Mount Eerie il corvo e le iperboli

Per tutta una serie di cose che ho visto e letto ultimamente sto attraversando una fase di vergogna per il quantitativo di iperboli che metto nella roba che scrivo. Oddio, mi sono sempre vergognato un po’ di queste cose, ma di recente lo trovo intollerabile. Ad esempio se un disco è rumoroso può capitarmi di definirlo “devastante”, e la maggior parte della musica che ascolto non mi devasta affatto (non riesce manco a far friggere le casse dell’autoradio, su). Il 99% di ciò che definisco “incredibile”, “spaventoso” e “orribile” non mi provoca alcun sentimento di incredulità, spavento e orrore. Utilizzo queste espressioni per dare un briciolo di brio alla roba che scrivo, un po’ per non sentirmi il redattore di una rivista di giardinaggio e un po’ perché voi siete anche peggio di me. C’è una regola non scritta per cui si scrive di musica come se la musica fosse un’esperienza mistica totale che rende impossibile fare altro, il che è abbastanza ipocrita se considero il fatto che spesso ascoltiamo i dischi in streaming su Youtube per non doverci alzare e mettere su il CD. Provate a sfogliare una rivista o un sito di musica e sottolineare le palesi esagerazioni/stronzate che ci trovate dentro: non se ne esce vivi, nel senso che ce ne sono migliaia ad ogni pagina, cioè centinaia, cioè almeno una o due. Sarebbe fichissimo riuscire a sistemare questa cosa con un qualche tipo di decreto ingiuntivo internazionale: dal giorno 9 maggio 2017 sarà impedito a chi scrive di musica di utilizzare iperboli. Giugno 2017, Car Seat Headrest disco del mese su XXXXXXX. Recensione: “Ci si può rendere conto fin dal nome che abbiamo scelto che questo mese non ci sono dischi particolarmente degni di nota o coinvolgenti, men che meno personaggi a cui valga davvero la pena di dedicare una recensione di 4000 battute piuttosto che le canoniche 800/1000. Dal punto di vista statistico è ragionevole pensare il mese prossimo ospiteremo in questo stesso spazio spazio un nome ancor meno interessante. Questo disco comunque è carino, almeno quattro delle canzoni contenute al suo interno raggiungono la sufficienza piena, ma non abbiamo alcuna intenzione di lanciarci in elucubrazioni senza senso che spieghino cosa ha di diverso da qualunque altro disco di questo genere”. Sarebbe meraviglioso, oltre che onesto (cioè sarebbe carino, oltre che non del tutto disonesto). Non lo facciamo solo perché nessuno può permettersi di perdere la faccia per primo.
Il principale problema di questo approccio è che a lungo andare è impossibile distinguere tra un disco che definisci “sconvolgente” e un disco che effettivamente ti sconvolge. I dischi che mi hanno sconvolto sono una parte minuscola di tutta la mia discografia, intendo quelli che mi hanno sconvolto secondo la definizione di sconvolgente che troviamo sul sito di Treccani: “part.pres. sconvolgènte, anche come agg., che suscita forti emozioni, che provoca un grande turbamento interiore”. Quali dischi hanno provocato in voi un grande turbamento interiore? Quali dischi dal cui ascolto siete usciti letteralmente a pezzi? È un’altra cosa che mi chiedo spesso di questi tempi. C’è una canzone che si chiama Real Death, è uscita qualche settimana fa. L’ha scritta Mount Eerie, cioè Phil Elverum, ed è una canzone che mi ha sconvolto. Parla di sua moglie, della sua morte, del modo in cui la morte arriva e ti cambia le cose. E poi parla di un giorno, una settimana dopo la morte, in cui arriva un pacco postale con dentro un regalo che lei aveva comprato in segreto prima di morire -uno zainetto per quando la figlia piccola sarebbe dovuta andare a scuola.
Ho avuto la fortuna di vedere un concerto di Mount Eerie, una volta. Ero a questo festival e dopo cinque o sei ore di fricchettoni alt-post-weird-harsh-noise è salito sul palco lui. Il concerto doveva essere un concerto dei Microphones, cioè, nella locandina c’era scritto The Microphones, ma sul palco al posto del gruppo c’era un tizio con una chitarra elettrica e un amplificatore minuscolo di quelli che credo si usino per suonare in cameretta. La cosa venne spiegata dal cantante, mentre strimpellava la chitarra “mi chiamo Phil e nel poster c’è scritto che questo dovrebbe essere un concerto dei Microphones, però io in realtà suono a nome Mount Eerie. The Microphones era il nome del gruppo dove suonavo ma adesso ci siamo sciolti.” Sul momento non si era capito, ma questa in realtà era più o meno la prima canzone del set, o comunque il set di canzoni non era molto diverso: melodie strane appena accennate che duravano dai venti secondi ai due minuti, senza usarci la cortesia di una strofa o di un ritornello. Giusto una vocina stentorea, due arpeggi di una chitarra suonata pianissimo, testi che parlavano di spiritualità e amore e di essere lì quella sera –c’era anche una specie di canzone sull’essere lì in quel momento e sull’aver pagato il biglietto o essere sulla guestlist. Lui era vestito di bianco, completamente di bianco (e questa non è un’iperbole: aveva una maglietta della salute bianca su un paio di pantaloni bianchi di cotone e portava un paio di calzini bianchi di quelli con il buco separato per il pollicione, con cui poteva indossare un paio di infradito bianche), completamente immobile e con un’espressione da impiegato sul viso. Per far capire che il pezzo era finito incrociava una gamba dietro l’altra, e le piegava leggermente ad accennare una specie di inchino. Oltre a far sostanzialmente sparire il ricordo di qualsiasi altro concerto avessi visto quel giorno, Mt Eerie mi ha rovinato qualunque altro concerto io abbia visto nei mesi a venire: chiunque in confronto a lui sembrava un poser esaltato senza alcuna ragione di esistere. Poi piano piano mi sono riconvertito al rockenroll e alle iperboli e alla gente che sudava e piangeva per finta sul microfono, e ho limitato le mie frequentazioni di Mt Eerie all’interesse per i numerosi dischi che Phil Elvrum, poi diventato Elverum, ha fatto uscire da allora –nessuno brutto, per quanto bizzarri e fuori asse potessero essere.
Da un anno a questa parte la morte è diventata un argomento centrale del pop. Abbiamo fatto il palato a dischi che parlano della morte di un figlio (Cave), a dischi registrati da artisti morenti (Bowie, Cohen), eccetera. Il più duro di tutti esce in questi giorni: si chiama A Crow Looked At Me ed è il primo album scritto da Phil Elverum dopo la morte della moglie Genevieve Castrée. Della storia è facile leggere in giro, quindi mi risparmio la fatica di ri-raccontarla. È un disco che parla della morte di una persona, e della vita di quelli che le sono sopravvissuti, con lo stesso tono con cui Phil Elverum spiegava che i Microphones erano il gruppo prima. Non è il primo disco a parlare della morte né il primo a parlarne così da vicino, ma è quel tono a renderlo così duro: nel giro di un pezzo è come se fosse morta la moglie del tuo migliore amico, e per una volta è una sensazione che rimane nell’aria anche dopo che hai staccato la musica Potrei dire che A Crow Looked at Me è uno dei dischi più sconvolgenti/destabilizzanti/tristi/commoventi che io abbia mai ascoltato; ma significherebbe più che altro ammettere di aver utilizzato questi aggettivi troppo spesso a sproposito, e di questo sono spiacente.

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5 thoughts on “Mount Eerie il corvo e le iperboli

  1. Non so se la morte sia diventata centrale nel pop davvero da un anno a questa parte, ma anche io nell’ultimo anno ho avuto modo di entrare in contatto con un disco così (Stage IV).
    E’ disturbante perchè fa ridere pensare che un disco possa buttarti davvero in faccia la morte, nel senso che, per quanto mi riguarda, la morte è sempre lì e fa sempre schifo uguale da che ne ho coscienza. Quindi ascolti il disco e di primo impatto ti colpisce perchè pensi che ti stia sbattendo in faccia chissà quale verità nascosta, ma in realtà di costringe solo a ripuntare gli occhi su qualcosa che da anni ti alleni a non guardare. Credo che la cosa che davvero distingue quelli che danno alla musica un posto speciale è lasciarle fare cose che non permetteremmo a nessun altro.
    Per me è così.

    Comunque io nel vostro mondo libero da iperboli e entusiasmi facili e spesso mal riposti non ci voglio vivere.

  2. confessione:

    nell’ultimo periodo come recensore di concerti, mi ero accorto che durante la classica fase di brainstorming andavo a buttare giù anche un tot. di aggettivi.
    aggettivi che poi avrei utilizzato per descrivere la qualsiasi (il suono, il locale, la band, il pubblico, ecc…). aggettivi che, dai che dai, erano diventati sempre gli stessi.
    potevo fare copia/incolla di questa roba per quasi tutte le recensioni.

    credo che la realizzazione di questo aspetto dello scrivere sia stata una delle cose che mi ha fatto smettere di scrivere.
    la ripetitività, la non-originalità e, probabilmente, anche il cercare termini nel tentativo di speziare la minestra senza riuscirci.

  3. Confesso che preferirei mille volte una recensione scritta in quello stile palloso ma sincero che un intero mondo senza nulla in mezzo fra Capolavori Assoluti e Cagate Abissali

  4. Intro interessante, molto, il resto il solito bla bla bla bla che leggerò altre sei volte da qui a sabato prossimo da altre parti per altra gente. Ma il senso del post voleva essere questo, giusto?

  5. Un altro disco “sconvolgente” sulla morte del partner del cantante è il bellissimo “Hospice” di The Antlers (2009).

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