Canzoni che mi fanno piangere #1 – In love with a view.

[Il post qui di seguito è stato scritto circa quattro anni fa, poi devo averlo trovato troppo emo e non ne ho mai fatto niente. L’altro giorno Andrea Guagneli dei Brothers In Law mi ha fatto ritornare in mente questa canzone e sono andato a cercarmelo: in qualche modo mi è piaciuto, o ho trovato che ci fosse dentro una qualche parte di me, e ho pensato di mandarlo al sito dove pubblico le cose emo.]

I Mojave 3 nascono da tre fuoriusciti dagli Slowdive (il gruppo shoegaze dopo i Mbv) che partendo da lì ci mettono un po’ più di ballate; restano le chitarre suonate in quel modo, ma su fondamenta più classiche: in qualsiasi cosa scritta su di loro si parla di folk e si nomina la parola country.

Il loro terzo album, bellissimo, si apre con una di quelle canzoni che ti fulmina istantaneamente, si chiama In love with a view.

Da qualche parte enrico ghezzi (il minuscolo lo vuole lui) ha detto che il modo migliore di guardare un film è abbioccandosi un po’ ogni tanto (sono quasi sicuro che non si sia espresso esattamente in questi termini), quando si è stanchi. Perché il film si mescola a altro, diventa più liquido, più suggestivo, e anche il senso del tempo si disperde.

Una cosa bella con le canzoni è immaginarsele per i cazzi propri, senza neanche sapere se quello che stiamo pensando corrisponda al vero, magari anche capendo male quello che viene detto, capendo una parola sbagliata, o immaginandosi una traduzione che non esiste, o attribuendo significati sbagliati alle parole.

In love with a view parte come una ballata abbastanza classica, quasi dylaniana, non ha un ritornello ma solo strofe tutte più o meno uguali, è tutta un crescendo e man mano le strofe si arricchiscono di elementi, e tra la terza e la quarta c’è una parte strumentale dove succede un po’ di roba (bella), ci si ricorda da dove viene il gruppo, e poi il pezzo torna a spogliarsi. Ma per una volta, contrariamente a tutti i miei principi, mi disinteresserò della musica e mi concentrerò solo sul testo.

A parte la bella voce il miracolo qui è una canzone che ti trasporta immediatamente in un mondo, in uno stato d’animo.

“I had a plan that was built on thinking too long”. Io avevo un piano, e tu no. E era basato non su quello che avevamo vissuto, ma sul mio pensare troppo, farmi un sacco di viaggi, immaginare un futuro insieme e cose del genere, quando tu non eri probabilmente così interessata.

Poi direttamente un’immagine: “canadian winters at home with your sisters”. Non un inverno solo, l’idea di vari inverni che passano, una sequenza. Inverni canadesi, non inverni qualsiasi: roba di neve e di camino acceso in casa. In casa con le tue sorelle, che nelle fantasie non ci si fa mancare neanche i dettagli.

“The romance was hard to ignore” e io non so se sta descrivendo com’erano le cose nella storia, ma secondo me anche questo romanticismo difficile da ignorare era soprattutto quello della sua fantasia. Notevole anche il quasi litote di non definirlo un grande romanticismo, ma un romanticismo soltanto “difficile da ignorare”.

E poi la chiusura perfetta della strofa: “You were beautiful i was happy to fall”.

Come un “via libera”, come se facesse saltare un gancio da qualche parte tra gli occhi e il cervello. Pensando a cose che non sono state, al gioco delle colpe.

Un capolavoro di melodia (quell’abbassarsi di “happy to fall”) e due frasi che contengono un mondo. La nostalgia di qualcosa che non capita più da non so quanto tempo.

“To fall”: cascarci, lasciarsi prendere da qualcuno e tutto il resto importa molto di meno. Eri bella e ci sono caduto. Felice, pure.

Eri bella. Alla fine è tutto lì. Ti guardo e penso che sei bella, in generale, che è bello stare con te, che non voglio nient’altro. Due frasi, la perfezione.
E quel “fall”, che può essere del tutto neutro ma anche farci già intuire che non andrà bene, che succederà qualcosa.

Poi si parla di questo panorama che lui prospetta e che lei ricorda, e allora lui è contento di poter pensare che sia tutto scritto nel destino.

Lui con il suo piano – presumibilmente quello di prima – e una tasca piena di poesie se ne sta alla stazione “heroically tragic bearded and blinded with obsession” (che insomma fattela venire in mente tu come definizione), poi precisa ancora meglio: sono una macchina senza speranza troppo vicina al burrone per andare lontano. Ce le avete presente le macchine nei film che restano lì in bilico? Sempre a proposito di scrivere per immagini.

Poi “I showed you my field” e immediatamente specifica “i said this is my field”, che sono un po’ la stessa cosa “ti ho mostrato il mio campo” e “ti ho detto questo è il mio campo”. È la classica frase che verrebbe segnata come ripetizione in un tema. Però stavamo parlando di immagini, di rafforzamenti, e di come suona. È un po’ la stessa cosa di quando prima dice “I remember you searching, I thought you were searching”.

E la chiusura di strofa, ancora una volta: “but you weren’t impressed”. Un’altra litote. Sempre un po’ tirato indietro, neanche una cosa grossa: mentre io sono qui che voglio rivoluzionare la mia vita tu semplicemente non sei molto impressionata. Anche nel tuo non fregartene un cazzo non c’è niente di epico, c’è un piccolo sbuffo, guardare da un’altra parte, controllare l’orologio. Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato, diceva un altro.

Mi chiedi perché siamo qui. E una gran parte di te è lontana da qui. Così lontana da qui. “Una così gran parte di te è così lontana da qui”. E come nella stessa frase il tono sale e scende e si butta un po’ via sulla fine. E lo ripeto, lo ripeto. Come a scuotere la testa.

Ormai il sentore della fine si sta manifestando, mentre scuoto la testa lo sto capendo anch’io che questa è la fine, che ci fermiamo qui.

“Ed è bastato il suono della tua voce per farmi capire tutto”.

E allora alla fine ti spiego com’è andata, visto che ho capito. Sempre in due versi, che dicono tutto.

E ci spiegano che questa è la canzone del rimpianto, di quello che non è stato, degli amori non successi: non è andata. Era una cosa semplice, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – non c’era quella stessa luce negli occhi, non c’erano quei pensieri da parte tua.

Era un piano basato sul mio pensare troppo (te l’ho detto all’inizio): speravo di poterti mostrare lo stesso paesaggio (quello che avevo io nella testa), cioè quello di te alla finestra e io che mi sentivo bene. Speravo che ne facessi parte, che questa immagine potesse diventare qualcosa, che la rendessimo reale. L’idea di una quotidianità. L’idea squallida e borghese di una serena quotidianità insieme, vista da una finestra (in un cazzo di inverno canadese).

Vista da qualcun altro, magari anche con un po’ d’invidia; o proprio da me mentre torno a casa, con la serenità di chi sa quello che lo aspetta: qualcosa di caldo “and me just feeling fine”.

Una cosa che non c’è mai stata, che è rimasta solo un’immagine nella mia testa.

Un’immagine che ora, quando ci ripenso, è soltanto una cartolina della mia nostalgia per quando quell’immagine era ancora una possibilità.

Sehnsucht (pronuncia: [ˈzeːnzʊxt]) è un sostantivo tedesco che si traduce come “desiderio”, “brama”, o “voglia”, o in un senso più ampio come un tipo di “profonda mancanza”. Tuttavia è difficile da tradurre in modo adeguato, e descrive uno stato emotivo profondo. Il suo significato è in qualche modo simile alla parola portoghese saudade. Sehnsucht è una parola composta, proveniente da “un desiderio ardente o brama” (Das Sehnen) e “dipendenza” (die Sucht). Tuttavia queste parole non contengono adeguatamente il pieno significato del loro composto, anche se considerate insieme.

La parola rappresenta pensieri e sentimenti su tutti gli aspetti della vita che sono non finiti o imperfetti, insieme all’anelito per altre esperienze ideali. È stato definito come aspirazione alla vita o ricerca della felicità da parte di un individuo che deve affrontare la realtà di desideri irraggiungibili. Questi sentimenti sono solitamente profondi, e tendono ad essere accompagnati da sensazioni sia positive che negative. Questo produce ciò che è stato spesso descritto come un evento emotivo ambiguo”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sehnsucht

 

(Federico Sardo)

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