimane, una casa deserta in una spiaggia deserta, dice lui, che in vacanza scrive una canzone e la chiama Sapore di sale.

Nel frattempo Nanni Ricordi è stato silurato dalla sua etichetta, che lo sostituisce andandosi a prendere il direttore artistico della RCA italiana, Vincenzo Micocci. L’etichetta, privata del suo uomo di punta, assume proprio Nanni Ricordi. Il primo effetto del cambio d’etichetta è il trasferimento da un’etichetta all’altra di un gruppo di fedelissimi, tra cui appunto Gino Paoli. E se è vero che un’etichetta vale l’altra, in RCA gli arrangiamenti delle canzonette in quel periodo sono affidati ad un compositore trentaquattrenne di nome Ennio Morricone. Il quale non ama particolarmente lavorarci, o comunque tende a caricarle di pillole avvelenate e mini-sperimentazioni. Per Sapore di sale il maestro si orienta su un giro di basso teso e squillante, appoggiato a delle rullate di batteria che sembrano un po’ una marcetta militare, con gli archi sotto e i campanellini che fanno il verso alle parti cantate -a un certo punto c’è anche un assolo di sax (Gato Barbieri, nientemeno) a fare da contrappunto. Nel complesso sembra una presa per il culo, e probabilmente in una certa misura lo è. Ma l’unione tra parole melodia e arrangiamento crea uno di quegli equilibri impossibili che rendono immortali certe canzoni.

Sopravvivere ad agosto, dicevamo. Nell’anno 2016 è un’arte sottile che passa attraverso una serie di prassi rituali, cristallizzatesi lungo gli ultimi anni fino a somigliare a qualsiasi altra routine provinciale. Il primo del mese tutti i fanatici di musica postano sui social il video di Agosto dei Perturbazione, o due righe contro quelli che postano Agosto dei Perturbazione; il 2 commemoriamo la strage di Bologna, qualcuno s’allunga fino a quella dell’Italicus il giorno successicco. Poi la gente più o meno inizia ad entrare nel mood vacanziero e si divide tra quelli che si riposano, quelli che si Spaccano Ammerda e quelli che si rintanano nell’antro più oscuro e disperato a loro disposizione -il mio preferito è un documento google drive che ho chiamato RUMENTA e contiene stralci di robe che ho iniziato a scrivere e non sono mai riuscito a finire; ogni tanto ne prendo uno e lo uso come base concettuale per scrivere qualcos’altro che nella maggior parte dei casi non quaglia lo stesso, e adesso che ci penso è un’altra metafora di agosto. L’estate, dove vivo, richiede impegno e serietà. Ho memorie di un passato che non somigliava ad oggi. Quando ho iniziato a frequentare Ravenna, intorno al ‘96, m’accorgevo del gap tra estate e resto dell’anno. Le persone si rintanavano in casa per nove mesi, poi uscivano cariche a molla e si sfondavano di birra per un trimestre. Finivano la stagione tutti esausti e pronti a tornare in letargo, e nel complesso sembrava un ecosistema sostenibile. Le variazioni di anno in anno erano micro-variazioni: ci si sposta da un locale all’altro, da una zona all’altra della stessa città; ogni tre o quattro anni cambiano il genere musicale ed il cocktail di riferimento -a volte hai fortuna, altre volte no. Ora in giro funziona un sacco la caipiroska al maracuja, dicevo. Urgh.

Da bambino invece mio babbo mi portava al mare. Partivamo la domenica mattina, si passava dal bar di Case Castagnoli a trovare i suoi amici e poi giù a Cesenatico passando dai paesini dietro, lui guidava un’Alfetta grigia a cui teneva più che a qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Portava dei pantaloncini da mare color panna con una fantasia fiorata e i baffoni rossi che anche oggi non sono ancora tornati di moda. Facevamo il bagno assieme e teneva le chiavi attaccate alla catenina d’oro che portava al collo. Nella mia percezione le spiagge erano tutte vuote, le strade erano tutte polverose e il principale problema era capire dove mettere l’autoradio una volta estratta. L’acqua del mare sembrava piscio, grossomodo come adesso. Credo di essere stato felice di andarci, e per semplificare credo lo fosse anche lui. Quando sei bambino agosto è un concetto che non ti tocca nè in positivo nè in negativo -funziona tutto con il meteo: se piove non vai al mare, se non piove vai al mare. C’erano i corsi estivi col pullman e le educatrici e i bambini più grandi che ti menavano addosso, ma quello era uguale all’inverno -senza pullman. Quando sei bambino non percepisci quasi mai la fine delle cose, se mai t’accorgi quando qualcos’altro inizia: la scuola, il catechismo, gli allenamenti, i cartoni animati in TV. Lo spleen agostano arriva dopo l’adolescenza, quando smetti di studiare e non lavori più e qualcuno ti convince che in quelle due-tre settimane di follia scriteriata sta nascosto il senso di quel che hai fatto nel resto dell’anno. Non dico che non sia mai successo nulla di bello: ho avuto qualche buon party, ho collezionato cose da raccontare, una volta mi sono anche innamorato. Ma ho dovuto fare i conti con troppe delusioni, troppe aspettative, troppi rientri di merda. E anche negli anni migliori arriva il 16 agosto, che tutti hanno il fiatone e alla festa in spiaggia c’è metà della gente che c’era la sera prima. Poi quelli della polisportiva cominciano la preparazione atletica e gli altri stanno al bar a guardare le ultime puntate dei varietà merdosi che trasmetteva la Rai d’estate. La depressione da rientro è tra i peggio cliché dell’epoca dei social.

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Non ho la più pallida idea di cosa parli Sapore di sale. Davvero. La maggior parte delle teorie la vede come una canzone su Stefania Sandrelli, una versione smentita da Gino Paoli in persona -vatti a fidare delle teorie, o di Gino Paoli. Mi sembra un’interpretazione ingrata perchè sbatterti in faccia la Sandrelli in una canzone che parla della vita è come sbatterti in faccia Fellini in un racconto che parla d’estate. Dentro Sapore di sale c’è un blocco di testo, sedici righe, così perfetto che non riesci a raccontarlo in nessun altro modo che copiandolo pari pari. Qui il tempo è dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sole poi torni vicino e ti lasci cadere così nella sabbia e nelle mie braccia e mentre ti bacio sapore di sale sapore di mare sapore di te. Non è tanto il contenuto, è che lo vedi come se stesse succedendo a te in quel momento e come se ci fosse la data di scadenza, la parola fine. Chi è che non si è mai innamorato di una donna coi capelli increspati dalla salsedine? Come fai a non innamorarti? Magari prima del ‘63 non succedeva. Pure Paoli se lo sarà sentito addosso, che nel testo la ripete due volte identica. Cambia solo che la seconda volta, mentre la bacia, la voce spinge tanto e si fa scura di un dramma che è impossibile capire se hai poche estati sulle spalle. Uno dei momenti più disperati di sempre nella musica italiana. A quelli che l’ascoltano, però, Sapore di sale sembra un pezzo scanzonato, e la canzone diventa il più grande successo della carriera di Gino Paoli.

Vent’anni dopo esce un film che si chiama come un verso della canzone, Sapore di mare. Qualcuno della mia generazione, e di quella che l’ha preceduta, ci ha costruito sopra tutta la cultura che ha addosso, e queste cose alla fine di tutto tocca rispettarle: ci sono le gag sull’italietta di quegli anni, c’è Jerry Calà al suo meglio, c’è il rimpianto e il muso lungo, e c’è pure una specie di lieto fine a buon mercato.

A me purtroppo non è mai piaciuto. C’è una specie di incantesimo o di maledizione alla base di tutta la faccenda. Alcune canzoni funzionano bene in qualsiasi contesto e si prestano a diecimila riletture, altre no; non ho mai ascoltato una cover di Sapore di sale che mi piacesse, non ho mai amato Sapore di mare, non mi piace nemmeno quando il suo autore, che nel frattempo è diventato l’incarnazione di tutto quello che è brutto nella musica italiana, la ripropone con un arrangiamento nuovo che non funziona mai, neanche un briciolo. La mia teoria è pura autodifesa: esiste una sola Sapore di sale. Solo quella versione parla davvero dell’estate, nell’unico modo in cui penso abbia senso parlarne. Uscì da uno studio di registrazione nel 1963, ed era prima in classifica il giorno che Gino Paoli prese la pistola e si sparò un colpo al cuore.

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