Preferenze

 

​C’è stato un tempo in cui non dicevo che Blade Runner era il mio film preferito perché Blade Runner era il film preferito di chi non aveva un film preferito. Conteneva la sufficiente dose d’avanguardia per ammaliare sognanti adolescenti, sprigionava la necessaria quantità d’azione per intrattenere ormonali giovanotti, indulgeva in ovattato riverbero quanto bastasse a compiacere decadenti padri di famiglia. Ma per poter sostenere che, invece di una posa, fosse davvero il tuo film preferito, bisognava trovarsi nella non abituale condizione di essere contemporaneamente sognanti, ormonali e decadenti. Per questioni che adesso non è il caso di approfondire, io lo ero. Quando uscì Blade Runner avevo quattordici anni. Fui io a proporre a mio padre e non, come di solito accadeva, il contrario, di andare a vedere un film assieme. Fino a oggi pomeriggio è rimasto un caso isolato. Probabilmente avevo troppo in fretta perso contatto con i compagni delle medie, mentre la classe della prima liceo era a larghissima prevalenza femminile, i due soli maschi non li avevo ancora inquadrati, e al tempo ritenevo inverosimile che l’altro sesso fosse interessato a questo tipo di spettacoli. Non era Laguna Blu, questo. Laguna Blu che, peraltro, non molto tempo prima, mi aveva egregiamente svolto il proprio lavoro. Blade Runner era una cosa seria, aveva bisogno di una compagnia adeguata. E dunque ore diciotto di un grigio sabato autunnale. Incantato dalla visione, all’uscita chiesi a mio padre, in fanciullesca ricerca di approvazione, se gli fosse piaciuto. Rispose con un no motivato da due parole: troppo buio. Incassai la sintetica recensione osservando un altezzoso silenzio. Non sarei stato in grado di condividere con nessuno le emozioni se non fosse giunta in soccorso, poche settimane dopo, la mia professoressa di lettere preferita. Quella che solo oggi capisci che allora certi amori possono concretizzarsi sul serio. Una delle sue tre abituali tracce per il tema in classe proponeva di recensire uno spettacolo (teatrale, cinematografico, musicale) al quale si era assistito di recente. Quel recente obbligò il mio senso del dovere ad escludere dalla rosa dei candidati il concerto dei Rockets al quale assistetti ben due anni prima assieme a madre e fratello. C’è stato evidentemente un tempo in cui mi impegnavo a fungere da collante famigliare. La scelta cadde obbligatoriamente su Blade Runner. Fu un sette e mezzo, il voto più alto in cinque anni di scuola superiore, se si esclude l’otto della maturità. Quel sette e mezzo è rimasto custodito per trent’anni in una cartellina blu, di quelle con l’elastico, assieme a tutte le altre brutte di tutti i temi in classe del liceo. Fino a quando, un pomeriggio di quattro anni fa, una locandina sotto casa attira la mia attenzione. Mi avvicino. È Rutger Hauer. Domani sera presenzierà a dibattito e proiezione del mio film preferito. Salgo in casa, metto mano alla cartellina blu, rileggo il tema e mi accorgo che, a differenza di Harrison Ford, il suo nome non compare mai. Non me ne capacito ma mi giustifico. Evidentemente all’epoca non sapevo chi fosse. Estraggo il tema dalla cartellina, lo inserisco in una fascetta trasparente, sostituendolo alle inutili bollette che da tre anni la gonfiano, e lo infilo nella borsa del lavoro. La sera successiva il treno è in ritardo. Non è inusuale. Potevo prendere quello prima. Ma non ci ho pensato. Non ho valutato. All’arrivo in stazione ho una manciata di minuti prima dell’inizio previsto dello spettacolo. Spero in un calcolato ritardo dell’organizzazione, mentre corro verso il teatro. E nel vicolo deserto, perché ormai devono essere tutti dentro, seduti chissà da quanto, me lo trovo lì davanti, proprio di fronte all’ingresso. Da solo. Rovisto nella borsa, estraggo il tema dalla fascetta e glielo metto davanti. Mi chiede cos’è. Glielo spiego. Sorride, tira fuori una penna e finalmente il suo nome viene impresso su quelle pagine. Gli stringo la mano. Quella mano. E scompare dentro.

Ieri sera ho visto la prima di Blade Runner 2049 con mia figlia. Ignara dei commenti del nonno in quel novembre 1982, non ha ritenuto opportuno sconfessare la regola dei salti generazionali e si è espressa con un troppo lento. Oggi l’ho rivisto con mio padre. Non al corrente del commento della nipote, ha confermato le leggi della genetica commentando con un troppo noioso. Forse la gente si mette d’accordo e non me lo dice. Forse tenere uniti i famigliari non è il mio mestiere. Confido fiducioso nel futuro e nei suoi eventuali nipoti.

(Allospiedo)

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