100 canzoni italiane: MI SONO INNAMORATO DI TE


All’inizio di Basquiat, il film, c’è un monologo recitato in originale da Michael Wincott (e in italiano doppiato da Mino Caprio) secondo cui tutto il mondo dell’arte dopo Van Gogh può essere visto come un continuo risarcimento. “Nobody wants to be part of a generation that ignores another Van Gogh”. Questo vale per la cultura occidentale contemporanea, della quale ci troviamo spesso a pensare a noi stessi come una scrausissima radice quadrata del cazzo. Un esempio? Vi dico quali sono le prime cinque cose che penso se mi dite “Tenco”:

1 Un’associazione/club che una volta all’anno premia le ECCELLENZE del cantautorato italiano

2 Un tizio che si è suicidato in segno di protesta perché la sua canzone era stata trombata al Festival di Sanremo prima della finale

3 Una inchiesta vecchia decenni sulla morte dello stesso

4 il verso “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare

5 una raccolta in doppio CD.

L’ordine esatto testimonia il modo in cui ho conosciuto Tenco e il fatto che mi piace ricominciare tutte le volte dall’inizio. Sono nato più di dieci anni dopo la sua morte, e fin da ragazzo ho avuto questa idea di lui come di una sorta di ultraintellettuale della musica a cui era dedicato un premio della qualità, IL PREMIO TENCO!, mica scherzi. E poi ho scoperto più o meno che era un cantante, e che aveva scritto Ciao amore ciao ed era stato eliminato a Sanremo prima della finale e si era ucciso per questa cosa, e poi ho scoperto che c’erano molti dubbi su questa versione dei fatti. Una volta su qualche rivista lessi qualcuno che diceva che “mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare” era il verso più punk della storia della musica italiana perchè, boh, contraddiceva l’idea di amor cortese che imperava da secoli nello stato pontifizio o qualcosa del genere.

(Ho letto la stessa cosa anche per il FABER, vabbè)

La passione vera e propria per Tenco la devo a una tizia con cui ebbi una specie di storia nel tardo 2005. Io ero un fanatico di roba alternativa, lei no: parlammo di Luigi Tenco, non so per quale motivo, e lei aveva questo doppio CD che ascoltammo durante un viaggio. A quell’epoca non conoscevo più di sei o sette sue canzoni e quando ti arrivano addosso in un’unica sessione di due ore, insomma, tendi a sentirtelo un po’ addosso. Di Luigi Tenco si può senz’altro dire che come cantautore fosse uno che viveva in un mondo a parte, ma tutto sommato è una cosa che puoi dire anche di tanti -anche di Morgan, per dire. Però a differenza di Morgan le canzoni di Tenco hanno questa capacità fenomenale di scagliarti a calci in culo dentro il suo mondo e a farti diventare la persona che canta, assaporare quel genere di sconfitta, lo schifo per la vita, il bisogno di rivalsa e quel briciolo di sadismo sorridente: quelle foto con lo sguardo torvo ritraggono un po’ Tenco e un po’ te dopo venti minuti che lo stai ascoltando.

Alla tizia non faceva lo stesso effetto perchè l’aveva conosciuto da bambina e ci si era un po’ abituata. Diceva che Tenco era il cantante preferito di suo babbo, e che suo babbo gli aveva dato un’infarinatura su tutto quel che era successo, che era morto da giovane e che aveva questa storia con una certa Dalida e lo suonava nel giradischi il fine settimana, a volte ci cantava sopra. Diceva che suo babbo sapeva cantare benissimo: ci rosicavo un po’ perché io non ho mai sentito cantare mio babbo, e la roba migliore che ho tirato fuori dalle sue cassette è Tu cosa fai stasera di Baldan Bembo (che comunque a Sanremo arrivò seconda). In un’altra conversazione che abbiamo avuto, abbiamo confrontato i modelli paterni con cui siamo cresciuti: suo padre era un muratore innamorato della propria famiglia che ha votato a sinistra tutta la vita, mio babbo era un commerciante e un repubblicano e amava la propria famiglia ma amava anche la propria privacy.

Così, insomma, a ognuno tocca un pezzo di cultura diverso dagli altri. Quello che mi è toccato in sorte l’ho dovuto più o meno costruire da zero con quel che avevo a portata di mano, e francamente non mi sento di aver fatto tutto ‘sto gran lavoro.

Non c’è dubbio sul fatto che se stiamo dentro la canzone italiana, Tenco sia uno degli autori più brutalizzati dalle disamine accademiche e dalla saggistica di genere. È persino possibile far risalire l’idea di una saggistica di genere alla sua esistenza, come nel pippone su Van Gogh: la sua morte prematura da artista malcagato ha aperto la strada a migliaia di risarcimenti apocrifi. Una cosa sconvolgente che ho imparato ascoltando i suoi dischi: la musica di Luigi Tenco riesce miracolosamente a sostenere il peso della sua leggenda. Il problema se mai è la leggenda in sè e per sè. La rettorica stronza con cui viene tramandata fa sì che il suo mito di artista tormentato e pieno di demoni continui a perpetuarsi da cinquant’anni con sempre maggior cattiveria, e l’idea purista di un Tenco-autore che colpiva bersagli che tutti gli altri hanno mancato di brutto è un postulato del cazzo che ha infestato l’immaginario della critica bene per decine di anni senza darci la possibilità di smarcarci e ripensare la musica daccapo. Il fantasma di Luigi Tenco è così ingombrante da essere diventato contestualmente lo spettro di una “canzone d’autore” italiana, spietatamente snob, irragionevolmente “impegnata” e sistematicamente incompiuta/inespressa. Uno spettro che se nella fase di concepimento dell’idea è riuscito ad imporre un’estensione dei confini di ciò che era consentito o non consentito fare con la canzone, di lì a breve ha fornito le condizioni per un’onda di riflusso e per l’imprigionamento del canone musicale del pop italiano “colto” all’interno di un circolo di eletti. Il quale, nell’ultimo paio di decenni, è riuscita ad unificare tutti i suoi sottogeneri di riferimento (indie/alternative, cantautori con 50 anni di storia, rap intellettuale, canzone militante) e formattarli in una forma mentis volta a cantarsela e suonarsela -cose come il Premio Tenco, appunto. Il tutto in virtù di una malinterpretata “osservanza”, che ha tolto alla musica ogni possibilità di farsi notare se non nell’aderenza pedissequa a un canone qualitativo che da quarant’anni e passa nessuno si sente obbligato a modificare nella sostanza. Come a dire che tutto il discorso attorno a Tenco, per quanto mi riguarda, è destinato a franare miseramente intorno al modo in cui sono stati gestiti il suo messaggio e la sua eredità spirituale.

Una visione alternativa è quella secondo cui abbiamo bisogno di storie alla Luigi Tenco, di artisti che muoiano in giovane età o che per altri traumi di vario tipo non siano abilitati a proseguire la loro carriera fino al momento in cui siamo costretti a vederli dissipare quel briciolo di ragion d’essere nell’ennesima ospitata in qualche evento televisivo, canzone donata a qualche popstar del momento, disperato tentativo di rivedere il suono e rimanere sulla cresta dell’onda, ospitata di un rapper eccetera. Da lì in poi dipende da chi gestisce il tuo patrimonio artistico, e in questo la musica di Tenco funziona due volte: confrontata agli standard della canzone italiana, la sua roba è così radicale e respingente da rendere quasi impossibile lo sfruttamento da parte di stronzi e casi umani, contrariamente a -che so- un Battisti (uno la cui prima fase è stata così brutalmente sciacallata dalla macchina dello spettacolo e del pensiero debole che l’ambizione di salvaguardare un brandello della sua eredità spirituale ha imposto a Velezia di passare il resto della sua vita col fucile in mano). Questa cosa, forse, ha continuato a salvare Luigi Tenco. Il suo operato continua ad apparire rispettabile nonostante i massacri di Ciao amore ciao perpetrati a sangue freddo da chi tira i fili dei Mengoni e delle Ferreri del caso, è rimasto asciutto dal fanatismo che ha massacrato la musica del FABER. Non ha molta importanza quanto si possa essere disposti a svendere Tenco: dopo un po’ nessuno avrà voglia di comprare.

Il cinquantennale della morte di Luigi Tenco è una cosa per appassionati hardcore e gente che ha passato la vita ad inseguirlo: si tratta di tanta gente e io lascio volentieri il passo. La mia canzone preferita di Tenco è Mi sono innamorato di te, scelta scontata, quella con la linea di testo che conoscono tutti, quella di cui si è parlato di più. D’altra parte se lasciate la disamina di Tenco in mano agli ultras vi ritroverete a leggere centinaia di pagine sbrodolanti che imputano al cantante l’invenzione della canzone d’autore, della canzone di protesta, della canzone popolare e (in casi fortunatamente rari) del punk. Se andate sul tranquillo e cercate “Tenco” su google, tra i primi risultati oggi c’è un articolo che si intitola “perchè Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco è da considerarsi poesia”. Se provi a spiegarla la rovini, se provi a suonare una cover ne esci con le ossa rotte. Io di mio sono contento di averlo conosciuto relativamente tardi, verso i trenta, lo riascolto di tanto in tanto e ci tiro fuori sempre qualcosa di buono.

Oh, e comunque io e la tizia stiamo ancora assieme. Ogni tanto nostra figlia costringe il nonno a cantarle una canzone. Roba dai cartoni Disney, niente Tenco per ora.

2 thoughts on “100 canzoni italiane: MI SONO INNAMORATO DI TE

  1. Il mio rapporto con Tenko è stato caratterizzato dai titoli di coda di “Maigret” sceneggiato RAI con Gino Cervi che mi vedevo in replica notturna dopo Marzullo, al rientro dal lavoro in un ipermercato dove facevo un lavoretto part-time (20-2 di notte) al rifornimento scaffali detersivi e prodotti per il bagno. Tornavo giusto in tempo per godermi “Un giorno dopo l’altro”, che ormai associo inevitabilmente all’insonnia dettata dalla alienazione lavorativa e dall’odore persistente nel naso di solventi e detersivi che maneggiavo. “Un giorno dopo l’altro… la vita se ne va… Domani sarà un giorno uguale a ieriiii”. La farò suonare al mio funerale.

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