Un approccio più borghese al problema dell’okkupazione a BOLO vez

I primi di aprile la Pepsi si trovò costretta a ritirare il suo ultimo spot per via de “l’ira dei social”, come la chiamano i giornali. Lo spot metteva in scena una manifestazione per i diritti civili, dalle forte connotazioni razziali: Kendall Jenner sta posando per un servizio su un lato della strada, si toglie la parrucca, si unisce alla manifestazione, guadagna le prime file, offre una Pepsi a un poliziotto in antisommossa, tutti sorridono si abbracciano e gridano olé. È un videoclip talmente assurdo e sbagliato da sembrare un documento importantissimo della nostra epoca, come se fosse riuscito ad unire l’impeto gradasso da multinazionale anni ottanta a quell’estetica del montaggio serrato anni dieci, alla Romain Gavras. Il dibattito sulla cultural appropriation fino al giorno prima era tre livelli sotto. Ecco, Kendall Jenner che offre la Pepsi al celerino è la prima cosa a cui ho pensato quando ho visto questa foto qui sotto, scattata la mattina dell’8 agosto a Bologna.

Il presente della Bologna occupata è piuttosto grigio. Ieri mattina (l’8 agosto è una data abbastanza significativa in città) la questura ha eseguito lo sgombero in contemporanea di Crash e Labas, due delle pochissime realtà autogestite rimaste in città. Al Labas sono seguiti scontri, di cui s’è vista qualche foto e qualche video. Stamattina prendevo il caffè al bar e ho letto l’articolo a commento sulla Stampa, firmato da Alberto Mattioli. L’articolo si intitola “La città dell’eterno Settantasette resta senza spazi occupati”. Nel contesto generale dell’informazione italiana è un articolo abbastanza standard, ma alla fine mi sentivo come dopo aver guardato lo spot della Pepsi: c’è una visione del mondo che esce fuori dall’articolo e che –pur essendo completamente irragionevole- sembra essere la base del dibattito di oggi. Mi permetto di copiare alcuni spezzoni e di mettere qualche riflessione mia, a volte legata e a volte no.

Adesso c’è chi evoca il fantasma del Settantasette, con i carri armati di Kossiga che scendono per via Zamboni. Esagerati. Però ieri mattina, in via Orfeo, centro quasi pieno, è stata guerriglia. La polizia è arrivata in forze per sgomberare il Làbas, centro sociale che occupa(va) l’ex caserma Masini, adesso di proprietà della Cassa depositi e prestiti che vorrebbe venderla.”

L’inizio è già piuttosto travolgente perché mette in scena una premessa, un modo di pensare che è spesso inconscio ma diffusissimo anche tra di noi, quell’atteggiamento un po’ blasé verso gli scontri di piazza. La premessa secondo cui sì forse c’è qualche isolato focolaio di protesta boh sì dai anche legittimo se vuoi ma questo non è né il Venezuela né il 1977, la polizia ha smesso da tempo la forma mentis intimidatoria e anticomunista e la base sociale abbia perso da tempo qualunque ragione di tirar su barricate. Nell’articolo sono presenti diversi riferimenti a questo tipo di sufficienza.

Sul fronte politico, il sindaco Pd, Virginio Merola, ieri in Sardegna, si chiama fuori: l’operazione è stata decisa dalla magistratura e attuata dalla questura, quindi «non ho titolo per interferire». Però promette «una soluzione alternativa» per il Làbas. Dall’opposizione tuona Lucia Borgonzoni, la sfidante leghista di Merola: «Il problema è che in Comune gli occupanti sono interlocutori più considerati di chi paga le tasse». 

Questo passo non è tanto significativo di per sé, quanto per il fatto che né le frasi di Merola né quelle della Borgonzoni sono commentate nell’articolo. Entrambe le dichiarazioni sono piuttosto stupide, tuttavia: la Bergonzoni definisce “interlocutori privilegiati” dei tizi che nelle stesse ore stanno venendo sgomberati a manganellate. Merola dichiara pubblicamente una cosa molto più grave, le cui implicazioni sono potenzialmente infinite: la sua amministrazione non ha alcun potere sulle questioni legate agli immobili della città. Questo tra l’altro è lo stesso atteggiamento di repressione-non-repressione che Atlantide e XM24 denunciano da anni: i referenti teorici dell’amministrazione che mischiano disponibilità al dialogo e declinazione-di-ogni-responsabilità per rendere il confronto inutile in maniera sistematica. Come a dire: io con voi ci parlo anche ma se poi arrivano coi manganelli non è colpa mia. Se un sindaco non viene interpellato e non ha responsabilità alcuna in merito agli sgomberi nella città da lui amministrata, in cosa consiste di preciso la sua autorità? Perché si dovrebbe spendere tempo soldi ed energia per votarlo?

Qui però bisogna intendersi. Perché il Làbas era un centro sociale «buono», che offriva attività culturali, un laboratorio per i bambini, un mercatino biologico e un letto a qualcuno che non l’ha (a proposito: da ieri, sono a spasso una ventina di migranti in più). Ne parlava bene perfino l’ex presidente del quartiere, Ilaria Giorgetti, ed è una notizia perché la signora è di Forza Italia. (…)  Conferma Bruno Simili, vicedirettore della rivista del «Mulino», grande patrimonio culturale bolognese: «Il Làbas non va confuso con i gruppuscoli che cercano visibilità occupando spazi nella speranza di farsene buttare fuori. È, o era, un luogo frequentato anche dalla borghesia del quartiere».  

È nel momento in cui l’articolo prende le difese di uno dei posti che inizia a delinearsi davvero lo scarto tra un mondo e il racconto di quel mondo.

Se avete seguito gli sgomberi di ieri avrete notato che lo sgombero del Labas ha fatto molto più rumore di quello, contemporaneo, del Laboratorio Crash. Questo nonostante il Crash sia presente e attivo in città da molto più tempo del Labas. La ragione principale è che il Labas era considerato da moltissimi un esempio virtuoso, positivo, di occupazione. È questa la principale tematica oggi, la contrapposizione tra virgolette ideologica di due modi di occupare. Da una parte ci sono quelli CATIVI, i covi strapieni di fancazzisti fuorisede che a casa loro col cazzo che occuperebbero una caserma dismessa, quelli con le pulci e la musica alta in cui se entri ti iniettano l’eroina con le siringhe usate contro la tua volontà –e che a quanto pare, per Simili, mettono in piedi tutto questo ambaradan solo per farsi menare dai poliziotti. Dall’altra ci sono i BUONI, quelli che mettono in scena un modello di occupazione all’insegna del pensare positivo e vagamente new age (che credo si risolva fondamentalmente nel mercatino bio, dove persino LA BORGHESIA si degna saltuariamente di metter piede).

È una distinzione stupida. Lo è sia nelle premesse che nell’evidenza empirica.

(Io sono un borghese, comunque. Impiegato con titolo di studio, possiedo una casa e un’automobile, ho figli, bevo il cappuccino al bar e a volte leggo pure La Stampa. Non sono mai stato al Làbas, anche se in diversi me ne hanno parlato benissimo; ho messo piede diverse volte negli altri squat della città, che in quelle serate specifiche smettevano di iniettare la droga ai presenti e offrivano attività culturali per borghesi disposti su tutto lo spettro politico, tipo i concerti. Lo so che è un’ovvietà, lo dico solo per far capire che il tessuto sociale di una città e delle realtà che lo compongono è COMPLESSO. Lo so che è dura parlarne fuori dall’accademia, ma qualcuno deve pur farlo.)

La narrativa del “bene i centri sociali buoni e male i centri sociali cattivi” è come quella del “bene gli immigrati che vengono qui per lavorare, male quelli che vengono qui a rubare stuprare o grattarsi il culo”. È una narrativa che si basa su un presupposto: i csa (o i residenti extracomunitari) sono corpi estranei alla vita sociale di una città, a cui dev’essere imposto di guadagnarsi una legittimazione coi fatti o andarsene fuori dalle palle. Questo presupposto se si parla di Bologna è particolarmente paradossale: è un dato di fatto che da circa mezzo secolo moltissime delle più importanti/vive/attive/riconosciute manifestazioni culturali della città si riconducono a spazi autogestiti. Ma anche in generale, se si accetta questa premessa, se ne può discutere solo in due modi: da ignoranti, o in malafede. E alla prova dei fatti, quando è ora di procedere agli sgomberi non sembra che le autorità competenti facciano molta distinzione tra Làbas e Crash. Nonostante la corsa ai distinguo delle autorità non-competenti, tra cui appunto il sindaco.

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C’è un’idea alternativa che viene fuori quando questa storia la racconta chi gli spazi li occupa. È quella di un folle e mastodontico progetto per la riqualificazione di Bologna, secondo il quale la città ha la concreta possibilità di diventare una specie di scicchissima San Gimignano da mezzo milione di abitanti. È un progetto che passa attraverso la ripulitura di interi quartieri strategici, tipo la zona dietro la stazione –da cui appunto origina l’esigenza di radere al suolo l’Ex Mercato, che resiste da anni ad una fine già scritta (celeberrimo il muro di Blu, a cui seguì la famosa cancellazione dello scorso anno)- e si fonda sull’idea di trapiantare tutto il sottobosco abbestia bolognese (il quale, sia chiaro, non si limita a due spazi occupati, ma a tutto il tessuto sociale meno abbiente) al di fuori delle mura della città. All’interno di questo progetto di ingegneria sociale, di gentrificazione pilotata dall’alto, il dibattito non è tanto sulla presunta legittimità degli sfratti, degli espropri e degli sgomberi. Su quelli sono più o meno tutti d’accordo. Il dibattito è se non si possa riconcepire in senso sociale esperienze “esemplari” di organizzazione dal basso come il Làbas, ed è impossibile capire cosa significhi di preciso “soluzione alternativa” nella lingua della giunta Merola, ma immagino che qualcuno stia pensando a una specie di quasi-Làbas di diretta emanazione comunale, magari sponsorizzato Eataly (o Pepsi), ancora più ben visto dalla borghesia locale.

Se si ragiona in questi termini il discorso è finito molto prima di iniziare. Se si ragiona in questi termini il Làbas diventa buono perché ha manifestato il desiderio inconscio di adeguarsi al new deal della Bologna grassa dotta e rosa pallido, e da quel poco che so del Làbas non c’è niente di più distante dal vero. 

È ragionevole pensare che questo progetto fallisca, e che lo faccia dal loro punto di vista (quello dei dividendi, dell’indotto eccetera). Per quanto riguarda quelli che vengono sgomberati, credo che siano da tempo i più lucidi e consci di quale sia la loro posizione all’interno delle dinamiche di potere, i discorsi sulla solidarietà e le priorità politiche dentro le mura della città. In questo penso che davvero Bologna sia in qualche modo un esempio, un’avanguardia. L’aggressiva politica del riqualificare tutto e del correre incontro a un’inesistente classe media, per citare John D. Raudo, passa attraverso un drammatico strappo tra i cittadini e la città, nel senso istituzionale del termine.

Adesso c’è da pensare a domani e ognuno lo farà sulla base di quello che si sente. Gli scambi successivi tra Merola (il quale, non avendo alcuna autorità, non si capisce perché continui a entrare nel merito) e il Làbas suonano già piuttosto grotteschi. Lascio un link, se volete tenervi un po’ aggiornati (ci sono appuntamenti, ci sono aggiornamenti, eccetera). La foto sopra è stata pubblicata dal Labas, più o meno in contemporanea allo sgombero. Non so chi l’abbia scattata, se qualcuno me lo dice metto i credit.

10 thoughts on “Un approccio più borghese al problema dell’okkupazione a BOLO vez

  1. l’articolo è molto interessante.ma finchè non si farà una legge che obbliga a chi ha proprietà fatiscenti a ristrutturarle e farle rivivere come meglio crede,chi occupa lo fa illegalmente.anche se con i migliori propositi.il limite del comune non sta nell’atteggiamento,certamente sbagliato,di lavarsene le mani dopo le manganellate.ma nel non aver fatto rispettare la legge il giorno stesso dell’occupazione.se cosi’ fosse stato,magari il Labas avrebbe fatto come fanno tutte le associazioni di volontariato e di recupero sociale:cercare una sede da affittare.ma pare che,se da una parte il comune latita,c’è chi continua ad agire con una logica sessantottina:quella dell’occupazione illegale.

  2. Davvero un articolo ben fatto…ricco di spunti interessanti! Stefano Olivieri hahahaha

  3. A volte il silenzio è d’oro. Tentare di scrivere un articolo su ciò che non si conosce, non ha senso.
    “Ma anche in generale, se si accetta questa premessa, se ne può discutere solo in due modi: da ignoranti, o in malafede.”
    Tu ne hai scritto da ignorante. Informati.

  4. Se non sei mai stato al Labas quello che scrivi ha lo stesso valore delle chiacchiere da bar. É il solito articolo di un borghese fino al midollo che scrive contro i borghesi. I centri sociali NON sono tutti uguali,mi sono stufato delle strategie rivoluzionarie concepite nella pausa caffè,da vecchi borghesi che mai scenderanno in piazza a prendere manganellate.

  5. Ma come? Tanto a dire che bisogna superare la divisione buoni/cattivi e poi ci ricadi dentro con entrambe le scarpe lasciandoci un link, per tenerci un po’ aggiornati, alla pagina fb di Labas?

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