Una per i cinquanta di Mark Kozelek

 

brt

Arriva sempre il momento del cambio di velocità, di stile, di scena. Un dettaglio prende il sopravvento sul resto, il corso dell’esistenza slitta senza lasciare il tempo di accorgersene, fino a quando la situazione si assesta, la mutazione si arresta, e da lì in poi a posto così. Fattori esterni, quasi sempre connessi allo scorrere del tempo; inventario dei dolori, dell’attaccatura dei capelli, delle esigenze della vita. Scendere a patti, abbassare gli standard; in una parola, starci. Il più delle volte viene assimilato e digerito come un cambiamento in meglio; altre, il risultato un mix di accettazione, non potere o volere fare altrimenti, adattamento e/o resa incondizionata (variabili le percentuali). Comunque il risultato è sempre lo stesso: chi era qualcosa diventa qualcos’altro, il precedente qualcosa non tornerà mai più. Restano i ricordi in chi vuole o può ricordare.

L’incarnazione attuale di Mark Kozelek va avanti più o meno dal 2005; la deriva farsesca è affare più recente, coinvolge strettamente l’uso improprio di canali inutili, attaccare briga con nullità per motivi inesistenti e qualche pugno di clic, probabili implicazioni cliniche tenute a bada in modi che ignoro, una sfera virtuale che amplifica distorce deforma il reale in perfetta corrispondenza con i tempi che corrono. Un cerchio che comunque si chiude, da una forma di autismo a un’altra forma di autismo, cambiano il conto in banca e il battage mediatico.

Mark Kozelek nasce il 24 gennaio di cinquant’anni fa in un paese nella contea di Stark che ritornerà spesso nelle sue canzoni, come del resto qualsiasi altro luogo, persona o situazione abbia incrociato lungo la strada. A costruire il personaggio penserà fin dalle prime interviste, scostanti e imbarazzanti (per l’interlocutore) dal giorno uno, che restituiscono il totale di un James Dean in sedicesimi che resta vivo, senza patente e con la chitarra al collo: si dipinge tossico all’età di dieci anni, in contemporanea impara i rudimenti dello strumento che non abbandonerà più. A quattordici si disintossica, quel che verrà poi il risultato. A diciotto inizia a scrivere pezzi suoi, hardcore il veicolo primario; suona in giro, come piace dire; molti gruppi, poco o nulla di anche solo lontanamente rilevante. Fino al momento in cui rallenta i tempi più verso zona bradicardia, diminuisce progressivamente la distorsione fino ad assestarsi a livello Neil Diamond, a volte stacca proprio la spina. Red House Painters il nome della cosa; Down Colourful Hill, raccolta di tracce demo incise tra il 1989-90 recuperate senza editing di alcun tipo, esce su 4AD che nel 1992 più di un’etichetta era uno stato della mente. In qualche modo ha perfettamente senso si incastri tra Dead Can Dance e This Mortal Coil: l’umore è quello, l’attitudine è quella; continente, genere, formazione, questioni secondarie, comunque si resta al di là del blu oltre la soglia dentro il nero,dove qui più che altrove fa brutto vero. Il sentire comune catturato in copertine e artwork che tuttora dicono di standard mai più ripetuti, una linea comune che nessuno, mai, ha saputo anche solo sfiorare (da un certo momento in poi, nemmeno più la 4AD stessa, che comunque continua a sopravvivere).

 

I dischi successivi altre zone della mente limitrofe, variazioni su un tema che non si esaurisce mai, la dimostrazione che è più che sufficiente un giorno di vita per accumulare ricordi che un’intera esistenza non basterebbe per sviscerare, dove una gita in macchina fino a un parco di divertimenti non molto distante dalla base produce Grace cathedral park, quattro minuti in cui è racchiuso un intero universo, ed è solo il primo pezzo del primo album. Tutti i dischi dei Red House Painters sono un sacco a pelo psichico dove trovare rifugio ogni volta che ci si torna a sentire come soltanto lui ha saputo trovare il modo e le parole per dire: zitto all’angolo, paralizzato e in caduta libera. C’è un passaggio su major che incasina irrimediabilmente gli equilibri, un disco bloccato per tot anni, infine uscito a band già dissolta (Old Ramon), l’abbandono del nome per questioni burocratiche, due dischi solisti il cui materiale per l’80% sono cover, una nuova band che si chiama come un pugile coreano meno una “g” finale che aggiunge sottintesi esoterici, un primo disco agli stessi livelli dei precedenti, poi la nuova fase, che dura tuttora.

Il dischi dal 2005 in poi, in solo o come Sun Kil Moon cambia poco (spesso è solo lui comunque) massimizzano quanto distillato fino ad allora con rigore francescano. Da qui l’esatto opposto, nel segno dell’imperativo ‘minimo sforzo, massima resa’: etichetta propria, nessun filtro attivato al di là della questione alimentare, dischi su dischi su dischi, meno ispirazione più minutaggio, live registrati in presa diretta e via andare. Un loop che s’avvita e persiste, con esponenziale carogna, fino alla svolta che placa – in questo caso: consacrazione hollywoodiana definitiva per intercessione di Sorrentino, dopo qualche falsa partenza che aveva rimpinguato conto in banca e autostima solo momentaneamente (Almost Famous, Vanilla sky, Shopgirl), aumentando la carogna di conseguenza – da quelle parti si vive meglio, si incontra gente più interessante, i guadagni precedenti diventano spiccioli al confronto; annusare l’aria che tira, arrivare a credere di avercela fatta poi tornare nei bassifondi, unito a una personalità tra il passivo-aggressivo patologico e Asperger senza essere Steven Spielberg, questo il risultato.

La messe di colpi a vuoto, dissipazione, dischi sempre più improbabili e mettere in vendita la qualunque non conosce requie. Con una svolta inaspettata: per qualche imperscrutabile prodigio Benji nel 2014 riporta di prepotenza il nome sulle mappe che contano, folgorando simultaneamente sulla via di Damasco stampa di settore, vecchia guardia, ascoltatori casuali, chiunque. Parrebbe l’alba di una nuova era. Il suono si asciuga allo stesso modo in cui il brodo si allunga, i testi grandinate di parole il cui senso risiede nel grado di interesse che si è disposti a provare sentendo cazzate a raglio come dopo avere iniettato una dose massiccia di pentothal in vena a un ergastolano. La scritta sul retro di Bloody Kisses dei Type O Negative conosce un corrispettivo sonoro reale. O forse non fa più per me ma comunque non riesco a smettere di guardarlo questo film. O entrambe, o nessuna.

Poco più di di un anno dopo a ribadire, a spostare l’asse sul prossimo livello. Universal Themes la sua personale Prolisseide, con una sostanziale differenza: Kozelek non è Andrea Pazienza (e Sorrentino non è Devid Boiv). Per uno che sostanzialmente scrive quello che gli è successo, come portare per la prima volta al luna park un bambino. Mancano però il materiale umano e la testa in fiamme per saperne rendere conto. Conseguenza: l’elenco di personaggi famosi che lo hanno conosciuto è sterile, inane, interessante quanto la lista della spesa di un estraneo. Come Gassman quando declama gli ingredienti delle merendine ma credendoci sul serio. Nel complesso è fatto abbastanza bene di testa ma i particolari sono scarsi, come Jacopo Fo secondo Pazienza. Manca giusto qualcuno che lo pesti come ET a kendo.

Nel 2016 in dialogo con Justin Broadrick per dare in pasto altra inanità a chi ci crede; molti gli spunti di riflessione, tutti strettamente collegati a concetti quali tirare la carretta al fienile, Franza o Spagna purché se magna, cecità sordità ma non mutismo, alla base il rifiuto di farla finita unito alla cronica incapacità di rapportarsi con il presente (da entrambe le parti). L’amicizia angloamericana trova infine sbocco in un disco condiviso dopo anni di io registro-tu pubblichi, cover improbabili e attestati di stima si direbbe unilaterali; poco importa la dinamica, la sostanza quella resta. Globalmente l’ennesimo contributo a un quadro generale ormai da quel po’ configurato, solo un altro tassello in una storia che continua a cannibalizzare il passato bruciando il presente, a incarnare una fase di stallo che sembra durare all’infinito, cristallizzando il tempo, deformando lo spazio in un lungo rettilineo senza scosse che in un niente porta al finale di Soylent Green però dal vero.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.


*