cheeese

 

I giorni scorsi mi è arrivata una newsletter di DNA Concerti che annunciava il tour autunnale di Giorgio Poi. È la classica newsletter: ci sono le date di Giorgio Poi, le info su Giorgio Poi e una foto di Giorgio Poi. Nella foto di Giorgio Poi c’è Giorgio Poi con un palloncino davanti alla faccia, e sopra il palloncino c’è disegnato Giorgio Poi che mangia un gelato con aria sconsolata. Mani avanti: non ho nessun problema con Giorgio Poi, non ho opinioni positive né negative sulla sua musica, è quella classica combinazione di musiche sgarzoline e testi sgarzolini che a volte trovo tutto sommato carina e a volte tutto sommato insopportabile (nel senso, la stessa canzone può passare da uno all’altro estremo) (è possibile avere opinioni opposte sulla stessa canzone, lo so che capita anche a voi, non dovreste vergognarvene) e va ad ingrassare quella media aritmetica del sei-e-mezzo-abbondante che detta la linea delle riviste musicali; però mi piace un casino il nome Giorgio Poi, inteso proprio come pura combo nome-cognome. Non so da dove venga ma è da quando sono piccolo che ho questa cosa un po’ autistica di ripetermi ossessivamente nella testa alcuni nomi e cognomi (tipo Jeff Mangum). Insomma, l’altra sera stavo guardando la newsletter di Giorgio Poi mentre mi ripetevo in testa il nome “Giorgio Poi”, e continuavo a fissare un punto imprecisato del vuoto all’interno della foto di Giorgio Poi, e aver passato dopo dieci minuti a poltrire intellettualmente in questo loop estenuante mi si è rimesso in funzione il cervello, così d’improvviso, e d’un tratto ero avvolto in questa angoscia assurda, in questo spleen esistenziale per interposta persona nel quale sentivo d’essere Giorgio Poi, o peggio ancora Giorgio Poi triste e depresso e disegnato su un palloncino e sostenuto da un se stesso che ha abbandonato ogni desiderio d’esser figura umana complessa. Poi è chiaro che uno si scrolla di dosso queste puttanate, ma per un momento ero davvero sopraffatto dal vuoto cosmico. In ogni caso ho deciso che la prima volta che avrò l’occasione di vedere Giorgio Poi dal vivo, cercherò di avvicinarmi a lui, gli allungherò una banconota da cinque euro e cercherò di tirarlo su con i miei migliori occhi da cucciolo, sussurrandogli “Dai, non fare così, ecco, comprati un gelato.” Però non voglio sembrare un fissato, voglio dire, lo so che si tratta di una normalissima foto promozionale e che parliamo di una cosa non esattamente decisiva nella valutazione globale di un artista o di un genere musicale. (nota post-pubblicazione: mi hanno già detto in due che è un microfono. probabilmente avete ragione, ma non vi viene comunque addosso una gran tristezza?Giusto per togliermi lo sfizio, ho comunque deciso di passare i successivi 15 minuti a cercare la foto di un musicista che desse un’idea positiva in relazione al contesto in cui veniva inserito. Che ne so, un viso sorridente, scherzoso, preso bene, rilassato, tranquillo, non troppo in posa.

Niente da fare.

Provateci anche voi: è evidente che da qualche parte qualcosa non funziona. Non è un problema circoscritto alla roba che ascolto o all’Italia; è una cosa globale, universale ed unisex. Inizi a sfogliare vieni sommerso da tutte queste foto identiche una all’altra: gruppi metal-ish incazzatissimi con barbe lunghe capelli marci e occhi sul fotografo come se gli avesse scopato la sorella, e subito dopo i cantautori depressi che guardano a terra in qualche zona degradata della città in cui vive, e poi i rapper che sborrano vogliosi sull’obiettivo indossando abiti appena usciti dalla fabbrica Adidas in Indonesia, e ci sono i musicisti vintage con addosso la combo barba/capelli/cappotto/spleen anni settanta e i residuati della new wave riprodotti coi colori seppiati della vita di merda di cui cantano da 35 anni, e quando va bene c’è qualche produttore di grido ben vestito una pianta ma praticamente nessuno sorride. Mai. Uno su quindici a dir tanto.

Tutte le volte che mi capita di pensarci, e fortunatamente non è così spesso, ne esco distrutto. Se fate il confronto con altri campi è devastante: che ne so, per ogni modella algida e incazzosa ce n’è una sorridente e piaciona; le starlette televisive hanno un’aria sbarazzina e tranquilla, gli attori grossi si fanno fotografare durante la routine quotidiana. Ma che cazzo ne so, prendete anche solo le foto aziendali nei siti e nelle brochure. Se un fotografo entrasse domattina nella mia azienda e ci dicesse “facciamo una foto di gruppo”, è ragionevole pensare che lo scatto conterrebbe cinque o sei facce sorridenti e magari uno o due impiegati che fanno gli idioti. Com’è che i musicisti, cioè gente che nell’interpretazione classica della materia ha fatto di tutto perché il grigiore della vita da ufficio non li riguardi, sembrano sempre avere una scopa infilata su per il culo? Non è tanto legato a un caso o all’altro, anche perché in tutta franchezza Giorgio Poi ha il sacrosanto diritto di farsi fotografare e disegnare sui palloncini come cazzo preferisce, e magari dietro al palloncino se la ride di stramaledetta come ci si può aspettarsi da uno che si fa fotografare in quel modo. È che c’è una questione cognitiva in ballo: ho basato tutte le mie frequentazioni musicali, forse con troppo ottimismo, sull’idea che suonare/ascoltare la musica sia divertente. È vero che non ho mai suonato in un gruppo e mi sono perso tutta la parte di situazioni penose, stenti, difficoltà nel ghetto, letti scomodi, promoter disonesti, abbrutimento del vestiario e generico disagio, ma pensavo che alla fine della fiera salire sul palco e suonare la batteria fosse divertente, e che questa cosa del divertirsi sia la principale ragione per cui la gente continua a suonare. Mi sbaglio? Quand’è che le cose sono cambiate? Perché le pagine delle riviste sono così piene di depressi cronici e titanici personaggi ingabbiati nel loro cliché, come se suonassero per pagare gli strozzini, come se ogni cosa bella legata alla musica scomparisse magicamente ogni volta che qualcuno prova a introdurre una fotocamera dentro al locale?

(Ora, è chiaro che in certi contesti questo problema non si pone. Ad esempio se sei un artista pop ultraemerso è possibile che le foto che pubblichi siano il risultato di un incontro tra sei o sette uffici competenti in materia, che magari stanno cercando di vendere un certo concetto umano attraverso un certo modo di farti cadere luce addosso al viso accigliato. Ma quest’idea tocca una minoranza assoluta di artisti e va studiata cercando di eliminare il fattore umanità dall’equazione -è una cosa che tra l’altro mi è venuta in mente guardando il documentario su Lady Gaga, quello uscito in questi giorni in cui lei a un certo punto si fa riprendere da un cameraman mentre fa sentire per la prima volta a sua nonna una canzone dedicata alla figlia di lei morta diciannovenne (ma non badate a me, tutti quanti stan dicendo che Five Foot Two è un capolavoro di intimità e delicatezza))

Magari uno può dire che è importante apparire e promuoversi in un certo modo, che la foto serve a vendere in qualche modo un’idea di musica, e poi comunque la fotografia è una forma d’arte in sé che può non riflettere necessariamente gli stati d’animo e bla bla bla. Però poi quelle foto vanno a decorare la  back cover di dischi comprati da trentenni, e i servizi a tema in riviste comprate da trentenni. Quando dico trentenni so di esagerare per difetto. Così hai il gruppo doom sludge vestito di nero con le facce accigliate, e il musicista indie in pieno effetto Baudelaire, che suonano e registrano musica destinata a un branco di vecchietti. Domanda stupida: avete amici trentenni che si esaltano a guardare le foto dei gruppi metal incazzosi? O anche: berreste volentieri una birra con i tizi ritratti nella foto? O anche: se foste i gestori di un bar che fa concerti il venerdì sera, ospitereste questa gente a suonare nel vostro locale basandovi solo sulla foto? Vi danno l’idea di poter svolgere un buon lavoro di intrattenitori?

Non so quando le cose siano cambiate. Nella mia percezione non sono sempre state così, ecco: se guardate i dischi del passato nella vostra collezione, c’era quantomeno un margine di errore. Non voglio tirare fuori la roba edonista stile glam metal -anche se mediamente le foto dei gruppi glam metal davano l’idea di gente che si divertiva, ecco. Ma ad esempio Reign In Blood ha questa copertina angosciante coi caproni e le teste mozzate e la musica violentissima e tutta quella roba nazista nei testi, ma c’è anche una foto dietro al disco con quattro normalissimi ventenni presi bene, che cazzeggiano con le lattine di birra e si tirano i capelli a vicenda. Come minimo uno guarda la foto e pensa che questi qua siano amici, e che magari nella loro testa quella musica possa essere divertente. Il che, peraltro, è uno dei concetti chiave per capire appieno Reign In Blood. Ma pure i Beatles, per dire, facevano un sacco di gag idiote durante i servizi fotografici; ancora oggi Paul McCartney è più facile vederlo con gli occhi vispi da vecchietto del pop, e quell’espressione che si ritrova addosso è una parte fondamentale della sua grandezza artistica. Tipo io non sopporto i Beatles, musicalmente, ma una cena con Paul McCartney me la farei al volo, capace che alla fine paga pure il conto. Oggi di quella roba lì non è rimasto quasi nulla: il musicista pop medio, in qualunque fascia di età, continua a cercare quell’impatto fotografico brutale alla Joy Division. Sicuramente Anton Corbijn non è mai passato di moda, e non credo ci sia davvero un problema in questa cosa. Semmai il problema è che sono passati di moda tutti gli altri. Poi ti capita anche, per dire, di vedere gente della scena che posa nelle nuove campagne di Gucci, e tutto sommato sei contento per quelli di loro che hanno improntato la loro poetica artistica dell’ultimo decennio per finire in queste campagne. E poi li guardi in faccia e sono presi malissimo pure lì.

Sono anni che si parla di crisi artistica di questo o quel genere musicale (praticamente sono tutti in crisi a parte il rap, nel quale non c’è una crisi ma tipo una spaccatura), e se ne parla in termini di pubblico o in termini di influenza sui costumi o in termini di che cosa ascoltano i quindicenni, o in termini economici. Quasi nessuno parla mai di crisi della rappresentazione visiva dei concetti musicali, anche perché solo a scriverlo c’è da sentirsi degli scacciafiga, e un po’ perché si tratta di una delle tante situazioni di stallo della contemporaneità in cui non c’è modo di trovare un povero cristo che abbia il coraggio di alzarsi e dire “è colpa mia”. Gli artisti e i fotografi si possono buttare addosso la responsabilità a vicenda, l’ufficio stampa non ha altre foto a disposizione, la redazione sta chiudendo il numero, il lettore se ne batte il cazzo e la somma aritmetica del tutto è sempre e solo

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7 thoughts on “cheeese

  1. Quello è chiaramente il cantante dei Future Islands che mangia un cono gelato.

    E comunque: secondo me non ci sono più sorrisi nelle foto promozionali perchè tutti si aspettano gli hater dietro l’angolo e vogliono intimorirli mentre fanno le ricerche su Google.

  2. voleva solo far notare che ha una mano destra molto bella e affusolata, ma la sinistra chissà.

  3. secondo me hanno tutti iniziato a farsi fotografare senza sorridere per sembrare gente seria che fa un credifilissimo lavoro serio. mi sa che è per questo. anzi se ci fai caso, provano spesso a sembrare gente che sta pensando a pensieri profondissimi che magari la profondità la vedono anche quelli che comprano pur eventualmente non essendoci affatto.

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