100 canzoni italiane: I TRENI DI TOZEUR

Enzo Baruffaldi
www.polaroid.blogspot.com

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All’inizio dell’estate del 1984 I treni di Tozeur è al primo posto nella Hit Parade dei singoli più venduti in Italia. Io sto camminando verso il bar sulla spiaggia tenendo per mano mio nonno. Abbiamo appena finito di cenare, lui arriva fino al bar per prendere il caffè e fumare una sigaretta di nascosto da mia nonna. Io mi siedo a uno dei tavolini e, se il televisore in alto nell’angolo è acceso, guardo le repliche di Spazio 1999. Il comandante Koenig corre sempre contro il tempo, e le astronavi (le Aquile!) esplodono mentre si levano in volo dalla Luna. 

Il mese prima, Alice e Battiato avevano portato I treni di Tozeur all’Eurofestival in Lussemburgo. Erano arrivati soltanto quinti ma per molti erano stati i veri vincitori morali, oltre ad aver ottenuto il maggiore successo di vendite di quell’edizione. Io e mio nonno camminiamo tenendoci per mano sul sentiero di larghe mattonelle di cemento, intorno siepi basse, una fila di pini marittimi davanti ai bungalow, uno spiazzo di ghiaia e sabbia che di giorno è pieno di automobili. Mentre camminiamo il cielo è ancora pieno di luce azzurra dopo il tramonto, l’edificio poco più avanti è bianco e arancione. Il vento che soffia dal mare, le cui onde scure intravediamo appena tra le file di ombrelloni già chiusi, trasporta la musica del juke-box del bar, e sento arrivare, tra quella luce e il soffio salmastro dell’acqua dell’Adriatico, il ritornello eterno di I treni di Tozeur:

“e per un istante / ritorna / la voglia di vivere / a un’altra velocità”. 

Se mai la mia vita ha registrato una velocità a cui ritornare, ha fissato e inciso per sempre un desiderio primo come unità di misura per tutto quello che è sopraggiunto poi, è stato lì: in quell’istante trasparente di una sera d’estate appena cominciata, nella musica portata dal vento, camminando senza fretta, vestiti bene per uscire dopo cena. “E un ricordo di me / come un incantesimo”. 

Nella Top Ten di quella settimana I treni di Tozeur batte hit internazionali come Relax dei Frankie Goes To Hollywood, Jump dei Van Halen, Big in Japan degli Alphaville e lo strepitoso esordio della seconda vita di Raf, Self Control. È l’estate in cui escono Born In The USA di Springsteen e People From Ibiza di Sandy Marton. Il Festivalbar lo presentano Claudio Cecchetto e Ramona Dell’Abate, e lo stravince Fotoromanza di Gianna Nannini. Sulla Rai va in onda “Un disco per l’estate” da Saint Vincent, condotto da Barbara Bouchet, Jocelyn, Anna Pettinelli e Mauro Micheloni. Lo vincerà Tony Esposito con Kalimba de luna, ma intorno al televisore dei nostri vicini di casa del mare noi restiamo sbigottiti per un allucinato e disgustato ragazzo biondo platino, Billy Idol che canta in playback Eyes Without A Face

È l’estate delle Olimpiadi di Los Angeles, dopo quelle invernali di Sarajevo. In Italia è al governo Craxi, a giugno muore Berlinguer. Io e mia sorella ascoltiamo l’Hit Parade di Radio 2 stesi sul letto a castello il sabato pomeriggio, gli scuri mezzi chiusi, la sigla con il conto alla rovescia (in inglese!) e poi, “ignition”, parte un razzo e si schianta tutto. Nessuno di noi due sa dove si trovi Tozeur, né capisce perché proprio là costruiscano astronavi dentro chiese abbandonate, ma l’assolata idea di quei solitari villaggi di frontiera, di quel treno che passa lento e se ne va lontano, riempie per sempre il senso di quella vacanza, la distanza inseguita dentro il tempo di ogni vacanza da allora.

Della strada di quella casa in ombra ricordo ancora la Fiat Ritmo cabrio rossa scintillante, la Matra della famiglia di Milano, che sembrava pronta per un safari e che invidiavo tantissimo, e la mia preferita: una Mehari sempre piena di fango, secchi e corde, di un pescatore di Porto Garibaldi. Un ragazzo arriva sopra una Vespa e aspetta seduto sulla staccionata che la ragazza scenda, e lei si affaccia dal balcone con i capelli ancora bagnati e gli urla ridendo “dimmi che sono bellissima”, mentre passiamo camminando io e mio nonno, per mano. 

I treni di Tozeur rappresenta l’apice della collaborazione di Alice, Franco Battiato e Giusto Pio. Certo, tre anni prima avevano vinto un Sanremo con l’altezzosa Per Elisa, canzone di cui all’epoca ignoravo le possibili allusioni all’eroina. Messaggio è un fantastico esempio di come gli Anni Ottanta fossero capaci di rileggere e rinnovare la musica dei Sessanta, aprendo la strada al capolavoro dei Righeira, L’estate sta finendo, di qualche anno dopo. Chanson Egocentrique è tra le espressioni più sofisticate mai apparse nel pop mainstream italiano, e ha davvero del miracoloso come nel 1980 sia potuto diventare un tormentone Il vento caldo dell’estate. Ma, per me, è con I treni di Tozeur del 1984 che ogni elemento raggiunge la compiutezza: il contrasto tra i vasti archi morbidi e l’equilibrata struttura sintetica rispecchia l’intreccio delle due voci di Alice e Franco Battiato dentro quella melodia malinconica (che, avremmo scoperto da grandi, nasconde citazioni di Mozart). Il rapidissimo crescendo che precede il ritornello insegue la scossa improvvisa del desiderio. Ma il gesto più semplice e decisivo è già tutto alla fine della prima strofa, quando il cantautore siciliano si tira indietro proprio sulla parola “Tozeur”, pronunciata all’unisono, e in un cross-fade perfetto fa emergere la limpida voce di Alice, e lascia che sia lei a condurre: è lì che la canzone mostra tutta la sua eleganza e la sua commovente poesia. Come se dentro quella melodia malinconica in fondo a un juke-box le voci si prendessero per mano, e a un certo punto si lasciassero per proseguire.

 

One thought on “100 canzoni italiane: I TRENI DI TOZEUR

  1. Bellissima, una delle mie canzoni italiane preferite di sempre, e non sono manco un fanatico di Battiato. Che comunque di belle canzoni ne ha scritte parecchie, ma I treni di Tozeur è proprio perfetta.
    Non sapevo fosse arrivata addirittura prima in classifica, a dirla tutta ho sempre avuto l’impressione che fosse abbastanza sottovalutata o forse un po’ dimenticata rispetto a tante altre sue cose. Bello scoprire che mi sbagliavo.

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